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		<title><![CDATA[Blog]]></title>
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		<description><![CDATA[Un blog di psicologia che propone spesso articoli nuovi su diversi argomenti, non sono quelli della psicologia classica, ma tanti ambiti nuovi]]></description>
		<language>IT</language>
		<lastBuildDate>Thu, 29 Jan 2026 20:09:00 +0100</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[La motivazione: perché viene meno e come aumentarla ]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000065"><div class="imHeading1">La motivazione: perché viene
meno e come aumentarla </div>

<div><br></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La <span data-start="66" data-end="81">motivazione</span> è il processo psicologico che orienta, sostiene e mantiene il comportamento verso un obiettivo. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la motivazione nasce dall’interazione tra <span data-start="266" data-end="297">pensieri, emozioni e azioni</span>: ciò che pensiamo di un compito, le emozioni che vi associamo e le esperienze di efficacia o fallimento influenzano la nostra spinta ad agire. Non è una caratteristica stabile della persona, ma una condizione dinamica che può essere costruita e rafforzata attraverso il cambiamento dei comportamenti e delle interpretazioni cognitive.<br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">La mancanza
di motivazione è una delle difficoltà più comuni riportate in terapia, dalla
mancanza di motivazione a iniziare uno sport, cercare un nuovo lavoro,
organizzare un viaggio e in tanti altri ambiti di vita. Spesso viene vissuta
come un difetto personale o come pigrizia, ma in ottica cognitivo-comportamentale (CBT) rappresenta un
segnale di processi cognitivi ed emotivi sottostanti che meritano attenzione.</span></div>

<div class="imHeading2"><div class="imTALeft"><span class="cf1"><br></span></div><div class="cf1"><div class="imTALeft"><span class="fs14lh1-5">Le cause della mancanza di motivazione</span></div></div></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Dal punto di
vista cognitivo-comportamentale, la demotivazione può derivare da:</span></div>

<ul type="disc">
 <li><span class="fs12lh1-5">pensieri automatici negativi
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;(“non ha senso”, “tanto fallirò”)</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">obiettivi troppo vaghi o
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;irrealistici</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">esperienze ripetute di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;fallimento</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">perfezionismo e paura
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;dell’errore</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">umore depresso o ansioso</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">evitamento di emozioni negative</span></li>
</ul>

<div><span class="fs12lh1-5">Quando
l’attività viene associata a emozioni spiacevoli, la persona tende a evitarla,
riducendo ulteriormente la motivazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Il circolo vizioso della demotivazione</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La CBT
descrive la</span><span class="fs12lh1-5"> demotivazione come un circolo vizioso: meno agisco, meno
sperimento senso di competenza e rinforzo positivo, e meno mi sento motivato.
Questo meccanismo è particolarmente evidente nei disturbi depressivi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Come aumentare la motivazione</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">In CBT si
lavora sulla motivazione attraverso l’azione, non aspettando che la
spinta arrivi spontaneamente. Le strategie più utilizzate includono:</span></div>

<ul type="disc">
 <li><span class="fs12lh1-5">suddividere i compiti in
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;obiettivi piccoli e concreti</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">pianificazione delle attività</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">monitoraggio dei progressi</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">ristrutturazione dei pensieri
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sabotanti</span></li>
 <li><span class="fs12lh1-5">aumento delle esperienze di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;rinforzo positivo</span></li>
</ul>

<div><span class="fs12lh1-5">Il
cambiamento comportamentale precede spesso il cambiamento emotivo, permettendo
alla motivazione di emergere gradualmente.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusioni</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La
motivazione non è una qualità stabile, ma un processo che può essere allenato.
Un percorso di terapia aiuta a individuare gli ostacoli cognitivi ed emotivi che
bloccano l’azione, favorendo un recupero del senso di efficacia e direzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per
informazioni e appuntamenti</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina
Bassi </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e
psicoterapeuta</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail:
bassi.psicologa@gmail.com </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span><b></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 18:05:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La crisi di coppia: come nasce, come riconoscerla e come la terapia può aiutare]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000064"><div class="imHeading1">La crisi di coppia: come nasce, come riconoscerla e come la terapia può aiutare</div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La crisi di coppia è uno dei motivi più frequenti di consultazione psicologica. In ottica CBT, la crisi non viene vista come un evento improvviso, ma come il risultato di <b>pattern di pensiero, emozione e comportamento</b> che nel tempo diventano rigidi e disfunzionali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Cos’è una crisi di coppia</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">L</span><span class="fs12lh1-5">a crisi di coppia è una condizione in cui il legame perde equilibrio e sicurezza. Può manifestarsi attraverso conflitti frequenti, distacco emotivo, calo del desiderio, difficoltà comunicative, risentimento accumulato o senso di solitudine all’interno della relazione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">Tra le cause più comuni troviam</span>o cambiamenti di vita (nascita di un figlio, lutti, stress lavorativo), difficoltà individuali non elaborate, aspettative non esplicitate e schemi relazionali disfunzionali appresi nel tempo, quando la coppia affronta queste situazioni di cambiamento richiede una riorganizzazione, ma talvolta le risorse dei due partner non sono sufficienti per affrontare il cambiamento. Secondo la CBT, non sono tanto gli eventi in sé a generare la crisi e non tutti generano una crisi, ma dipende dal modo in cui vengono interpretati e gestiti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Le cause della crisi di coppia</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">In CBT si presta particolare attenzione alle <b>interpretazioni reciproche</b>: spesso i partner attribuiscono intenzioni negative all’altro (“non gli importa di me”, “lo fa apposta”), alimentando emozioni di rabbia, tristezza o delusione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Tra i fattori più frequentemente presenti troviamo:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">schemi comunicativi &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;disfunzionali</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">aspettative irrealistiche sulla &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;relazione</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">difficoltà nella gestione dei &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;conflitti</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">stress esterni (lavoro, figli, &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;problemi economici)</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">credenze rigide sul ruolo del &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;partner o della coppia</span></li> </ul><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Come può aiutare uno psicologo</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La terapia di coppia CBT lavora su più livelli:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">identificazione dei pensieri &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;automatici negativi</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">modifica delle interpretazioni &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;disfunzionali</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">miglioramento delle abilità &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comunicative</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">aumento dei comportamenti &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;positivi e collaborativi</span></li> </ul> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Attraverso esercizi strutturati e homework terapeutici, la coppia impara a interrompere i circoli viziosi e a costruire nuove modalità di relazione.</span></div><div class="imHeading5"><span class="cf1"><br></span><span class="cf1">Conclusioni</span></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La crisi di coppia può diventare un’opportunità di crescita se affrontata in modo consapevole. La CBT offre strumenti concreti per migliorare la relazione e favorire un cambiamento duraturo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span><b></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 18:01:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Perché le emozioni sono utili (anche quelle che vorremmo evitare)]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000063"><div class="imHeading1">Perché le emozioni sono utili
(anche quelle che vorremmo evitare)</div><div><br></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Nella
pratica clinica è frequente incontrare persone che vivono le emozioni come
qualcosa di pericoloso, incontrollabile o da evitare. In particola</span><span class="fs12lh1-5">re emozioni
come ansia, vergogna, rabbia e noia vengono spesso considerate “negative” e
vissute con paura o rifiuto. Dal punto di vista della Terapia
Cognitivo-Comportamentale, però, le emozion</span><span class="fs12lh1-5">i non sono nemiche:
rappresentano risposte adattive che forniscono informazioni preziose sui nostri
bisogni, sui nostri pensieri e sull’ambiente in cui viviamo.</span></div><div><b><span class="imTACenter fs14lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div class="imHeading2 imTALeft"><span class="imTACenter">Il ruolo delle emozioni secondo la CBT</span></div>



<div><span class="fs12lh1-5">In ottica
CBT, le emozioni sono il risultato dell’interaz</span><span class="fs12lh1-5">ione tra pensieri,
interpretazioni e situazioni. N</span><span class="fs12lh1-5">on sono quindi eventi casuali, ma risposte
comprensibili a come interpretiamo ciò che accade. Ogni emozione ha una
funzione evolutiva e regolativa: segnala qualcosa di importante e prepara
l’organismo all’azione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">L’<b>ansia</b>,
ad esempio, segnala una possibile minaccia. Il problema nasce quando la persona
sovrastima il pericolo e sottostima le proprie risorse, entrando in un circolo
vizioso di evitamento. Evitare ciò che genera ansia porta a un sollievo
immediato, ma nel lungo periodo mantiene e rafforza il disturbo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La <b>vergogna</b>
emerge quando ci percepiamo inadeguati o giudicati negativamente dagli altri.
In CBT si lavora molto sui pensieri automatici legati all’immagine di sé (“sono
sbagliato”, “gli altri mi rifiuteranno”), aiutando la persona a metterli in
discussione e a ridurre i comportamenti di ritiro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La <b>rabbia</b>
è un’emozione spesso temuta perché associata alla perdita di controllo. In
realtà segnala un confine violato o un’ingiustizia percepita. Quando non viene
riconosciuta o viene repressa, può trasformarsi in esplosioni impulsive o in
risentimento cronico. La CBT aiuta a distinguere tra emozione e comportamento,
favorendo una gestione assertiva della rabbia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La <b>noia</b>,
infine, indica una mancanza di significato, stimolo o coinvolgimento. Evitarla
costantemente attraverso distrazioni continue impedisce il contatto con bisogni
più profondi e con la possibilità di cambiamento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf2">Perché alcune persone evitano le emozioni</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Molte
persone non hanno sviluppato adeguate competenze di</span><span class="fs12lh1-5"> alfabetizzazione emotiva.
Spesso hanno imparato, nel corso della loro storia, che provare certe emozioni
è sbagliato, pericoloso o segno di debolezza. In CBT si parla di credenze
disfunzionali sulle emozioni, come “se provo ansia significa che non ce la
farò” o “se mi arrabbio perderò il controllo”.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">L’evitamento
emotivo diventa così una strategia di coping appresa. Tuttavia, numerosi studi
mostrano che l’evitamento mantiene il disagio psicologico e riduce la
flessibilità emotiva, aumentando il rischio di disturbi d’ansia e dell’umore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf2">Conclusioni</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Dal punto di
vista CBT, il benessere emotivo non consiste ne</span><span class="fs12lh1-5">ll’eliminare le emozioni
difficili, ma nel imparare a tollerarle, comprenderle e rispondere in modo
più funzionale. Un percorso psicologico permette di sviluppare nuove
strategie di </span><span class="fs12lh1-5">regolazione emotiva, riducendo l’evitamento e aumentando la
consapevolezza di sé.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per
informazioni e appuntamenti</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina
Bassi </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e
psicoterapeuta</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail:
bassi.psicologa@gmail.com </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span><b></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 17:55:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Autostima e perdita di peso: perché contano più della bilancia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Alimentazione"><![CDATA[Alimentazione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000060"><div class="imHeading1">Autostima e perdita di peso: perché contano più della
bilancia</div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molti percorsi di dimagrimento falliscono non per
mancanza di conoscenze nutrizionali, ma per la difficoltà a mantenere costanza
e motivazione nel tempo. In questo, l’autostima gioca un ruolo decisivo. Chi ha
una bassa fiducia in sé tende a sentirsi sconfitto ai primi ostacoli, a vivere
i piccoli “sgarri” come fallimenti totali e a rinunciare più facilmente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTALeft">L’autostima come motore del
cambiamento</div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La perdita di peso non è solo un fatto fisico, ma un
vero percorso di trasformazione personale. Per cambiare in modo duraturo non basta
la forza di volontà: è fondamentale credere nelle proprie capacità, darsi
fiducia e saper valorizzare i progressi lungo il cammino. Un livello adeguato
di autostima diventa quindi il motore che alimenta la resilienza, la costanza e
la motivazione.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando l’autostima è bassa, anche un piccolo ostacolo
può sembrare insormontabile: lo “sgarro” in un pasto, una settimana senza
allenamento o un rallentamento sulla bilancia vengono vissuti come fallimenti
totali. Al contrario, chi ha una buona fiducia in sé riesce a interpretare le
difficoltà come parte normale del percorso, trovando la forza per rialzarsi e
continuare. In ottica cognitivo-comportamentale, questo significa imparare a
osservare i propri pensieri, riconoscere quelli distorti e sostituirli con convinzioni
più realistiche e funzionali.</span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="imTACenter fs16lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="imTACenter cf1">Gli errori più comuni legati
all’autostima</span></div>

<ul type="disc">
 <ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>Pensare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;che il proprio valore dipenda solo dal peso. </b></span>Questa convinzione nasce spesso da esperienze passate di giudizio o di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;pressione sociale legata all’aspetto fisico. Si mantiene perché ogni
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;successo o insuccesso sulla bilancia diventa la misura del proprio valore
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;personale. Le conseguenze sono una forte vulnerabilità emotiva e la
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;difficoltà a sentirsi soddisfatti anche quando si compiono progressi in
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;altre aree della vita.</li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Considerare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i fallimenti momentanei come una prova di incapacità. </b></span>Origina dall’idea che per avere successo bisogna essere perfetti. Questo
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;pensiero si rafforza ogni volta che un piccolo errore viene vissuto come
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;conferma della propria inadeguatezza. Il risultato è la rinuncia precoce
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;ai percorsi di cambiamento, con un senso di frustrazione che alimenta il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;circolo vizioso di diete interrotte e ricominciate.</li><li><span class="fs12lh1-5"><b>Confrontarsi
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;costantemente con gli altri, minando la propria fiducia. </b></span>Il confronto nasce spesso dal desiderio di sentirsi accettati o
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;all’altezza, ma si trasforma in una trappola: osservare solo i risultati
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;altrui porta a svalutare i propri sforzi, anche quando sono significativi.
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questo atteggiamento si mantiene perché l’attenzione resta focalizzata sulle
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;differenze invece che sui propri progressi, generando insoddisfazione
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cronica e calo motivazionale.<br><br></li></ul>
 
 
</ul>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo può aiutare a:</span></div>

<ul type="disc">
 <ul><li><span class="fs12lh1-5">ristrutturare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i pensieri disfunzionali legati all’autostima (“se non perdo peso
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;velocemente sono un fallimento”);</span></li><li><span class="fs12lh1-5">valorizzare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i piccoli progressi, non solo quelli legati alla bilancia ma anche alle
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;nuove abitudini;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">sviluppare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;una maggiore accettazione di sé come base per un cambiamento duraturo.</span></li></ul>
 
 
</ul>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo è importante perchè </span><span class="fs12lh1-5">l’autostima è il terreno su cui
poggia ogni cambiamento duraturo. Imparare a riconoscere e correggere questi
errori comuni significa non solo favorire la perdita di peso, ma anche
costruire un rapporto più sano e rispettoso con se stessi.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b><br></b></span></div><div class="imTAJustify"><div class="imHeading4"><span class="cf1">Conclusione</span></div><span class="fs12lh1-5">
Perdere peso in modo efficace e duraturo non significa solo seguire una dieta:
significa anche lavorare sull’autostima, imparando a credere nelle proprie
capacità e ad affrontare il percorso con fiducia. La terapia
cognitivo-comportamentale offre strumenti preziosi per trasformare la perdita
di peso in un cambiamento positivo e sostenibile.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 19:09:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Psicologo e dieta: come la terapia cognitivo-comportamentale aiuta a perdere peso]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Alimentazione"><![CDATA[Alimentazione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005E"><div class="imHeading1">Psicologo e dieta: come la terapia cognitivo-comportamentale aiuta a perdere peso</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando si parla di obesità o di sovrappeso, spesso si pensa che la soluzione sia “solo” seguire una dieta più equilibrata. In realtà, per molte persone non è sufficiente ricevere un piano alimentare: il vero ostacolo non è sapere cosa mangiare, ma riuscire a rispettare le regole nel tempo. Qui lo psicologo può avere un ruolo fondamentale aiutando a gestire le emozioni e a sviluppare strategie pratiche che rendano più facile aderire al percorso nutrizionale arrivando a un vero e proprio cambiamento nello stile di vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Emozioni e alimentazione: un legame forte</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mangiare non è mai un atto puramente fisiologico: le emozioni influenzano molto il rapporto con il cibo. Ansia, stress, rabbia o tristezza possono spingere verso il cosiddetto “<i>emotional eating</i>”, cioè mangiare non per fame ma per calmare un disagio interiore. Questi meccanismi spesso si sviluppano a causa di esperienze passate, soprattutto vissute in infanzia e in famiglia. La terapia cognitivo-comportamentale aiuta a riconoscere questi meccanismi, riuscendo a trovare gli indicatori per distinguere i veri segnali di fame da quelli emotivi (per saperne di più leggi il mio articolo sull’<i>emotional eating</i>). &nbsp;</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo però non è sufficiente, sebbene la persona riesca a distinguere i due tipi di fame è possibile che non riesca comunque a resistere all’impulso di mangiare poiché questa è la sua strategia di gestione emotiva, vanno quindi sviluppate nuove modalità di riconoscimento e gestione delle emozioni. </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È importante inoltre lavorare su quei pensieri che provocano le emozioni negative che in alcuni casi possono essere proprio pensieri disfunzionali legati al cibo o alla dieta, come ad esempio “non riuscirò mai a dimagrire”, “se sgarro ho fallito”, in questi casi è necessario sviluppare strumenti per creare un atteggiamento più flessibile e realistico nei confronti della dieta.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I pensieri che provocano le emozioni possono però essere legati anche alla vita quotidiana della persona, ad esempio alla famiglia o al lavoro, anche questi andranno gestiti per il buon esito della dieta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Strategie concrete per rispettare la dieta</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Accanto alla gestione emotiva, la terapia cognitivo-comportamentale fornisce anche strumenti pratici, come:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">imparare &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;a pianificare i pasti e gestire le tentazioni;</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">introdurre &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;gradualmente nuove abitudini sostenibili invece di puntare a cambiamenti &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;drastici;</span></li> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5">monitorare &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i progressi, non solo in termini di peso ma anche di comportamenti &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;positivi (ad esempio ridurre gli episodi di abbuffata).<br><br></span></li> </ul> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Il lavoro integrato con nutrizionisti e medici</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’intervento psicologico non sostituisce quello nutrizionale o medico, ma lo completa. Nei casi di obesità, lavorare in sinergia con altri professionisti permette di costruire un percorso personalizzato che tenga conto sia degli aspetti fisici sia di quelli psicologici.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imTAJustify"><div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusione</span></div><span class="fs12lh1-5"> Seguire una dieta non significa soltanto cambiare cosa si mangia, ma soprattutto imparare a cambiare il rapporto con il cibo e con se stessi. In ottica cognitivo-comportamentale, lo psicologo aiuta a gestire le emozioni che portano a mangiare in eccesso e fornisce strategie concrete per rendere più facile rispettare le regole della dieta. In questo modo il percorso diventa più realistico, sostenibile e duraturo nel tempo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 18:56:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Annuncio ferie invernali]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Aggiornamenti"><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000061"><div class="imHeading1">Annuncio ferie invernali</div><div><br></div><div>Si informa che gli studi rimarranno chiusi dal 24/12/2025 al 6/1/2026 inclusi. <span class="fs12lh1-5">In questo periodo potrete contattarmi telefonicamente al 351 5460735 o via mail a bassi.psicologa@gmail.com, risponderò nel minor tempo possibile.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Potrete anche continuare a fissare i nuovi appuntamenti online cliccando</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.calengoo.com/booking/valentina_bassi/" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.calengoo.com/booking/valentina_bassi/', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">qui</a></span><span class="fs12lh1-5">, ma se possibile è sempre consigliabile contattarmi direttamente per avere le disponibilità più aggiornate.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 18 Dec 2025 19:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Superare l’Amaxofobia: strategie e percorsi terapeutici]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005F"><div class="imHeading1">Superare l’Amaxofobia: strategie e percorsi
terapeutici</div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La paura di guidare è una delle fobie più diffuse, ma
questo non significa che chi ne soffre debba conviverci per sempre.
L’amaxofobia può essere affrontata con successo grazie a percorsi terapeutici
specifici che aiutano a ridurre l’ansia e a ritrovare serenità e autonomia.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Negli articoli precedenti abbiamo visto sia le <b>diverse
forme in cui si manifesta questa fobia</b>, sia le <b>origini psicologiche che
possono alimentarla</b>. In questo approfondimento vedremo invece i principali <b>trattamenti
e strategie</b> per superarla, in particolare della terapia
cognitivo-comportamentale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">La terapia cognitivo-comportamentale</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È considerata il trattamento più efficace per
l’amaxofobia. Si lavora su due aspetti fondamentali:</span></div>

<ul type="disc">
 <ul><li><span class="fs12lh1-5">modificare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;i pensieri disfunzionali che alimentano la paura;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">affrontare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;in modo graduale le situazioni di guida temute, così da sperimentare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;progressivamente che la paura può ridursi.</span></li></ul>
 
</ul>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il percorso terapeutico inizia con un’approfondita
indagine per comprendere la tipologia specifica di paura, le sue origini e i
pensieri disfunzionali ad essa associati. </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I pensieri disfunzionali sono pensieri che hanno origine
nel passato della persona e, sebbene spesso in alcuni periodi della vita siano
utili all’individuo, nel presente causano una sofferenza. Una prima parte della
terapia è quindi dedicata a individuarli e renderli più funzionali alla
riduzione della paura di guidare. </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Spesso i pensieri di chi soffre di amaxofobia sono
legati a perdita di controllo, responsabilità nei confronti degli altri o
timore di colpa. </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se la fobia ha origine da un trauma si dovrà anche
lavorare per ridurre l’impatto emotivo dell’evento traumatico, a tale fine
possono essere utilizzate diverse tecniche come ad esempio l’EMDR.</span></div><div class="imHeading3"><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1">Tecniche di rilassamento e gestione
dell’ansia</span></div></div>



<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il passo successivo talvolta è quello di apprendere
tecniche di rilassamento, esercizi di respirazione, rilassamento muscolare e
pratiche di mindfulness aiutano a gestire i sintomi fisici dell’ansia
(tachicardia, sudorazione, affanno), rendendo più facile affrontare la guida.
Questo non sempre è fondamentale e talvolta può risultare non funzionale,
l’ansia infatti è un emozione che non si può cancellare e cercare di non
provare i sintomi che la caratterizzano non sarà sempre possibile, in molti
casi è più funzionale imparare a tollerare tali sensazione cercando di ridurre
le componenti psicologiche dell’ansia. Per questo motivo dovrà essere
attentamente valutato per il singolo caso se possano essere utili o meno queste
tecniche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Un percorso a piccoli passi</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’esposizione graduale è la chiave del successo si
concorderà con il paziente una serie di situazioni che per lui è importante
affrontare, dalle situazioni più facili fino ad affrontare progressivamente
situazioni più complesse. Le tecniche utilizzate fino ad ora sono fondamentali
perché hanno preparato la persona per questo, l’ansia avrà già iniziato a
ridursi, e mettere in atto i comportamenti finora evitati consolida le
consapevolezze maturate e aiuta a ridurre ulteriormente l’ansia in modo
graduale. Ogni piccolo successo rafforza la fiducia e riduce la paura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imTAJustify"><div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusione</span></div><span class="fs12lh1-5">
L’amaxofobia non è una condanna: con il giusto percorso è possibile tornare a
vivere la guida come un’esperienza di libertà e non di paura. Rivolgersi a un
professionista permette di trovare strategie personalizzate ed efficaci.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se vuoi approfondire altri aspetti, puoi leggere anche
gli articoli dedicati alle <b>forme dell’amaxofobia</b> e alle <b>origini
psicologiche della paura di guidare</b>.</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 19:01:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Cibo ed emozioni: capire e gestire l’emotional eating]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Alimentazione"><![CDATA[Alimentazione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005D"><div class="imHeading1">Cibo ed emozioni: capire e gestire l’emotional eating</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molte persone, nei momenti di stress, tristezza o ansia, ricorrono al cibo come forma di consolazione. Questo fenomeno, chiamato <i>emotional eating</i>, è molto comune e si sviluppa spesso in modo graduale: da un piccolo gesto di sollievo momentaneo può trasformarsi in un’abitudine radicata. Inizialmente, il cibo offre una sensazione immediata di benessere perché stimola la produzione di sostanze come dopamina e serotonina, legate al piacere e alla gratificazione. Con il tempo, però, la mente può associare automaticamente emozioni spiacevoli al bisogno di mangiare, mantenendo vivo il circolo vizioso.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le origini dell’<i>emotional eating </i>possono essere diverse:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"> &nbsp;<ul><li><span class="fs12lh1-5">esperienze precoci in cui il cibo veniva utilizzato come ricompensa o consolazione;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">modelli familiari in cui l’alimentazione era collegata più all’affetto che ai &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;reali bisogni fisici;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">difficoltà nella regolazione emotiva, cioè nel riconoscere, esprimere e gestire stati d’animo intensi senza cercare soluzioni esterne immediate.<br><br></span></li></ul> </ul> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">Perché mangiamo quando siamo stressati?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cibo non soddisfa solo la fame fisica, ma può avere una funzione emotiva molto importante. Può calmare quando si è agitati, distrarre nei momenti di noia, riempire un vuoto nei periodi di solitudine o addirittura celebrare nei momenti di gioia. In questo senso, il cibo diventa un regolatore emotivo: funziona rapidamente, è sempre disponibile e non richiede particolari sforzi. Tuttavia, quando questa diventa la strategia principale per affrontare le difficoltà, il rischio è duplice: da un lato si perde il contatto con i reali segnali di fame e sazietà, dall’altro non si impara a sviluppare modalità più funzionali di gestione delle emozioni.</span></div><div class="imHeading3"><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1">Fame fisica o fame emotiva?</span></div></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una delle prime abilità da sviluppare per ridurre l’<i>emotional eating </i>è distinguere tra fame reale e fame emotiva:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"> &nbsp;<ul><li><span class="fs12lh1-5"><b>La fame fisica</b> arriva gradualmente e può essere soddisfatta con qualsiasi alimento.</span></li><li><span class="fs12lh1-5"><b>La fame emotiva</b> è &nbsp;improvvisa, orientata verso cibi specifici (spesso dolci o molto calorici) e non porta a un senso di sazietà duraturo.</span></li></ul> &nbsp;<li><span class="fs12lh1-5"><br></span></li> </ul> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Strategie per gestire l’emotional eating</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Con l’aiuto dello psicologo, è possibile:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"> &nbsp;<ul><li><span class="fs12lh1-5">riconoscere la fame emotiva e le sue origini; </span></li><li><span class="fs12lh1-5">identificare i pensieri e le situazioni che scatenano la fame emotiva;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">allenarsi a tollerare le emozioni senza ricorrere subito al cibo;</span></li><li><span class="fs12lh1-5">utilizzare tecniche di rilassamento, distrazione o attività alternative che aiutino a regolare lo stato emotivo.</span></li></ul> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</ul><div><b class="imTAJustify fs12lh1-5"><br></b><div class="imHeading5"><span class="imTAJustify cf1">Conclusione</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> Il cibo non deve diventare l’unico modo per affrontare le emozioni. Imparare a riconoscere e gestire l’emotional eating significa riprendere in mano il proprio rapporto con l’alimentazione e con se stessi. Questo approccio permette di costruire nuove abitudini più sane e durature.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span><b></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 18:50:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?cibo-ed-emozioni--capire-e-gestire-l-emotional-eating</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le origini psicologiche dell’Amaxofobia: perché nasce la paura di guidare]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005A"><div class="imHeading1">Le origini psicologiche dell’Amaxofobia: perché nasce la paura di guidare</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’amaxofobia non sempre nasce da un incidente o da un’esperienza diretta. Spesso ha radici più profonde e complesse, che intrecciano vissuti personali, convinzioni e altre forme di ansia. Capire da dove origina questa paura è un passo importante per iniziare a superarla.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nell’articolo precedente abbiamo parlato delle <strong>diverse forme dell’amaxofobia</strong>, come la paura di guidare in autostrada, da soli o con passeggeri. In questo approfondimento, invece, i principali <strong>fattori psicologici</strong> che possono dare origine alla paura di guidare.</span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTAJustify">Traumi diretti e indiretti</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un incidente stradale, un malore alla guida o una situazione vissuta come pericolosa possono essere alla base della fobia. Ma non serve sempre un trauma diretto: anche ascoltare racconti spaventosi o crescere in un ambiente dove la guida è percepita come rischiosa può avere lo stesso effetto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading3 imTAJustify"><span class="cf1">Paura di perdere il controllo</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molte persone con amaxofobia temono soprattutto di non avere il pieno controllo del mezzo o di sé stessi. L’idea di sbandare, avere un malore o non reagire in tempo diventa un pensiero ricorrente che alimenta l’ansia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading4 imTAJustify"><span class="cf1">Legami con altri disturbi d’ansia</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’amaxofobia può intrecciarsi con altre difficoltà psicologiche:</span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">· &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->con l’agorafobia, quando la paura riguarda l’allontanarsi da luoghi percepiti come sicuri;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">· &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->con gli attacchi di panico, se si teme che possano verificarsi mentre si guida;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">· &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->con il disturbo ossessivo-compulsivo, quando prevalgono pensieri catastrofici ricorrenti, responsabilità o colpa.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div class="imHeading5 imTAJustify"><span class="cf1">Il ruolo delle convinzioni personali</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A volte non c’è stato alcun trauma, ma convinzioni ansiose e rigide (“in autostrada sicuramente avrò un incidente”), talvolta apprese fin dall’infanzia ascoltando le parole dei familiari, e possono mantenere viva la paura. In questi casi, l’amaxofobia diventa un’espressione di un più ampio modo di vivere l’ansia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5 cf1 ff1">Mantenimento dell’amaxofobia</span></b><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In seguito allo sviluppo delle paure, a causa di uno o più degli eventi precedentemente descritti, queste si mantengono soprattutto grazie all’evitamento delle situazioni temute. Le persone evitano tali situazione per non provare l’ansia e le emozioni negative associate alla guida, ciò inizialmente provoca sollievo e calo dell’ansia, ma non permette di vedere che le situazioni temute in realtà non sono pericolose, anzi, non affrontarle porta le persone a confermare che lo siano, andando a creare un circolo vizioso in cui gli evitamenti sono sempre di più e l’ansia aumenta finendo per compromettere la vita quotidiana della persona che ne soffre. &nbsp;</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><strong class="fs12lh1-5 cf1">Conclusione</strong><br></div><div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non sempre è possibile identificare un’unica causa dell’amaxofobia: spesso si tratta di un insieme di fattori che interagiscono tra loro. Comprendere queste radici è un primo passo fondamentale per un percorso di superamento. Nell’articolo successivo potrai leggere come la terapia cognitivo-comportamentale e altre strategie possono aiutare a ritrovare la libertà di guidare.</span></div></div></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span><strong></strong></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 18:26:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Bonus Psicologo]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Aggiornamenti"><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000062"><div class="imHeading1">Bonus psicologo</div><div><br></div>Si infromano gli interessati che oggi scadono le domande relative al bonus psicologo, è possibile fare le richiestre tramite il sito INPS. <br>Per gli aventi diritto sarà possibile utilizzare il bonus per svolgere le sedute di terapia in alcuni degli studi in cui lavoro, tale intenzione va comunicata prima della prenotazione delle sedute. <div>Per maggiori informazioni è possibile contattarmi via mail all'indidirzzo bassi.psicologa@gmail.com o via teleono o whatsapp al 351 546 0735. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2025 11:43:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?bonus-psicologo</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le emozioni: alleate, non nemiche]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005C"><div class="imHeading1">Le emozioni: alleate, non nemiche</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando pensiamo alle emozioni, spesso tendiamo a dividerle in “positive” e “negative”, con l’idea che le prime vadano coltivate e le seconde eliminate. In realtà, ogni emozione ha una funzione importante per il nostro benessere e per la nostra sopravvivenza. In terapia cognitivo-comportamentale non si lavora per cancellare le emozioni spiacevoli, ma per portarle a un livello più adeguato alla situazione, così da non esserne sopraffatti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft">La funzione delle emozioni</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le emozioni sono segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci inviano per orientarci nel mondo:</span></div><ul type="disc"> &nbsp;<ul><li><b class="imTAJustify fs12lh1-5">La paura</b><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> ci aiuta a proteggerci dai &nbsp;pericoli.</span><br></li><li><b class="imTAJustify fs12lh1-5">La rabbia</b><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> segnala che è stato superato &nbsp;un limite, che c’è stata un ingiustizia e ci spinge a difendere i nostri &nbsp;diritti.</span><br></li><li><b class="imTAJustify fs12lh1-5">La tristezza ci segnala che stiamo avendo una perdita,</b><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> favorisce il raccoglimento e ci permette di &nbsp;elaborare le perdite.</span><br></li><li><b class="imTAJustify fs12lh1-5">La vergogna ci spinge a rispettare le regole sociali per non essere esclusi dalla società</b><br></li><li><b class="imTAJustify fs12lh1-5">La gioia</b><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> rafforza i legami e ci motiva a ripetere esperienze positive.</span><br></li></ul> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</ul><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Senza emozioni, non saremmo in grado di prendere decisioni efficaci né di costruire relazioni autentiche.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Quando le emozioni diventano eccessive</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il problema non nasce dall’emozione in sé, ma dalla sua intensità o dalla sua frequenza. La paura, ad esempio, è utile se ci mette in guardia davanti a un reale pericolo, ma diventa un ostacolo se ci blocca in situazioni quotidiane che non rappresentano un rischio. Allo stesso modo, la rabbia può motivarci a reagire, ma se esplode in modo incontrollato compromette le relazioni.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La terapia cognitivo-comportamentale aiuta a riconoscere i pensieri che alimentano emozioni sproporzionate, insegnando strategie per:</span></div> &nbsp;<ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>ridurre l’intensità emotiva</b>, ad esempio con tecniche di rilassamento o mindfulness;</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>mettere in discussione pensieri disfunzionali</b>, &nbsp;sostituendoli con interpretazioni più realistiche;</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>esporsi gradualmente alle situazioni temute</b>, per imparare che le emozioni, se gestite, &nbsp;calano di intensità con il tempo.<br></span></li></ul> </ul> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Non eliminare, ma regolare</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il lavoro terapeutico non mira a “spegnere” emozioni come ansia, rabbia o tristezza, ma a riportarle a un livello adeguato. Questo permette di sfruttare la loro funzione adattiva senza esserne paralizzati o sopraffatti.</span><span class="imTACenter fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusione</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le emozioni non sono nemiche da combattere, ma risorse da comprendere e regolare. Imparare a viverle con la giusta intensità ci aiuta a essere più liberi, a prendere decisioni più consapevoli e a costruire relazioni più sane.</span></div></div></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per informazioni e appuntamenti</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Psicologa e psicoterapeuta</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">e-mail: bassi.psicologa@gmail.com </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 18:42:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le diverse forme dell’Amaxofobia: riconoscere le paure alla guida]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000005B"><div class="imHeading1">Le diverse forme dell’Amaxofobia: riconoscere le paure alla guida</div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Molte
persone conoscono la paura di guidare, ma non sempre sanno che esistono diverse
varianti di questa fobia, ciascuna con caratteristiche e vissuti specifici.
L’amaxofobia non si manifesta allo stesso modo per tutti: c’è chi teme
l’autostrada, chi non riesce a guidare da solo e chi prova ansia solo in
condizioni particolari come di notte o con il maltempo. Ognuna di queste
varianti è legata da un filo comune, ma vi sono spesso differenze legate a
paure e pensieri più specifici, conoscere queste differenze è importante per
capire meglio se stessi e affrontare la difficoltà in modo mirato.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se vuoi
un’introduzione generale sull’amaxofobia e le sue caratteristiche, puoi leggere
anche l’articolo precedente <i>“<a href="https://bassipsicologa.it/blog/?conosciamo-l-amaxofobia,-la-fobia-di-guidare" class="imCssLink">Conosciamo l’amaxofobia, la fobia di guidare</a>”</i>,
mentre in questo approfondiremo le principali <b>sotto-categorie di questa
paura</b>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">Paura di guidare in autostrada</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È una delle
forme più comuni. L’autostrada viene vissuta come un ambiente pericoloso:
velocità elevate, sorpassi, traffico intenso. Il timore principale è quello di
perdere il controllo o non riuscire a reagire a tempo in caso di emergenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Paura di gallerie e ponti</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In questo
caso la difficoltà spesso non è tanto il guidare, quanto la sensazione di non
avere una via di fuga. La paura di trovarsi “bloccati” richiama dinamiche
simili alla claustrofobia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Paura di guidare da soli</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Alcune
persone riescono a guidare solo se accompagnate da una figura di sicurezza,
come un familiare o un amico. Da soli, l’ansia diventa troppo intensa e il
pensiero di non farcela prende il sopravvento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading5"><span class="cf1">Paura di guidare con passeggeri</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al
contrario, altri temono di avere passeggeri a bordo. La radice di questa paura
è il senso di responsabilità verso gli altri, che fa aumentare la percezione
del pericolo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading6"><span class="cf1">Paura di guidare di notte o con maltempo</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il buio, la
ridotta visibilità o condizioni come pioggia e nebbia possono accentuare
l’ansia, trasformando la guida in un’esperienza molto difficile.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">Conclusione</b><br></div><div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Queste sono solo per principali forme in cui si manifesta questa paura, ma possono essercene molte altre. </span><span class="fs12lh1-5">Qualunque sia la variante, il filo conduttore è la paura di perdere il
controllo. Essendo però caratterizzate da pensieri specifici ogni forma di
amaxofobia richiede però un approccio specifico, che tenga conto delle
sfumature personali. Tutte queste forme di fobia sono spesso invalidanti e
hanno un grave impatto sulla vita quotidiana perché non permetto alla persona
di spostarsi liberamente in auto, pertanto è importante rivolgersi a un
terapeuta che possa aiutare le persone a superarla, una delle terapie più
efficaci in questa situazione è quella cognitivo-comportamentale.</span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nei prossimi
articoli potrai approfondire le <b>origini psicologiche di questa fobia</b> e i
percorsi di trattamento più efficaci.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Per
informazioni e appuntamenti</span></div>

<div class="imTAJustify">Dr.ssa
Valentina Bassi </div>

<div class="imTAJustify">Psicologa e
psicoterapeuta</div>

<div class="imTAJustify">e-mail:
bassi.psicologa@gmail.com </div>

<div class="imTAJustify">Tel: 351 5460735<b></b></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 17:33:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Disoccupazione e benessere psicologico]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000059"><div class="imHeading1">Disoccupazione e benessere psicologico</div>
<div><span class="fs12lh1-5"><span data-start="353" data-end="468">Perdere il lavoro o vivere un periodo di disoccupazione è un'esperienza che può avere un forte impatto emotivo.</span><br data-start="468" data-end="471">
Spesso ci si concentra solo sulle conseguenze economiche, ma i risvolti psicologici possono essere altrettanto significativi: senso di fallimento, perdita di autostima, ansia per il futuro, isolamento sociale.</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">Il lavoro non è solo fonte di reddito: rappresenta spesso identità, sicurezza, routine, ruolo sociale. Per questo motivo, perderlo può essere vissuto come una vera e propria <span data-start="903" data-end="922">crisi personale</span>, con vissuti di r</span><span class="fs12lh1-5">abbia, frustrazione, senso di ingiustizia, </span><span class="fs12lh1-5">ristezza o sintomi depressivi, p</span><span class="fs12lh1-5">aura del giudizio altrui e a</span><span class="fs12lh1-5">nsia per la propria stabilità e il futuro.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche chi è </span><span data-start="1154" data-end="1185" class="fs12lh1-5">in cerca di lavoro da tempo</span><span class="fs12lh1-5"> può sperimentare un logoramento psicologico. I “no” ricevuti, la mancanza di risposte, l’incertezza, possono generare b</span><span class="fs12lh1-5">assa motivazione, p</span><span class="fs12lh1-5">erdita di fiducia nelle proprie capacità e s</span><span class="fs12lh1-5">ensazione di essere “invisibili” o non abbastanza.</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">Col tempo, tutto questo può compromettere anche le relazioni personali e la qualità della vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Inoltre nelle persone che hanno lasciato volontariamente il lavoro a causa di stress, mobbing o altre gravi problematiche ci può essere la paura di trovare in un nuovo lavoro simili situazioni di malessere che portano a sentirsi bloccati nella ricerca di lavoro. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>
<div class="imHeading2">Perché è utile il supporto psicologico</div>
<div><span class="fs12lh1-5">Uno psicologo può aiutare ad affrontare questi vissuti, dando spazio alle emozioni e lavorando su:</span></div>
<ul data-start="1663" data-end="1876">
<li data-start="1663" data-end="1702">
<div><span class="fs12lh1-5">Autostima e senso di valore personale</span></div>
</li>
<li data-start="1703" data-end="1761">
<div><span class="fs12lh1-5">Gestione dello stress e dell’ansia legata all’incertezza</span></div>
</li>
<li data-start="1762" data-end="1827">
<div><span class="fs12lh1-5">Strategie per affrontare il cambiamento e ricostruire obiettivi</span></div>
</li>
<li data-start="1828" data-end="1876">
<div><span class="fs12lh1-5">Superamento del senso di fallimento o vergogna</span></div>
</li>
</ul>
<div><span class="fs12lh1-5">Il supporto psicologico non “restituisce” il lavoro, ma <span data-start="1934" data-end="1965">rafforza le risorse interne</span>, aiuta a leggere con più lucidità la situazione e sostiene nella ripartenza, personale e professionale.</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">La disoccupazione può portare a <span data-start="2131" data-end="2157">chiudersi in sé stessi</span>, soprattutto quando ci si sente “indietro” rispetto agli altri. Avere uno spazio di ascolto neutro e non giudicante aiuta a ritrovare fiducia, motivazione e direzione.</span></div><div>Inoltre se la persona provava un malessere nel lavoro precedente lo psicologo la aiuterà nello sviluppare nuove risorse per gestire meglio il nuovo lavoro ed evitare di ritornare nelle dinamiche che provocavano sofferenza. </div><div><br></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Conclusione</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5"><span data-start="2348" data-end="2476">Se stai affrontando un periodo di disoccupazione o fatichi a ritrovare la motivazione nella ricerca di lavoro, non sei solo.</span><br data-start="2476" data-end="2479">
Parlarne con uno psicologo può aiutarti a ritrovare equilibrio, risorse e speranza.<br data-start="2562" data-end="2565">
<span data-start="2565" data-end="2579">Contattami</span> se vuoi saperne di più o fissare un colloquio.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 19:45:00 GMT</pubDate>
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			<guid isPermaLink="false">https://bassipsicologa.it/blog/rss/000000059</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Paura normale o patologica, come distinguerle]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000058"><div class="imHeading1">Paura normale o patologica? Come distinguerle e perché chiedere aiuto</div>
<div><span class="fs12lh1-5"><span data-start="309" data-end="377">La paura è un'emozione fondamentale per la nostra sopravvivenza.</span> È quel segnale interno che ci avvisa quando c’è un pericolo, reale o percepito, e che attiva in noi una risposta di difesa. Senza paura, non sapremmo come proteggerci da situazioni rischiose. Ma cosa succede quando la paura diventa eccessiva, invalidante o presente anche in assenza di un reale pericolo?</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2">Quando la paura è “normale”</div>
<div><span class="fs12lh1-5">Tutti sperimentiamo paura. Fa parte della nostra esperienza umana e ha una funzione protettiva. Alcuni esempi di paure normali:</span></div>
<ul data-start="845" data-end="1019">
<li data-start="845" data-end="900">
<div><span class="fs12lh1-5">Sentirsi in ansia prima di un esame o di un colloquio</span></div>
</li>
<li data-start="901" data-end="957">
<div><span class="fs12lh1-5">Avere un po’ di timore in luoghi sconosciuti o al buio</span></div>
</li>
<li data-start="958" data-end="1019">
<div><span class="fs12lh1-5">Provare apprensione per la salute propria o dei propri cari</span></div>
</li>
</ul>
<div><span class="fs12lh1-5">In questi casi, la paura è <span data-start="1048" data-end="1065">proporzionata</span> alla situazione, ha una <span data-start="1090" data-end="1109">durata limitata</span>, e ci permette spesso di <span data-start="1135" data-end="1176">agire in modo più attento o preparato, ma non ci porta ad evitare la situazione</span>.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>
<div class="imHeading3"><span class="cf1">Quando la paura diventa un problema</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">La paura può diventare <span data-start="1243" data-end="1257">patologica</span> quando:</span></div>
<ul data-start="1266" data-end="1534">
<li data-start="1266" data-end="1314">
<div><span class="fs12lh1-5">È <span data-start="1270" data-end="1283">eccessiva</span> rispetto alla situazione reale</span></div>
</li>
<li data-start="1315" data-end="1365">
<div><span class="fs12lh1-5">Si presenta in modo <span data-start="1337" data-end="1365">persistente o ricorrente</span></span></div>
</li>
<li data-start="1366" data-end="1464">
<div><span class="fs12lh1-5">Compromette il benessere e il funzionamento nella vita quotidiana (lavoro, relazioni, autonomia)</span></div>
</li>
<li data-start="1465" data-end="1534">
<div><span class="fs12lh1-5">Porta a <span data-start="1475" data-end="1501">comportamenti evitanti</span> o a un senso costante di allarme</span></div>
</li>
</ul>
<div><span class="fs12lh1-5">Disturbi come le fobie, il disturbo d’ansia generalizzata, gli attacchi di panico o il disturbo post-traumatico da stress sono manifestazioni cliniche di una paura che ha perso la sua funzione adattiva.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>
<div class="imHeading4"><span class="cf1">Come distinguere le due forme</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">Una buona domanda da porsi può essere: <span data-start="1814" data-end="1854">“Questa paura mi aiuta o mi limita?”</span><br data-start="1854" data-end="1857">
La paura “sana” è temporanea, contestualizzata e ci guida a proteggerci.<br data-start="1929" data-end="1932">
La paura “disfunzionale” blocca, isola, genera sofferenza e spesso ci porta a evitare situazioni, persone o luoghi per timore di provare disagio.</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">Se ti accorgi che la tua paura:</span></div>
<ul data-start="2111" data-end="2250">
<li data-start="2111" data-end="2147">
<div><span class="fs12lh1-5">Ti impedisce di vivere serenamente</span></div>
</li>
<li data-start="2148" data-end="2198">
<div><span class="fs12lh1-5">Ti costringe a rinunciare ad attività importanti</span></div>
</li>
<li data-start="2199" data-end="2250">
<div><span class="fs12lh1-5">Ti accompagna anche in assenza di motivi concreti</span></div>
</li>
</ul>
<div><span class="fs12lh1-5">…allora è il momento di ascoltarla con attenzione e valutare un supporto psicologico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>
<div class="imHeading5"><span class="cf1">Perché chiedere aiuto è importante</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5">Molte persone convivono per anni con paure che le limitano, pensando che “passerà da sola” o che “è solo un momento”. In realtà la paura spesso compromette la vita quotidiana creando dei limiti e aumentando nel tempo, nella maggior parte dei casi non scompare da sola. Affrontare la paura con l’aiuto di uno psicologo permette di:</span></div>
<ul data-start="2570" data-end="2801">
<li data-start="2570" data-end="2612">
<div><span class="fs12lh1-5">Comprendere meglio l’origine del disagio</span></div>
</li>
<li data-start="2613" data-end="2676">
<div><span class="fs12lh1-5">Imparare a gestire i pensieri e le reazioni fisiche associate</span></div>
</li>
<li data-start="2677" data-end="2728">
<div><span class="fs12lh1-5">Recuperare spazi di libertà e sicurezza personale</span></div>
</li>
<li data-start="2729" data-end="2801">
<div><span class="fs12lh1-5">Trasformare la paura da nemica invisibile a segnale utile da ascoltare</span></div></li></ul><div><br></div>
<div class="imHeading6"><span class="cf1">Conclusione</span></div>
<div><span class="fs12lh1-5"><span data-start="2824" data-end="2887">La paura non è il problema: il problema è quando ci influenza.</span><br data-start="2887" data-end="2890">
Riconoscerne la natura, distinguerne le forme e affrontarla con consapevolezza è possibile. Se senti che la tua paura ti limita o ti fa stare male, <span data-start="3038" data-end="3052">contattami</span>: insieme possiamo esplorarla e trovare strumenti per gestirla con maggiore serenità.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 11 Sep 2025 19:33:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[10 cose da sapere prima di andare in terapia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000057"><div class="imHeading1">10 cose da sapere prima di andare dallo psicologo</div><div><strong class="fs12lh1-5"><br></strong></div><div><span class="fs12lh1-5">Andare dallo psicologo è una
scelta importante, spesso accompagnata da aspettative, dubbi e speranze.
È normale chiedersi cosa aspettarsi dal percorso psicologico, se funzionerà
davvero, e in quanto tempo si potranno vedere dei risultati. In questo articolo
voglio offrirti alcune informazioni utili per iniziare questo viaggio con
maggiore consapevolezza, sapendo in parte cosa aspettarti per viverla al meglio.</span><span class="fs12lh1-5"><b></b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><b class="fs12lh1-5">1. I risultati non sono immediati</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La psicologia non è una “bacchetta magica” e il cambiamento
richiede tempo. Spesso ci si rivolge a uno psicologo in un momento di
difficoltà, cercando un sollievo rapido. Tuttavia, le trasformazioni profonde —
quelle che portano benessere duraturo — sono graduali. Serve pazienza, e ogni
passo avanti, anche se piccolo, ha valore. Il cambiamento è un processo graduale, che richiede
tempo, riflessione e costanza. Ogni piccolo passo è parte del cammino verso un
maggiore benessere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><b class="fs12lh1-5">2. Il tuo impegno è fondamentale</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo ti accompagna, ma non può “fare il lavoro” al
posto tuo. Portare
riflessioni, mettersi in discussione e provare nuove strategie nella vita
quotidiana sono elementi chiave del percorso. Più ti coinvolgi nel
processo, più questo può essere efficace.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">3. Non serve avere “problemi gravi” per andare dallo
psicologo</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Molte
persone intraprendono un percorso non per una crisi acuta, ma per conoscersi
meglio. In realtà, la psicoterapia o il supporto psicologico sono
strumenti preziosi anche per migliorare la qualità della vita, affrontare
scelte importanti, potenziare le proprie risorse interiori o semplicemente
conoscersi meglio. Qualsiasi
motivo che ti spinge a prenderti cura di te è valido. </span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">4. La relazione terapeutica è una parte centrale</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La fiducia
che si costruisce tra te e lo psicologo è il cuore del percorso. È importante
sentirti accolto, ascoltato e libero di essere te stesso. Se dopo qualche
incontro senti che non è la persona giusta, è legittimo cercare qualcuno con
cui ti senti più in sintonia.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">5. Ogni percorso è diverso</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Non esistono
protocolli standard validi per tutti. Ogni persona porta con sé una storia,
obiettivi specifici e un proprio ritmo. Per questo motivo, il percorso viene
costruito in modo personalizzato, passo dopo passo.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">6. Non si può sapere in anticipo quanto durerà</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La durata di
un percorso psicologico dipende da molte variabili: la complessità delle
difficoltà, gli obiettivi che ti poni, la tua disponibilità al cambiamento e il
ritmo con cui si lavora. Alcuni percorsi sono brevi, altri possono richiedere
più tempo. È normale non avere una scadenza precisa.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">7. A volte ci si può sentire peggio prima di stare
meglio</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Parlare di sé,
affrontare emozioni, rivedere vissuti passati può inizialmente generare disagio
o fatica. Fa parte del processo. Spesso è proprio attraversando queste emozioni
che si apre la strada a una comprensione più profonda e a un cambiamento
duraturo.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">8. Puoi fare domande: è il tuo spazio</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Lo studio
dello psicologo è uno spazio sicuro dove puoi sentirti libero di chiedere
chiarimenti su metodi, obiettivi, o dubbi che emergono. Il percorso è tuo, e
comprenderlo ti aiuta a viverlo con più fiducia e motivazione.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">9. Il cambiamento può essere anche sottile</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Non sempre i
risultati sono eclatanti o immediatamente visibili. A volte si manifestano in
piccoli gesti quotidiani, nuove consapevolezze o maggiore equilibrio nelle
relazioni. Anche questi sono segnali importanti di evoluzione.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div><b class="fs12lh1-5">10. Intraprendere questo percorso è un atto di
responsabilità verso te stesso</b></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Prendersi
cura della propria salute mentale è una forma di rispetto profondo verso sé
stessi. Non è un segno di debolezza, ma un gesto di forza e maturità.</span></div>

<div><b class="fs12lh1-5"><br></b></div><div class="imHeading2">Conclusione</div>

<div><span class="fs12lh1-5">Iniziare un
percorso psicologico significa prendersi cura di sé con coraggio e pazienza. È un viaggio che può portare
consapevolezza, sollievo, trasformazione. Se hai dubbi o desideri saperne di
più su come potrebbe aiutarti, contattami senza impegno: sarò felice di
ascoltarti e darti le informazioni di cui hai bisogno.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 22 Aug 2025 19:28:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La terapia cognitivo comportamentale]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000055"><div class="imHeading1">Terapia cognitivo comportamentale</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è uno degli approcci psicologici più studiati e utilizzati a livello internazionale. Si basa su un presupposto semplice ma potente: i nostri pensieri influenzano le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Intervenendo su questi pensieri, possiamo modificare le emozioni e i comportamenti disfunzionali, favorendo il benessere psicologico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Come funziona la TCC?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La TCC è una terapia attiva, collaborativa e orientata agli obiettivi. Questo significa che terapeuta e paziente lavorano insieme per comprendere i meccanismi che mantengono il disagio e per sviluppare strategie pratiche per affrontarlo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel corso delle sedute, si analizzano i pensieri automatici negativi, le credenze profonde e i comportamenti che alimentano la sofferenza. Attraverso esercizi pratici, ristrutturazioni cognitive e tecniche comportamentali, si impara gradualmente a vedere le situazioni in un modo che genera benessere e ad affrontare le difficoltà in modo più funzionale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Per quali problematiche è indicata?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Terapia Cognitivo-Comportamentale ha dimostrato efficacia scientificamente comprovata nel trattamento di numerose problematiche psicologiche, a titolo esemplificativo:</span></div> &nbsp;<div><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ansia e attacchi di panico</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Depressione</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fobie specifiche e ansia sociale</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Disturbi da stress post-traumatico (PTSD)</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Problemi relazionali</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Disturbi alimentari</span></li></ul></ul><ul type="disc"><ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Disturbi da somatizzazione e gestione del dolore cronico</span></li></ul></ul></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma la TCC è adatta anche per altre problematiche, come persone che desiderano migliorare la propria autostima, la gestione delle emozioni o lo sviluppo personale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Un approccio pratico e centrato sulla persona</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La TCC si basa su un modello scientifico ma mantiene sempre al centro la persona, con i suoi bisogni, valori e obiettivi. Ogni percorso è unico, e viene adattato sulla base della storia individuale, delle risorse disponibili e delle priorità del momento.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come psicologa, il mio obiettivo è creare uno spazio accogliente e sicuro, dove la persona possa sentirsi ascoltata, compresa e supportata nel costruire il cambiamento che desidera. La TCC non si limita a “parlare dei problemi”, ma offre strumenti concreti per affrontarli nella vita quotidiana, favorendo una maggiore consapevolezza e autonomia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se senti che è il momento di prenderti cura di te, contattami o prendi subito un appuntamento (clicca <a href="https://www.calengoo.com/booking/valentina_bassi/" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.calengoo.com/booking/valentina_bassi/', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">qui </a>per prenotare una seduta) per valutare insieme il percorso più adatto a te.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Psicologa e Psicoterapeuta</span></div><div><span class="fs12lh1-5">E-mail:</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">bassi.psicologa@gmail.com</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tel: 351 5460735</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 15 May 2025 20:12:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La ruminazione]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000054"><div class="imHeading1">Ruminazione</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La ruminazione è un tipo di pensiero persistente e ripetitivo su un tema relativo a obiettivi o timori non risolti. Può essere costruttivo o controproducente a seconda che faciliti o ostacoli il raggiungimento dell’obiettivo o la risoluzione del problema. È una modalità di pensiero comune e talvolta utile, a tutti in alcuni momenti capita di ruminare, ed è un fenomeno che di solito ha breve durata perché permane fino al raggiungimento o all’abbandono dell’obiettivo. </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In alcuni casi però la ruminazione può diventare patologia, ad esempio se gli obiettivi sono poco chiari o difficili da raggiungere, oppure se le domande che la persona si pone non hanno una reale risposta. È &nbsp;infatti tipica di persone perfezioniste o degli stati depressivi, in questi casi si focalizza spesso sull’umore negativo, nel tentativo di trovarne cause, significati e conseguenze.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un altro problema che può portare a ruminare in modo patologico è il non conoscere delle strategie più funzionali che siano alternative alla ruminazione, in particolare risulta problematico l’utilizzo di uno stile di pensiero molto astratto. </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft">Perché le persone ruminano?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La ruminazione sembra essere un’abitudine mentale che spesso viene appresa in infanzia ed è legata al modo in cui i genitori si rapportano con il bambino, o al fatto che in alcuni momenti nella vita della persona ruminare sia stato utile. Le abitudini sono comportamenti che si ripetono frequentemente e sono di solito innescate dal contesto, nel mettere in atto la ruminazione si innesca quindi &nbsp;un’associazione con il contesto in cui viene messa in atto e questo funge da innesco, ed è quindi fuori dal controllo della persona. &nbsp;Essendo un abitudine è spesso al di fuori della consapevolezza e dell’intenzionalità della persona. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Trattamento della ruminazione</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Prima di iniziare il trattamento della ruminazione sarà necessario fare un’accurata valutazione per comprendere se il problema sia patologico o rientri nell’ambito della normalità. Se emerge che la ruminazione è patologica si aiuterà il paziente ad essere più consapevole dei propri pensieri e distinguere la ruminazione utile da quella controproducente.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando il paziente riuscirà ad essere più consapevole della sua ruminazione si potranno individuare gli stimoli ambientali che fungono da innesco e, a seconda delle necessità si interverrà modificando l’ambiente ed il comportamento, modificando lo stile di pensiero rendendolo più concreto, migliorando al concentrazione o la compassione. </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In alcuni casi la ruminazione viene messa in atto per evitare determinate situazioni o sensazioni, in questi casi si dovrà intervenire anche sugli evitamenti. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Conclusione</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In conclusione, chiedere aiuto a uno psicologo quando si sperimenta la ruminazione è fondamentale per interrompere il ciclo di pensieri inutili e dannosi. Lo psicologo può guidare la persona a sviluppare maggiore consapevolezza, individuare i fattori scatenanti e fornire strategie per affrontare i pensieri in modo più sano e produttivo. Intervenire tempestivamente aiuta a prevenire che la ruminazione influisca negativamente sulla qualità della vita, migliorando il benessere emotivo e riducendo il rischio di sviluppare problematiche come la depressione o l'ansia. L'approccio terapeutico permette di riconoscere i meccanismi disfunzionali e di acquisire gli strumenti per gestirli in modo efficace, promuovendo un pensiero più positivo e orientato alla soluzione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div>Dr.ssa Valentina Bassi </div> &nbsp;<div>Psicologa e Psicoterapeuta</div> &nbsp;<div>E-mail: <span class="fs12lh1-5">bassi.psicologa@gmail.com</span></div><div>Tel: 351 5460735</div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading5">Bibliografia parziale: </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Watkins, E. R. (2016). <i>La terapia cognitivo comportamentale focalizzata sulla ruminazione per la depressione</i>. Erikson.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 20:04:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Bassa autostima, cause e terapia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000052"><div class="imHeading1">Bassa autostima - cause e terapia</div> &nbsp;<div>L'autostima in psicologia si riferisce alla valutazione che una persona fa di sé stessa, ovvero quanto si apprezza, si accetta e si considera degna di rispetto. Essa può influenzare il benessere emotivo, la motivazione e le relazioni interpersonali, e può essere sia positiva (alta autostima) che negativa (bassa autostima). In questo articolo mi concentrerò soprattutto sulla bassa autostima, se vuoi saperne di più sull'autostima in genrale, leggi il mio articolo precedente su questo tema a questo <a href="https://bassipsicologa.it/blog/?autostima" class="imCssLink">link</a>.</div><div><br></div><div>Le persone con bassa autostima hanno una visione negativa del proprio valore che è persistente e si estende a tutte le aree di vita. per questo motivo spesso le persone con bassa autostima non sono soddisfatte di sé o della loro vita. </div> &nbsp;<div>La bassa autostima ha effetto sia sui pensieri e sulle valutazioni che la persona fa di sé, sia sui suoi comportamenti e sulle emozioni. Inoltre può avere effetti negativi sul lavoro perché la paura di fallire può portare ad evitare alcune situazioni e avere un rendimento al di sotto delle proprie possibilità, sulle relazioni e sulla cura di sé, in questi ultimi due casi le persone con bassa autostima possono situarsi in un estremo, quello dell’evitamento, o in quello opposto, cioè l’iper impegno in questi ambiti. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Cause della bassa autostima</div> &nbsp;<div>Ci sono diversi fattori che possono portare a sviluppare una bassa autostima, tra gli aspetti che sembrano essere particolarmente influenti vi sono le esperienze avute in infanzia e adolescenza. </div> &nbsp;<div>Tra le esperienze negative che possono esitare in bassa autostima vi sono il ricevere ingiuste punizioni, essere trascurati in famiglia, genitori con standard elevati che non vengono soddisfatti, vivere con genitori particolarmente stressati o infelici che mancano di autocontrollo e fanno molte critiche ai figli. Oltre che in casa sono importanti anche le esperienze con i pari, come il non essere all’altezza dei pari, l’essere esclusi a scuola o in generale il non vivere quotidianamente abbastanza esperienze positive. </div> &nbsp;<div>Anche a fronte dello sviluppo di una buona autostima in infanzia e adolescenza, talvolta questa può subire dei crolli in età adulta in seguito ad esperienze molto negative. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Terapia della bassa autostima</span></div> &nbsp;<div>La terapia per migliorare l’autostima inizia dal fare una valutazione accurata della situazione e identificare i fattori che hanno contribuito a creare e mantenere una bassa autostima. In seguito si focalizzerà principalmente sull’individuare e affrontare ai pensieri, le predizioni negative e l’autocritica che mantengono la bassa autostima. &nbsp;</div> &nbsp;<div>Si lavorerà poi sui comportamenti, in particolare sulle precauzioni e sugli evitamenti che vengono messi in atto e che peggiorano la bassa autostima, sviluppando se necessario anche nuove abilità come ad esempio quelle relative alla comunicazione. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Conclusioni</span></div> &nbsp;<div>La bassa autostima può portare quindi a una grande sofferenza, ma con la terapia è possibile migliorarla e sviluppare un'autostima sana e una visione equilibrata delle proprie capacità, dei propri pregi e difetti, migliorando così la propria soddisfazione di vita.</div><div><br></div><div><br></div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Bibliografia parziale</span></div><div>Sartirana, M., Camporese, L. &amp; Dalle Grave, R. (2020). Vincere la bassa autostima, un programma basato sulla terapia cognitivo comportamentale. <span class="fs12lh1-5"><i>Positive Press, Verona</i></span>. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 10 Apr 2025 15:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il perfezionismo: caratteristiche e terapia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000051"><div class="imHeading1">Il perfezionismo: caratteristiche e terapia</div> &nbsp;<div>Il perfezionismo è un problema presentato da molti pazienti, infatti svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel mantenimento di diversi problemi psicologici, come ad esempio depressione, ansia, disturbi del comportamento alimentare, disturbo ossessivo compulsivo, può anche presentarsi come problema a sé causando anche in questo caso grande sofferenza. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Definizione</div> &nbsp;<div>Il perfezionismo ha avuto nel corso del tempo diverse definizioni, come ad esempio “l’abitudini a richiedere a se stessi e agli altri una prestazione più elevata rispetto a quella richiesta dalla prestazione”, oppure come “la tendenza a credere che ci sia la soluzione perfetta ad ogni problema, che fare qualcosa in modo perfetto non è solo possibile, ma necessario e che persino errori minori avranno conseguenze serie”. Non vi è però una definizione univoca del costrutto di perfezionismo, ma la maggior parte delle definizioni concordano sull’attenzione a standard elevati e spesso irraggiungibili o non necessari, con il timore di gravi conseguenze se non vengono raggiunti. </div> &nbsp;<div>Le persone perfezioniste sviluppano anche una valutazione di sé disfunzionale a causa di esigenti standard autoimposti e della frequente focalizzazione solo su alcune aree della vita, e proprio nella dipendenza della valutazione di sé dal raggiungimento di questi standard sta il problema del perfezionismo. La terapia del perfezionismo infatti non mira ad abbassare gli standard o a portare il paziente a fare le cose fatte male, ma semplicemente a creare una valutazione di sé che non dipenda dal raggiungimento degli standard.</div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Origini del perfezinismo</span></div> &nbsp;<div>Il perfezionismo spesso nasce in seguito alla presenza di alcuni fattori di rischio nell’ambiente in cui l’individuo cresce. Tra questi fattori di rischio possiamo individuare: </div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div>- eccessive critiche da parte dei genitori; </div></blockquote><blockquote><div>- genitori molto esigenti; </div></blockquote><blockquote><div>- punizioni o critiche eccessive per alcuni comportamenti; </div></blockquote><blockquote><div>- genitori che non premiano i comportamenti positivi; </div></blockquote><blockquote><div>- l’amore dei genitori dipende dal raggiungimento di determinati standard; </div></blockquote><blockquote><div>- avere genitori perfezionisti.</div></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div>Tutti questi fattori, uniti anche ad altri, possono portare a sviluppare la convinzione tipica del perfezionismo, che sia fondamentale non commettere errori.</div><div class="imHeading4"><span class="cf1"><br>Terapia del perfezionismo</span></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div>Il trattamento del perfezionismo mira quindi, come già detto, a creare una valutazione di sé che non dipenda dalla prestazione, si arriva a questo attraverso un’accurata valutazione del problema e degli ambiti in cui si manifesta il perfezionismo seguita da diverse fasi che vanno a modificare, uno alla volta, i diversi fattori che mantengono il perfezionismo, ad esempio: </div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div>- scarsa motivazione al cambiamento; </div></blockquote><blockquote><div>- &nbsp;valutazione di sé dipendente da pochi ambiti; </div></blockquote><blockquote><div>- organizzazione poco funzionale delle proprie giornate; </div></blockquote><blockquote><div>- controlli ripetuti di quanto si esegue; </div></blockquote><blockquote><div>- comportamenti messi in atto per migliorare il lavoro, ma che in realtà sono controproducenti; </div></blockquote><blockquote><div>- confronto con gli altri; </div></blockquote><blockquote><div>- evitamento di alcune attività; </div></blockquote><blockquote><div>- pensieri disfunzionali che causano il mantenimento del problema.</div><div><br></div></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusioni </span></div> &nbsp;<div>In conclusione quindi si può notare come il perfezionismo sia fonte di grande sofferenza soprattutto perché legato a una valutazione negativa di sé e al possibile sviluppo di diversi problemi psicologici, ma è possibile cambiare questa modalità di pensiero con l’aiuto di un professionista. </div><div><br></div><div><br></div><div><br></div><div><div class="imHeading6"><span class="cf1">Bibliografia parziale</span></div> &nbsp;<div>Camporese, L., Sartirana, M. &amp; Dalle Grave, R. (2020). Vincere il perfezionismo, un programma basato sulla terapia cognitivo comportamentale. Positive Press, Verona. </div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 15:58:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il cambiamento in terapia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004F"><div><div class="imHeading1">Il cambiamento
in terapia: un processo graduale</div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cambiamento in terapia è un percorso complesso e graduale che non offre
soluzioni istantanee. Molte persone si avvicinano alla terapia con l'aspettativa
di risultati rapidi, ma ben presto si rendono conto che il processo richiede
tempo, impegno e una continua riflessione. I problemi emotivi e comportamentali
radicati sono difficili da modificare rapidamente, poiché spesso sono il
risultato di abitudini consolidate e schemi di pensiero profondamente
interiorizzati. Anche quando una persona è consapevole della necessità di
cambiare, affrontare gli ostacoli psicologici che emergono è un passo
fondamentale per raggiungere un cambiamento duraturo.</span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il
cambiamento in terapia, quindi, non è un percorso lineare: ci sono momenti di
progresso e altri di stasi o regressione. A volte si possono sperimentare
"passi indietro", o ricadute, che fanno sentire frustrati. Questi
momenti, però, non devono essere visti come fallimenti, ma come parti naturali
del processo di trasformazione che ci danno informazioni sui temi ancora da
affrontare. Il vero progresso spesso emerge nel modo in cui affrontiamo e
impariamo dalle difficoltà.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading2 imTALeft">Gli alti e
bassi del cambiamento: la resistenza e la consapevolezza</div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Uno degli aspetti più difficili del cambiamento in terapia è la resistenza.
Anche quando una persona desidera cambiare, spesso ci sono blocchi emotivi che
ostacolano il progresso. Questi blocchi derivano dalla paura del nuovo, dalla
paura di perdere il controllo o dalla necessità di affrontare emozioni
dolorose. La terapia offre un ambiente sicuro in cui esplorare e affrontare
queste resistenze, ma è importante essere consapevoli che esse possono emergere
in qualsiasi momento del percorso terapeutico.</span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le ricadute,
ad esempio, sono comuni durante la terapia o dopo la sua conclusione e non
devono essere vissute come un segno di fallimento. La vera crescita si verifica
nel modo in cui una persona reagisce a queste difficoltà, imparando da esse e
affrontandole con consapevolezza. Specialmente quando un problema è
persistente, come nelle dipendenze, nei disturbi d’ansia o nei traumi, il
cambiamento richiede pazienza, perseveranza e una preparazione mentale per
gestire le emozioni difficili che possono scatenare vecchi schemi di
comportamento.</span></div><div class="imHeading3"><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1">Perché chiedere
aiuto il prima possibile?</span></div></div>

<div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il tempo gioca un ruolo cruciale nel cambiamento psicologico. Iniziare il
percorso terapeutico prima che il problema si radichi troppo profondamente
aumenta le possibilità di un cambiamento efficace. Lasciare che i problemi
psicologici persistano senza affrontarli può renderli più complessi e difficili
da trattare. Quando si ignora o si rimanda la risoluzione di un problema, i
pensieri e i comportamenti disfunzionali si inseriscono nella vita quotidiana,
aumentando la resistenza al cambiamento.</span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Affrontare
un problema in fase iniziale può ridurre il rischio di complicazioni future e
rendere il trattamento più breve ed efficace. Anche se le difficoltà sono
presenti da tempo è bene non rimandare oltre, prima si interviene, più facile
sarà ridurre il rischio di difficoltà psicologiche più gravi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Il ruolo
dello psicologo nel facilitare il cambiamento</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo svolge un ruolo centrale nel facilitare il cambiamento,
accompagnando il paziente attraverso ogni fase del processo terapeutico. La
costruzione di una relazione di fiducia è il primo passo cruciale, in cui la
persona si sente ascoltata, compresa e supportata. Successivamente, lo
psicologo aiuta il paziente ad esplorare le emozioni, a comprendere i propri
comportamenti e a sviluppare nuove strategie per affrontare le difficoltà.</span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L'approccio
terapeutico adottato dipende dalle necessità del paziente. Lo psicologo gioca
anche un ruolo chiave nel supportare il paziente durante i momenti di
difficoltà e le ricadute, insegnando abilità di coping per gestire lo stress e
le emozioni difficili, che sono spesso fattori scatenanti per il ritorno a
vecchi comportamenti. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusioni </span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cambiamento in terapia è un processo lungo e graduale che richiede costanza,
impegno e tempo. Sebbene i progressi possano sembrare lenti e le difficoltà
possano sembrare insormontabili in certi momenti, ogni passo avanti è una
vittoria. Quando un problema è presente da lungo tempo, il cambiamento richiede
ancora più pazienza, ma con il giusto supporto terapeutico, ogni persona ha la
possibilità di modificare i propri comportamenti e migliorare il proprio
benessere psicologico.</span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Chiedere
aiuto il prima possibile è essenziale per evitare che i problemi psicologici
diventino troppo radicati. Un percorso terapeutico tempestivo aumenta le
possibilità di successo e offre gli strumenti necessari per un cambiamento
profondo e duraturo. Lo psicologo è lì per accompagnare il paziente in ogni fase
del percorso, fornendo supporto, strategie e comprensione per affrontare le
difficoltà e raggiungere il benessere emotivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading6"><span class="cf1">Bibliografia</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Miller, W.
R., &amp; Rollnick, S. (2013). <i>Motivational Interviewing: Helping People
Change</i> (3rd ed.). The Guilford Press.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Prochaska,
J. O., &amp; DiClemente, C. C. (1983). <i>Stages and Processes of Self-Change
of Smoking: Toward an Integrative Model of Change</i>. Journal of Consulting
and Clinical Psychology, 51(3), 390–395.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Hettema, J.,
Steele, J., &amp; Miller, W. R. (2005). <i>Motivational Interviewing</i>.
Annual Review of Clinical Psychology, 1, 91-111.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Beck, A. T.
(2011). <i>Cognitive Therapy: Basics and Beyond</i>. The Guilford Press.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Norcross, J.
C., &amp; Wampold, B. E. (2011). <i>Evidence-Based Therapy Relationships:
Research Conclusions and Clinical Practices</i>. Psychotherapy: Theory,
Research, Practice, Training, 48(1), 98–102.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 14 Mar 2025 19:17:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le fasi del cambiamento]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004E"><div><div class="imHeading1">Le fasi del
cambiamento</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cambiamento è una costante della vita umana, ma spesso, nonostante le buone
intenzioni, può risultare difficile e fonte di frustrazione. Che si tratti di
smettere di fumare, cambiare abitudini alimentari o affrontare una nuova carriera,
ogni processo di cambiamento comporta sfide emotive, comportamentali e
psicologiche. Comprendere le fasi che accompagnano il cambiamento è
fondamentale per orientarsi in questo processo. La teoria delle fasi del
cambiamento proposta da Prochaska e DiClemente, conosciuta come modello transteoretico,
è uno degli approcci più noti per comprendere come le persone affrontano il
cambiamento. Un altro contributo importante è la teoria delle fasi del
cambiamento di Miller e Rollnick, che si concentra sul cambiamento
comportamentale, in particolare nell’ambito della psicoterapia. In questo
articolo analizzeremo le fasi del cambiamento, il ruolo che uno psicologo può
avere nel facilitare il cambiamento e come affrontare le difficoltà durante il
processo di trasformazione.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading2 imTALeft">Definizione delle
fasi del cambiamento </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La teoria delle fasi del cambiamento proposta da Miller e Rollnick descrive il
cambiamento come un processo che si sviluppa in fasi progressivamente più
complesse. Secondo questo modello, il cambiamento non avviene in modo lineare,
ma è un processo dinamico che nasce dal conflitto interiore tra il desiderio di
cambiamento e la resistenza. Le fasi principali del cambiamento, secondo Miller
e Rollnick, sono:</span></div></div>

<ol start="1" type="1">
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Precontemplazione</b>: in questa fase, la persona
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;non riconosce di avere un problema o la necessità di cambiare. Non c’è
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;consapevolezza del cambiamento necessario e il comportamento indesiderato
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;continua senza essere messo in discussione. La resistenza è alta e la
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;persona potrebbe essere difensiva o rifiutare qualsiasi suggerimento di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cambiamento.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Contemplazione</b>: in questa fase, la persona
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;inizia a riconoscere il problema, ma è ancora indecisa su cosa fare. Si
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;riflette sulle possibili conseguenze del cambiamento, ma non c’è ancora un
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;impegno concreto. La persona oscilla tra i pro e i contro del cambiamento,
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;avvertendo confusione e ambivalenza.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Preparazione</b>: una volta presa la decisione
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di cambiare, la persona comincia a pianificare le azioni concrete da
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;intraprendere. C’è una maggiore motivazione e impegno verso il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cambiamento, ma è necessario definire i passi pratici. La persona si
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;prepara mentalmente ad affrontare il cambiamento.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Azione</b>: questa fase segna il momento
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;in cui il cambiamento diventa concreto. Qui si verificano modifiche nei
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comportamenti, nelle abitudini e nelle routine quotidiane. È una fase di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sperimentazione, in cui l’impegno è alto, ma le difficoltà possono essere
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;significative.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Mantenimento</b>: dopo aver compiuto il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cambiamento, la persona deve fare i conti con il mantenimento del nuovo
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comportamento nel tempo. Questa fase è cruciale per evitare le ricadute e
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;consolidare il cambiamento a lungo termine. Si sviluppano strategie per
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;affrontare le situazioni che potrebbero minacciare la stabilità del
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cambiamento.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Ricaduta</b>: sebbene non sempre
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;considerata una fase, la ricaduta è una realtà frequente in molti processi
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di cambiamento. Quando una persona ritorna a vecchi comportamenti, non va
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;vista come un fallimento definitivo, ma come una parte di un ciclo di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;apprendimento che può portare a un miglioramento continuo.<br><br></span></li>
</ol>

<div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">La difficoltà
nel cambiare </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cambiamento è un processo complesso che richiede tempo e impegno. Anche con
buone intenzioni, molte persone si trovano ad affrontare ostacoli significativi
lungo il cammino. La resistenza interna, che può manifestarsi come paura, dubbi
o la percezione che il cambiamento sia troppo difficile, è una delle principali
difficoltà. Cambiare abitudini, soprattutto quelle radicate nel tempo, richiede
una forte motivazione e una grande energia mentale ed emotiva.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, il cambiamento non è un evento istantaneo, ma un processo graduale.
Spesso, le persone si sentono frustrate perché i risultati non sono immediati.
È essenziale avere pazienza, pratica e costanza, e riconoscere che le ricadute
fanno parte del processo.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Come può
aiutare lo psicologo?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo svolge un ruolo fondamentale in ogni fase del cambiamento,
offrendo supporto, motivazione e strategie per superare le difficoltà.
L’intervista motivazionale (Motivational Interviewing), sviluppata da Miller e
Rollnick, è un approccio terapeutico che si concentra sull’ascolto empatico e
sul rafforzamento della motivazione intrinseca al ca</span><span class="fs12lh1-5">mbiamento. Aiuta la persona
a esplorare le proprie ambivalenze riguardo al cambiamento, riconoscere i
benefici e ridurre la resistenza. Il modello di Prochaska e &nbsp;Di Clemente invece sostiene l'idea che
ogni fase richieda un tipo di intervento specifico, enfatizzando la
progressione da una fase all'altra.</span></div></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In ciascuna
fase, lo psicologo può quindi intervenire in modo mirato:</span></div>

<ul type="disc">
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Precontemplazione</b>: l’obiettivo è aumentare la
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;consapevolezza del problema e stimolare la riflessione sulla necessità di
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cambiamento, riducendo la difensività e incoraggiando l’esplorazione dei
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;vantaggi e svantaggi del comportamento attuale.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Contemplazione</b>: lo psicologo aiuta a
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;esplorare i dubbi e le ambivalenze riguardo al cambiamento, attraverso un
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;ascolto attivo e un rafforzamento della motivazione.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Preparazione e Azione</b>: in queste fasi, lo psicologo
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;supporta la pianificazione pratica dei passi da compiere, fornendo
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;strategie per affrontare gli ostacoli e stabilendo obiettivi chiari e
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;realizzabili.</span></li>
 <li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Mantenimento</b>: durante questa fase, lo
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;psicologo aiuta a monitorare il progresso, a rinforzare i successi e a
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;costruire abilità per gestire le difficoltà che potrebbero minacciare il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cambiamento.<br><br></span></li>
</ul>

<div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusioni</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le fasi del cambiamento, secondo il modello di Miller e Rollnick, offrono una
guida utile per comprendere il processo di trasformazione personale. Ogni fase
ha le sue sfide e opportunità, e il supporto psicologico può facilitare il
percorso, aiutando a superare gli ostacoli e a rendere il cambiamento più
duraturo. È fondamentale comprendere che il cambiamento è un processo che
richiede tempo, pazienza e determinazione. Se ti riconosci in uno di questi
momenti di cambiamento e ti senti bloccato, un psicologo può essere una risorsa
preziosa per guidarti attraverso il processo. Non esitare a chiedere aiuto per
intraprendere il cambiamento che desideri.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading6"><span class="cf1">Bibliografia</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Miller, W.
R., &amp; Rollnick, S. (2013). <i>Motivational Interviewing: Helping People
Change</i> (3rd ed.). The Guilford Press.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Prochaska,
J. O., &amp; DiClemente, C. C. (1983). <i>Stages and Processes of Self-Change
of Smoking: Toward an Integrative Model of Change</i>. Journal of Consulting
and Clinical Psychology, 51(3), 390–395.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Rollnick,
S., &amp; Miller, W. R. (1995). <i>What is motivational interviewing?</i>
Behavioural and Cognitive Psychotherapy, 23(4), 325-334.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Hettema, J.,
Steele, J., &amp; Miller, W. R. (2005). <i>Motivational Interviewing</i>.
Annual Review of Clinical Psychology, 1, 91-111.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 19:13:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il paradosso della scelta]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004D"><div class="imHeading1">Il paradosso
della scelta</div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella
società moderna, la possibilità di scegliere è considerata una delle maggiori
libertà che possiamo esercitare. Ogni giorno siamo circondati da numerose
opzioni, dalle più semplici, come cosa mangiare o quale abito indossare, a
quelle più complesse, come la carriera da seguire o la persona con cui
condividere la vita. Sebbene l'idea di avere libertà di scelta possa sembrare
vantaggiosa, diversi studi rivelano che, paradossalmente, un eccesso di opzioni
può aumentare il nostro stress, la frustrazione e l’indecisione. Questo
fenomeno è conosciuto come il "paradosso della scelta", un concetto
che ha suscitato numerosi dibattiti tra esperti e che merita un'attenta
riflessione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">La teoria di
Schwartz</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il paradosso della scelta è stato introdotto dallo psicologo Barry Schwartz, il
quale sostiene che un numero eccessivo di opzioni può ridurre il nostro
benessere, piuttosto che migliorarne la qualità. Sebbene possa sembrare che più
scelte ci consentano di prendere decisioni più soddisfacenti, in realtà, troppa
disponibilità di alternative può generare confusione, frustrazione e
indecisione. Quando ci troviamo di fronte a numerose opzioni, il processo
decisionale diventa arduo. Anche se alla fine facciamo una scelta, possiamo
provare un senso di insoddisfazione o rimpianto per le possibilità non
esplorate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il paradosso della scelta si manifesta in vari aspetti della vita quotidiana.
Un esempio comune riguarda l’acquisto di un prodotto. Se ci sono dieci opzioni
simili, ci sentiamo più sicuri nella nostra scelta. Ma quando il numero di
alternative aumenta drasticamente, ad esempio a cento, il nostro livello di
stress cresce. Non è il numero delle opzioni a essere problematico in sé, ma il
fatto che dobbiamo considerarle tutte, valutando pro e contro. Questo può farci
provare un’ansia tale da rendere difficile scegliere. Inoltre, più scelte
dobbiamo fare, maggiore è il rischio di commettere errori, e la paura di
sbagliare può portarci a procrastinare o addirittura evitare di fare una
scelta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Un altro aspetto rilevante del paradosso della scelta è il "rimpianto
post-decisione". Dopo aver preso una decisione, possiamo sentirci come se
avessimo potuto fare una scelta migliore. Questo accade perché ci sono sempre
altre opzioni che non abbiamo preso in considerazione e la nostra mente tende a
concentrarsi su ciò che non abbiamo esplorato. Questo fenomeno è amplificato
dalla convinzione che avere più libertà di scelta dovrebbe inevitabilmente
portare a una scelta migliore, facendoci sentire insoddisfatti quando la nostra
decisione non è all’altezza delle aspettative.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, il paradosso della scelta è strettamente legato alla percezione del
controllo. Avere molte opzioni può farci sentire più in controllo della
situazione, ma quando non riusciamo a decidere, questa sensazione di controllo
si trasforma in ansia, creando un circolo vizioso di indecisione. Sembra quindi
che, piuttosto che il numero di opzioni, sia la nostra percezione del controllo
che gioca un ruolo fondamentale nel determinare quanto siamo soddisfatti della
nostra decisione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Il ruolo di
uno psicologo nell'affrontare il paradosso della scelta</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando ci sentiamo intrappolati nel paradosso della scelta, il supporto di uno
psicologo può essere cruciale per aiutarci a superare il blocco mentale e
prendere decisioni più consapevoli. Uno psicologo può aiutarci a comprendere
meglio le emozioni, i desideri e le paure che influenzano il nostro processo
decisionale. Essere consapevoli di come il nostro stato emotivo incida sulla
scelta è un passo fondamentale per imparare a navigare nel mare delle opzioni
senza lasciarsi sopraffare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In particolare, uno psicologo può aiutarci a ridurre il senso di inadeguatezza
che spesso accompagna il paradosso della scelta, facendoci comprendere che non
esiste una decisione perfetta. Ogni scelta comporta vantaggi e svantaggi, e
accettare questa realtà può portarci a una maggiore serenità. Tecniche come la
mindfulness o la terapia cognitivo-comportamentale possono essere utili per
ridurre il rimuginio su tutte le alternative e concentrarsi su ciò che è
veramente importante per noi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inoltre, uno psicologo può aiutarci a definire meglio i nostri valori e
obiettivi, così da poter ridurre il numero di opzioni da considerare. Quando le
scelte sono allineate con ciò che veramente desideriamo, il processo
decisionale diventa meno stressante, perché sappiamo di fare ciò che è più in
sintonia con il nostro benessere a lungo termine. Il supporto psicologico ci
permette di scegliere con maggiore chiarezza, riducendo l’indecisione e
aumentando la soddisfazione nelle scelte fatte.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel caso di decisioni particolarmente difficili, come quelle legate alla
carriera, alla famiglia o alle relazioni, uno psicologo può anche aiutarci a
esplorare le motivazioni sottostanti e a fare chiarezza sui conflitti interiori
che potrebbero ostacolare la nostra decisione. Il supporto psicologico fornisce
uno spazio sicuro per esplorare a fondo le opzioni senza giudizio esterno,
favorendo una riflessione più autentica e consapevole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Conclusione</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il paradosso della scelta dimostra che una maggiore disponibilità di opzioni
non porta sempre a maggiore soddisfazione, ma spesso alimenta indecisione e
ansia. In un mondo che ci offre infinite possibilità, è essenziale imparare a
gestire questa libertà in modo sano, evitando di essere sopraffatti dalla paura
di sbagliare o dal rimpianto per le scelte non fatte. Se ti senti bloccato in
un ciclo di indecisione o sopraffatto dalle tue opzioni, un colloquio con uno
psicologo può aiutarti a fare chiarezza e a prendere decisioni più consapevoli,
allineate con i tuoi veri desideri e valori. Non affrontare questo processo da
solo: un professionista può supportarti nel trovare serenità e controllo nella
tua vita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div class="imHeading5"><span class="cf1">Bibliografia</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Schwartz, B.,
<i>The Paradox of Choice: Why More Is Less</i>. HarperCollins, 2004.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Iyengar, S.
S. &amp; Lepper., M. R., “When Choice is Demotivating: Can One Desire Too Much
of a Good Thing?” <i>Psychological Science</i>, vol. 6, no. 6, 2000, pp.
379–383.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Seligman,
M., <i>La felicità autentica</i>. Rizzoli, 2003.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 19:08:00 GMT</pubDate>
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			<guid isPermaLink="false">https://bassipsicologa.it/blog/rss/00000004D</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I tempi di decisione: l'influenza delle scelte sul nostro benessere psicologico]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004C"><div><div class="imHeading1">I tempi di
decisione: l'influenza delle scelte sul nostro benessere psicologico</div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ogni giorno siamo chiamati a fare decisioni, grandi o piccole che siano.
Tuttavia, il tempo che dedichiamo a ciascuna scelta può avere un impatto
profondo sul nostro benessere emotivo e psicologico. Se, da un lato, agire
rapidamente può sembrare una qualità positiva, dall'altro una riflessione
approfondita ci aiuta a fare scelte più consapevoli. In questo articolo,
esamineremo come i tempi con cui prendiamo le decisioni influenzano il nostro
stato mentale, e come il supporto di uno psicologo può essere utile quando ci
troviamo in difficoltà con scelte particolarmente complesse.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">La complessità
del processo decisionale</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ogni decisione, che sia legata alla nostra vita personale, professionale o
interpersonale, comporta un processo di valutazione. Tuttavia, la sfida non sta
solo nel fare una scelta, ma nel farla al momento giusto. La velocità con cui
decidiamo dipende da numerosi fattori, tra cui l'urgenza, le pressioni esterne
e le emozioni. Ma il processo decisionale non si limita alla scelta tra agire
in fretta o rimandare. Esiste una zona intermedia in cui il tempo diventa
cruciale per il nostro benessere psicologico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando siamo costretti a decidere in fretta, ad esempio sotto pressione, potremmo
reagire impulsivamente, facendo affidamento sulle emozioni momentanee senza
considerare tutte le conseguenze. Queste decisioni rapide possono, in seguito,
non risultare soddisfacenti. Al contrario, un ritardo eccessivo nel prendere
una decisione, noto come procrastinazione, può derivare dalla paura di fare la
scelta sbagliata o dalla paura delle sue ripercussioni, portando a un aumento
dell'ansia e della frustrazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il problema non riguarda solo quanto tempo impieghiamo per decidere, ma come
viviamo quel tempo. L’indecisione prolungata può creare una spirale di
incertezze che alimenta lo stress. D’altra parte, il prendere decisioni troppo
rapidamente limita la possibilità di riflettere adeguatamente sulle opzioni.
Idealmente, i tempi decisionali dovrebbero essere equilibrati: un'opportunità
per riflettere, ma senza indugiare troppo in dubbi paralizzanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Il ruolo del
supporto psicologico</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Affrontare una decisione importante da soli può essere difficile, soprattutto
quando la paura di sbagliare si mescola al desiderio di fare la scelta giusta.
In queste situazioni, un psicologo può diventare un supporto fondamentale.
Quando ci sentiamo paralizzati dalle incertezze o sopraffatti dai tempi stretti
per decidere, un professionista può offrirci uno spazio sicuro in cui esplorare
le nostre emozioni </span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">e i nostri pensieri senza
giudizio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo può aiutarti a identificare gli aspetti emotivi che influenzano la
tua presa di decisione, come la paura del fallimento o la difficoltà a fidarsi
del proprio giudizio. Inoltre, può aiutarti a chiarire le tue priorità e
valori, facilitando una visione più chiara su quale sia la scelta più in
sintonia con le tue esigenze. Utilizzando tecniche come la ristrutturazione
cognitiva, l’approccio comportamentale o la mindfulness, uno psicologo può
insegnarti a ridurre l'ansia e a migliorare il processo decisionale, evitando
che i dubbi ti sovrastino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando le decisioni sono particolarmente complesse o si trovano in situazioni
di conflitto interiore (ad esempio, tra desideri contrastanti o obblighi
esterni e bisogni personali), il supporto psicologico aiuta a chiarire le
motivazioni sottostanti, migliorando la gestione di questi conflitti. In questo
modo, è possibile accelerare il processo decisionale, pur mantenendo la
riflessione necessaria a fare una scelta ponderata che rispetti il proprio
benessere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Conclusione</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le difficoltà nel prendere decisioni sono un'esperienza comune e naturale, ma
non dobbiamo affrontarle da soli. Se ti senti sopraffatto dalle scelte che devi
fare o se le indecisioni ti causano stress, considera di consultare uno
psicologo. Insieme, possiamo esplorare le tue preoccupazioni, aiutarti a
gestire l’incertezza e orientarti verso scelte che ti permettano di sentirti
più sereno e in controllo della tua vita. Non aspettare che l’indecisione
influenzi la tua salute mentale, prendi il primo passo verso il benessere:
contattami per un colloquio!</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 19:04:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La presa di decisioni: un cammino consapevole e guidato]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004B"><div class="imHeading1">La presa di
decisioni: un cammino consapevole e guidato</div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La presa di
decisioni rappresenta il processo attraverso il quale selezioniamo un'azione
tra diverse opzioni, basandoci su un insieme di riflessioni, emozioni,
esperienze passate e intuizioni. Sebbene molte scelte quotidiane possano
sembrare semplici, alcune situazioni possono renderle complesse, soprattutto
quando le decisioni influenzano in modo significativo la nostra vita. Le
difficoltà più comuni riguardano l'incertezza, la paura di sbagliare, il timore
del futuro, l’alto numero di opzioni (noto come il "paradosso della
scelta") e la pressione derivante da aspettative esterne, come quelle
sociali o familiari. Altri fattori, come il perfezionismo o un'autocritica eccessiva,
possono complicare ulteriormente la ricerca della "scelta perfetta".
Questo processo può diventare particolarmente stressante durante periodi di
cambiamento significativo, come quelli legati alla carriera, alle relazioni o
alla salute.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTAJustify"><span class="cf1">Le fasi della
presa di decisione</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il processo
decisionale si sviluppa attraverso diverse fasi, che permettono di affrontare
le scelte con maggiore consapevolezza. </span></div>

<blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">- La prima
fase è il riconoscimento del problema: è il momento in cui ci accorgiamo di
trovarci di fronte a una decisione rilevante. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">- La seconda
fase consiste nell'esplorazione delle opzioni, raccogliendo informazioni e
analizzando i pro e i contro di ogni alternativa. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">- La terza
fase è quella della valutazione delle alternative, che comporta una riflessione
sulle conseguenze di ciascuna scelta, cercando di allinearle con i propri
valori e obiettivi. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">- Infine, si
arriva alla fase conclusiva della decisione, in cui si seleziona l'alternativa
ritenuta più adatta e si agisce di conseguenza. </span></div></blockquote></blockquote></blockquote>







<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo
processo, tuttavia, può essere ciclico, con continue riflessioni, aggiustamenti
e rivalutazioni, soprattutto quando emergono imprevisti o modifiche nelle
circostanze.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTAJustify"><span class="cf1">Come può
supportarti uno psicologo nella presa di decisioni?</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo
può offrirti uno spazio sicuro in cui esplorare e chiarire le tue priorità,
valori e obiettivi. Grazie a tecniche psicologiche specifiche, come quelle
derivate dalla terapia cognitivo-comportamentale (CBT), lo psicologo può
aiutarti a superare gli ostacoli emotivi e cognitivi che impediscono una scelta
serena e consapevole. Inoltre, il professionista ti guiderà nel riconoscere e
modificare schemi mentali disfunzionali, riducendo lo stress e promuovendo un
approccio più critico e orientato all'autoefficacia, migliorando così la
qualità delle tue decisioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4 imTAJustify"><span class="cf1">Conclusione</span></div>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se ti trovi
in difficoltà nel prendere decisioni importanti o nel gestire momenti di
indecisione, non esitare a rivolgerti a un professionista. La consulenza
psicologica ti aiuterà ad affrontare le tue scelte con maggiore chiarezza e
fiducia. Ogni decisione che prendi è un passo verso il tuo benessere e la tua
crescita personale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading5"><span class="cf1">Bibliografia:</span></div>

<div><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">Beck, A. T., &amp; Weishaar, M.
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E. (2004). <i>Cognitive Therapy: Basic Principles and Applications</i>.
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Wiley.</span></li></ul><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">Gazzaniga, M. S. (2009). <i>The
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cognitive Neurosciences</i>. MIT Press.</span></li></ul><ul type="disc"><li><span class="fs12lh1-5">Schwartz, B. (2004). <i>The
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Paradox of Choice: Why More Is Less</i>. HarperCollins.</span></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 10 Jan 2025 18:59:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Dipendenza da shopping]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000004A"><div><div class="imHeading1">La dipendenza da shopping: un fenomeno crescente </div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La dipendenza da shopping, nota anche come oniomania, è un comportamento
compulsivo che ha guadagnato attenzione negli ultimi decenni, soprattutto con
l’espansione dell’e-commerce e la crescente facilità d'acquisto. Mentre in
passato l'acquisto di beni era legato principalmente alle necessità quotidiane,
oggi il consumo assume spesso una dimensione emotiva e psicologica,
trasformandosi in una vera e propria dipendenza. Quello che potrebbe sembrare
un comportamento innocente, infatti, può evolversi in una compulsione che ha
impatti devastanti a livello economico, relazionale e psicologico. In questo
articolo esploreremo la dipendenza da shopping, i suoi sintomi, le sue
conseguenze e come uno psicologo possa supportare chi ne soffre.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading2 imTALeft">Definizione
di dipendenza da shopping</div><div class="imTAJustify fs12lh1-5"><span class="fs12lh1-5">La dipendenza da shopping è una forma di dipendenza comportamentale che si
manifesta con l’impulso incontrollabile a fare acquisti, anche quando non sono
necessari. Si tratta di un bisogno compulsivo di comprare oggetti, spesso non
essenziali, che provoca una sensazione di sollievo temporaneo e gratificazione,
seguita frequentemente da sensi di colpa, ansia e frustrazione. A differenza di
un acquisto occasionale, la persona dipendente da shopping è spinta da un
desiderio irrefrenabile, difficile da razionalizzare. Questo comportamento può
interferire con la vita quotidiana, causando problemi finanziari, difficoltà
nelle relazioni interpersonali e un impatto negativo sul benessere emotivo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5">La dipendenza da shopping è un fenomeno in crescita a livello globale,
accentuato dagli acquisti online. Le possibilità di acquisto sono aumentate in
modo esponenziale, così come la tentazione di fare acquisti impulsivi. Secondo
ricerche recenti, si stima che tra il 5% e l’8% della popolazione adulta possa
soffrire di questa dipendenza, anche se la percentuale può variare in base ai
criteri diagnostici e alla regione geografica.</span><br></div></div><div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Sintomi della
dipendenza da shopping</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I sintomi della dipendenza da shopping sono diversi e spesso non è facile
distinguerli dai normali acquisti, soprattutto se la dipendenza è in fase
iniziale. Tra i principali segnali possiamo individuare:</span></div></div></div>

<ul type="disc">
 <ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Compulsione ad acquistare</b>: un desiderio incontrollabile
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;e ricorrente di fare acquisti, anche quando non vi è una reale necessità.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Gratificazione immediata
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;seguita da rimorso</b>: il piacere momentaneo derivante dall'acquisto è
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;spesso seguito da sensi di colpa, frustrazione o ansia.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Negligenza rispetto alle
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;conseguenze</b>: nonostante
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;le difficoltà finanziarie o le problematiche relazionali, la persona
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;continua ad acquistare.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Evasione emotiva</b>: l’acquisto diventa un
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;meccanismo per gestire emozioni negative, come tristezza, stress o ansia.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Interferenza con la vita
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;quotidiana</b>: il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comportamento compulsivo di fare acquisti compromette il lavoro, le
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;relazioni e altre attività quotidiane.<br><br></span></li></ul>
</ul>

<div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Le conseguenze
della dipendenza da shopping</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le conseguenze di questa dipendenza sono ampie e riguardano vari aspetti della
vita di una persona:</span></div></div></div>

<ul type="disc">
 <ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Finanziarie</b>: l’acquisto compulsivo può
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;portare a enormi debiti, difficoltà economiche e, nei casi più gravi, a
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;situazioni di bancarotta.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Emotive</b>: l’incapacità di controllare
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;il comportamento porta a frustrazione, vergogna e bassa autostima. Lo
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;shopping viene utilizzato come una via di fuga temporanea da emozioni
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;dolorose, ma non fa che peggiorare il malessere psicologico.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Relazionali</b>: la dipendenza da shopping può
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;isolare l’individuo dai propri cari. Le relazioni possono risentire della
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;mancanza di fiducia e della crescente difficoltà a mantenere una
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comunicazione aperta e sana.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Professionali</b>: il tempo e l’energia dedicati
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;agli acquisti possono interferire con la produttività lavorativa,
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;aumentando lo stress e riducendo la performance.<br><br></span></li></ul>
</ul>

<div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Quando è il
momento di intervenire</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È fondamentale distinguere tra acquisti occasionali e dipendenza. Se si
verificano le seguenti situazioni, potrebbe essere il momento di cercare aiuto:</span></div></div></div>

<ul type="disc">
 <ul><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Aumento della frequenza degli
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;acquisti</b>: il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comportamento diventa ripetitivo e costante,.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Difficoltà a controllare il
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;comportamento</b>: nonostante
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;il desiderio di smettere o limitare gli acquisti, la persona non riesce a
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;farlo.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Problemi finanziari</b>: le spese eccessive generano
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;debiti o difficoltà economiche, ma la persona continua a fare acquisti.</span></li><li class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><b>Problemi relazionali</b>: la dipendenza influisce
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;negativamente su rapporti familiari, sociali o lavorativi, creando
 &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;conflitti e ostacolando una comunicazione sana.</span></li></ul>
 
 
 
</ul>

<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se la
dipendenza da shopping sta compromettendo la qualità della tua vita, è
importante chiedere aiuto. Quando il comportamento compulsivo diventa
irrefrenabile, provoca sensi di colpa e rovina la vita quotidiana, un
professionista psicologo può essere fondamentale per identificare le cause
sottostanti e sviluppare strategie per gestire il comportamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading6"><span class="cf1">Come può
aiutare uno psicologo?</span></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Uno psicologo, in particolare tramite la </span><b class="fs12lh1-5">terapia cognitivo-comportamentale
(CBT)</b><span class="fs12lh1-5">, può aiutare a identificare i pensieri e i modelli comportamentali
disfunzionali che alimentano la dipendenza da shopping. La CBT aiuta a sostituire
le convinzioni errate e le emozioni negative che spingono la persona a fare
acquisti compulsivi, permettendo di sviluppare strategie per gestire lo stress
e le emozioni senza ricorrere allo shopping come meccanismo di coping.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A seconda delle situazioni può essere utile anche trattare le cause emotive
alla base della dipendenza, come ansia, depressione o il bisogno di
approvazione sociale. Inoltre, in alcuni casi, la consulenza finanziaria, unita
al supporto psicologico, può essere cruciale per affrontare i problemi
economici legati alla dipendenza.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div><div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Conclusioni</span></b></div><div class="fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La dipendenza da shopping è un disturbo che può influire gravemente sulla vita
di una persona, non solo a livello economico, ma anche emotivo e relazionale.
Tuttavia, con il giusto supporto psicologico, è possibile affrontare e superare
questa dipendenza. Se ti riconosci in questa descrizione, o se conosci qualcuno
che potrebbe soffrirne, non esitare a cercare aiuto. Rivolgiti a uno psicologo
per esplorare le radici del problema e sviluppare un piano che ti permetta di
vivere una vita equilibrata e soddisfacente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div></div>

<div class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5"><span class="cf1">Bibliografia</span></b></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Faber, R.
J., &amp; O'Guinn, T. C. (1992). <i>A clinical evaluation of compulsive buying</i>.
Journal of Consumer Research, 19(3), 459-469.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Schorr, I.
(2015). <i>The addiction of shopping: Understanding and treating compulsive
buying</i>. Routledge.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Christenson,
G. A., Faber, R. J., &amp; de Zwaan, M. (1994). <i>Compulsive buying:
Descriptive characteristics and psychiatric comorbidity</i>. Journal of
Clinical Psychiatry, 55(1), 5-11.</span></div>

<div class="imTAJustify"><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Koran, L.
M., Faber, R. J., Aboujaoude, E., &amp; Large, M. D. (2006). <i>Potential risks
of compulsive shopping</i>. Journal of Clinical Psychiatry, 67(5), 755-760.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 29 Dec 2024 18:52:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Fobia sociale]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000049"><div class="imHeading1">Fobia sociale</div> &nbsp;<div>Continuando questo filone di articoli sulle fobie dopo la fobia specifica e l’agorafobia oggi parliamo di Fobia sociale, o disturbo da ansia sociale. Si tratta di un disturbo d’ansia in cui vi è una paura intensa di trovarsi in situazioni sociali nelle quali vi è la possibilità di essere giudicati dagli altri. Le interazioni sociali sono però una parte fondamentale della nostra esistenza quindi le persone che soffrono di questo disturbo possono avere gravi difficoltà in molti settori della loro vita. </div> &nbsp;<div>L’ansia può riguardare tutte le situazioni pubbliche o solo alcune specifiche, come ad esempio tenere un discorso pubblico. Vi è in queste persone un forte desiderio di fare una buona impressione, ma anche l’incertezza rispetto al raggiungimento di questo scopo. La persona teme in particolare che gli altri si accorgano che lei si sente in imbarazzo o in ansia, di apparire ridicola e di essere umiliata.</div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Sintomi</div> &nbsp;<div>I principali sintomi sono: </div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Marcata paura o ansia in situazioni in cui si è esposti al possibile giudizio degli altri; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Timore di mostrare i sintomi di ansia e che questi siano valutati negativamente; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Evitamento delle situazioni sociali o queste vengono affrontate con intensa paura o ansia; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->L’ansia è sproporzionata rispetto al reale pericolo della situazione. </div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div>Spesso a questi si uniscono tono di voce basso, postura rigida, tendenza ad arrossire frequentemente e poca disponibilità a parlare di sé. </div> &nbsp;<div>I sintomi permangono per almeno 6 mesi e creano un disagio significativo nella vita sociale, ma possono creare difficoltà anche nella vita lavorativa o in altri ambiti di vita importanti per la persona. </div> &nbsp;<div>L’ansia si presenta non solo nella situazione sociale, ma inizia prima di esporsi alla situazione e permane anche dopo la sua conclusione con una tendenza a rimuginare sulle cose che possono non essere andate bene. Vi è quindi una tendenza ad evitare le situazioni sociale per evitare questo malessere, ma è bene spiegare che l’isolamento non è positivo per queste persone che in realtà vorrebbero relazionarsi con gli altri. Quando non si possono evitare le situazioni sociali ci può essere strategie disfunzionali per cercare di ridurre l’ansia come l’assunzione di alcol e sostanze. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Esordio</span></div> &nbsp;<div>L’esordio dell’ansia sociale sembra essere dovuto all’unione di fattori temperamentali e apprendimento. Si sviluppa infatti in persone che sono già predisposte con bassa autostima e alta autocritica che hanno avuto esperienze negative in passato legate a critica o umiliazione. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Terapia</span></div> &nbsp;<div>La psicoterapia cognitivo comportamentale è tra le più efficaci per il disturbo da ansia sociale, si individuano e modificano i pensieri disfunzionali che provocano ansia nelle situazioni sociali. Si apprendono tecniche di rilassamento e, se necessario, si sviluppano quelle abilità sociali che possono essere carenti. Infatti talvolta il disagio può essere legato all’effettiva mancanza di abilità sociali oppure se ci sono stati evitamenti delle attività per molto tempo si può aver dimenticato il modo adeguato di interagire con altri. In seguito si individuano le situazioni temute e si affrontano gradualmente e con l’aiuto del terapeuta. </div> &nbsp;<div>Se non trattata invece la fobia sociale tende ad essere cronica. </div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div> </div> &nbsp;<div>Per ulteriori informazioni o appuntamenti contattami.</div> &nbsp;<div>Dr.ssa Valentina Bassi </div><div>Psicologa<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>bassi.psicologa@gmail.com</div><div>351 5460735</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Nov 2024 18:49:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?fobia-sociale</link>
			<guid isPermaLink="false">https://bassipsicologa.it/blog/rss/000000049</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Agorafobia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000048"><div class="imHeading1">Agorafobia</div> &nbsp;<div>In un precedente articolo ho parlato delle fobie specifiche, ora parlerò di un particolare tipo di fobia, l’agorafobia. Il termine agorafobia deriva dalla parola greca Agorà che significa piazza; infatti, questo termine è stato inizialmente utilizzato per persone che avevano paura di recarsi in posti affollati. In realtà, i pazienti con sintomi di agorafobia temono tutte quelle situazioni in cui è difficile scappare o ricevere soccorso.</div> &nbsp;<div>Le persone che soffrono di agorafobia hanno paura di specifiche situazioni come: spazi aperti, luoghi chiusi senza una facile via d’uscita, stare in fila o tra la folla, luoghi lontani da casa o che non conoscono. L’affrontare queste situazioni provoca forte paura e disagio per questo le persone tendono ad evitarle, spesso quando non è possibile evitare cercano l’aiuto di un accompagnatore che renda meno temute le situazioni, per questo a volte il disturbo è difficile da identificare, perché le persone non evitano le situazioni, ma trovano delle modalità per affrontarle con l’aiuto di altre persone o comportamenti protettivi, ma questo non vuol dire che non ci sia un problema perché comunque la persona non riuscirebbe ad affrontare la situazione da sola. Le paure sono sproporzionate rispetto al reale pericolo della situazione e perdurano per almeno 6 mesi. </div> &nbsp;<div>L’agorafobia è spesso legata agli attacchi di panico, è quindi possibile che siano presenti contemporaneamente entrambe le diagnosi.</div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Esordio</div> &nbsp;<div>L’esordio è di solito tra la tarda adolescenza e la prima età adulta, se vi sono precedenti attacchi di panico è più probabile che l’esordio sia precoce. L’agorafobia è infatti di solito la conseguenza di un disturbo di panico, spesso l’insorgenza si presenta in periodi stressanti della vita che portano ad avere attacchi di panico, in seguito la situazione in cui si ha avuto l’attacco viene associata al panico portando la persona ad evitarle. La paura legata all’agorafobia non è solo quella dei luoghi, ma ci sono anche specifici pensieri della persona, in particolare quello di morire o impazzire, a questi timori di solito è legata anche la paura di perdere il controllo di sé. </div> &nbsp;<div>Se non trattata il decorso è cronico e nel lungo termine può essere legata alla comparsa di altri disturbi come depressione, uso di sostanze, ansia. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Trattamento</span></div> &nbsp;<div>Il trattamento dell’agorafobia si focalizza in un primo momento sull’individuare i pensieri e le idee disfunzionali che sono legate allo stimolo fobico. Si insegnano al paziente tecniche per gestire l’ansia, come il controllo del respiro e tecniche di rilassamento. In seguito si accompagna il paziente ad esporsi in modo graduale alle situazioni temute in modo da imparare a gestire le emozioni, ridurre il disagio percepito e gli evitamenti che compromettono la sua vita quotidiana. L’esposizione riduce l’ansia perché subentra l’abitudine e i timori si riducono riuscendo a comprendere che non c’è un reale pericolo nella situazione. </div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Per ulteriori informazioni o appuntamenti contattami.</div> &nbsp;<div>Dr.ssa Valentina Bassi </div><div>Psicologa<span class="fs12lh1-5"> </span></div><div>bassi.psicologa@gmail.com</div><div>351 5460735</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 01 Nov 2024 18:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Cosa sono le fobie?]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000047"><div class="imHeading1">Cosa sono le fobie?</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Le fobie sono paure sproporzionate verso qualcosa che non rappresenta un reale pericolo, la paura è intensa e duratura ed è dovuta a una cosa specifica con cui la persona che soffre di fobie ha il terrore di entrare in contatto. La paura è incontrollabile, infatti spesso le persone capiscono che i loro timori non sono razionali, ma non riescono comunque ad affrontare la situazione. Perché si possa parlare di fobie queste paure devono durare per almeno 6 mesi. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">I fobici tendono a evitare il più possibile le situazioni che provocano paura, ma questo è controproducente perché conferma la pericolosità della situazione e la propria incapacità di affrontarla, gli evitamenti possono essere tali da causare anche una compromissione di diverse aree di vita dell’individuo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft">Sintomi delle fobie</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Quando la persona si trova di fronte alla cosa temuta o anche solo pensa di poterla vedere la paura si può manifestare anche con sintomi fisici come: tachicardia, vertigini, disturbi gastrici, nausea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Le fobie specifiche</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Esistono diversi tipi di fobie, in altri articoli parlerò di Agorafobia e Fobia sociale, oggi mi concentrerò invece sulle fobie specifiche. Queste, come dice il nome, riguardano un oggetto specifico e possono essere di diverso tipo: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Situazionale: la fobia è provocata dall’essere in una particolare situazione (es. trasporti pubblici, ascensori, aerei); </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Animali: ad esempio la fobia dei ragni; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Ambiente naturale: è relativa a tutte le caratteristiche dell’ambiente che possono essere legate alle fobie, come temporali, altezze, buio, ecc. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sangue infezioni ferite: riguarda le fobie legate a sangue, ferite, iniezioni, ecc. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Altro: in cui la fobia è legata a situazioni non incluse tra le precedenti. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf1">Come nascono le fobie</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Le fobie sono di solito dovute ad esperienze che hanno provocato involontariamente un apprendimento, l’oggetto o situazione sono associate alla paura, anche se in realtà non comportano rischi. Gli evitamenti che seguono il primo episodio non permettono di disconfermare l’idea che ci sia un pericolo, anzi la confermano mantenendo così la paura. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading5"><span class="cf1">Trattamento</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Il trattamento delle fobia lavora su due livelli, cognitivo e comportamentale. A livello congnitivo si individuano i pensieri e le idee disfunzionali che sono legate allo stimolo fobico. A livello comportamentale invece si accompagna il paziente a esporsi in modo graduale alle situazioni temute in modo da imparare a gestire le emozioni, ridurre il disagio percepito e gli evitamenti che compromettono la sua vita quotidiana. L’esposizione riduce l’ansia perché subentra l’abitudine e i timori si riducono riuscendo a comprendere che non c’è un reale pericolo nella situazione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Per ulteriori informazioni o appuntamenti contattami.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Psicologa</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">bassi.psicologa@gmail.com</span></div><div><span class="fs12lh1-5">351 5460735</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 17:43:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Dipendenza da Internet]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000046"><div class="imHeading1">Dipendenza da internet</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">L’utilizzo di internet è un’attività che la maggior parte di noi svolge quotidianamente, questa infatti porta molte agevolazioni nella vita lavorativa, scolastica e sociale, ma in alcuni casi può diventare compulsivo e trasformarsi in una vera e propria dipendenza. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La dipendenza da internet, o internet addiction disorder (IAD), è definita come qualsiasi comportamento compulsivo correlato alla rete che provoca difficoltà nello svolgimento dell’attività lavorativa o nei rapporti affettivi, interferendo con lo svolgimento delle attività quotidiane. È quindi evidente che le conseguenze di questa dipendenza possono avere un impatto molto grande su tutte le aree di vita della persona poiché il tempo è dedicato principalmente all’uso di internet e vengono trascurate o messe in secondo piano le altre attività. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">La dipendenza da internet sembra essere un problema piuttosto recente, ma Young ne parlava già nel 1999 sostenendo che ci siano 5 tipologie di dipendenza da internet: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dipendenza dalle relazioni virtuali; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sovraccarico cognitivo (bisogno compulsivo di fare ricerche); </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dipendenza dal sesso virtuale; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Net compulsion; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dipendenza da videogiochi. </span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La dipendenza si sviluppa di solito seguendo 3 fasi: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Coinvolgimento, in cui c’è curiosità nell’uso di internet; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Abuso, in cui le normali attività sono trascurate per l’uso di internet; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dipendenza, in cui vi è la fuga dalla realtà e la dal disagio della vita quotidiana. </span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Il disturbo è più diffuso tra i maschi e tra i giovani, ma anche tra persone con determinate caratteristiche della personalità, ad esempio timidezza e bassa autostima. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Caratteristiche della dipendenza da internet</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Per comprendere se vi sia una dipendenza possiamo osservare se sono presenti alcune caratteristiche, tra le principali vi sono le seguenti: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Preoccupazione per Internet, ad esempio pensare alle attività che si svolgeranno durante il prossimo accesso; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Preoccupazione rispetto tempo trascorso online e aumento progressivo del tempo di utilizzo;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sentire il bisogno di trascorrere più tempo online per raggiungere la stessa quantità di soddisfazione;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Tentativi ripetuti e falliti di ridurre l'uso di Internet;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sensazioni di irritabilità, depressione e malumore quando l'uso di Internet è limitato; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Utilizzo di Internet per periodi di tempo più lunghi del previsto;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Mettere a rischio il proprio lavoro o una relazione per poter utilizzare Internet;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Mentire sulla quantità di tempo trascorso online;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Isolamento sociale;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Utilizzare Internet per regolare il proprio umore.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">A livello fisico i principali sintomi sono: stanchezza, alterazioni dell’appetito e della vista, mal di testa, mal di schiena o tachicardia. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Terapia della dipendenza da internet</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Dopo aver raccolto informazioni rispetto al paziente e alla sua problematica la terapia si occupa di spiegare il funzionamento del disturbo cercando anche di individuare quali possano essere i fattori scatenanti dell’utilizzo e le sue conseguenze. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">In seguito, una volta comprese quali siano le funzioni che la dipendenza da internet svolge, si aiuta la persona a sviluppare delle nuove abilità per poter rispondere alle funzioni svolte da internet in modo diverso. La dipendenza da internet è infatti spesso utilizzata per fare fronte alle difficoltà della vita quotidiana, per rispondere ad uno stress ad esempio o per migliorare le emozioni negative. Può essere quindi necessario, ad esempio, imparare come riconoscere e gestire le emozioni, come comunicare in modo funzionale o come gestire lo stress. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Si impara inoltre come gestire quelli che prima erano automatismi posticipando gradualmente le risposte e sviluppando l’autocontrollo. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per ulteriori informazioni o appuntamenti contattami.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Psicologa</span><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div><span class="fs12lh1-5">bassi.psicologa@gmail.com</span></div><div><span class="fs12lh1-5">351 5460735</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 17:38:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Attacchi di panico]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000045"><div class="imHeading1">Attacchi di panico</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Tra i sintomi che più di frequente presentano i pazienti vi sono gli attacchi di panico, non a tutti però è chiaro che cosa sia un attacco di panico e talvolta possono essere scambiati per panico sintomi diversi, come una forte ansia o sintomi di panico che non sono sufficienti per definire un attacco di panico vero e proprio. Scopriamo quindi come riconoscere un attacco di panico. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft">Cosa sono gli attacchi di panico</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">È importante chiarire che gli attacchi di panico non sono di per sé un disturbo mentale, ma si possono presentare all’interno di altri disturbi d’ansia o altri disturbi mentali. Gli attacchi di panico sono considerati un disturbo specifico solo se sono ricorrenti e inaspettati e presentano delle conseguenze che durano per diverso tempo, come la preoccupazione di avere altri attacchi di panico o cambiamenti del comportamento legati agli attacchi, ad esempio evitare alcune attività per paura che si presenti un attacco. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Gli attacchi di panico, sia all’interno di altri disturbi che come disturbo specifico, sono caratterizzati dalla comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiungono il picco in pochi minuti, questo può avere inizio da uno stato di calma o di ansia. In questo periodo di tempo si devono presentare anche almeno quattro dei seguenti sintomi: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Tachicardia;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sudorazione;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Tremori; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dispnea o sensazione di soffocamento; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sensazione di asfissia; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dolore al petto; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Nausea o disturbi addominali; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sensazioni di vertigini o di testa leggera; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Brividi o vampate di calore; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sensazione di formicolio; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sensazione di irrealtà o di essere distaccati da se stessi; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Paura di perdere il controllo; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Paura di morire. </span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Oltre a questi sintomi se ne possono presentare altri specifici per le diverse culture. </span></div><div class="imHeading3"><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1">Perché si presentano gli attacchi di panico</span></div></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">In genere gli attacchi di panico iniziano a presentarsi tra i 20 e i 24 anni, ma sono influenzati dal decorso di altri disturbi mentali o da eventi stressanti quindi possono presentarsi a qualsiasi età, ma sono rari prima dell’adolescenza. Se non trattato il disturbo ha un andamento cronico, anche se con delle oscillazioni nella gravità dei sintomi. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Secondo il modello di Clark il panico si presenta quando una persona valuta alcune sensazioni corporee o mentali innocue come pericolose, ritenendole i segnali che vi sarà a breve una catastrofe. Questa interpretazione può essere legata a sintomi di ansia, ma anche partire da sintomi di natura molto diversa (ad esempio assunzione di caffeina, rabbia, rilassamento). La preoccupazione per queste sensazioni provoca l’incremento dell’ansia, fino ad arrivare ad un attacco di panico. A partire da sintomi innocui si crea quindi un circolo vizioso che porta al panico, questo circolo viene mantenuto dai comportamenti che seguono l’attacco. Questi possono essere comportamenti di fuga dalla situazione che scatena l’attacco, evitamento delle situazioni in cui si sono presentati gli attacchi o attuazione di comportamenti protettivi. Questi comportamenti possono inizialmente far stare meglio la persona, perché sembrano portare alla riduzione degli attacchi, ma non permettono di affrontare le situazioni e quindi finiscono per compromettere sempre più gravemente la vita dell’individuo. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Tutto questo si verifica più facilmente in persone che hanno una forte sensibilità ai sintomi di ansia ritenendoli legati ad una malattia fisica o a perdita di controllo oppure a umiliazione ed esclusione sociale. Queste persone tendono ad evitare situazioni che generano ansia, sono molto attente alle sensazioni di ansia e si focalizzano molto sul proprio corpo. Questa maggiore sensibilità deriva dall’essere stati soggetti di determinate esperienze che hanno portato a temere questi sintomi, come vedere altre persone che li temono o ricevere informazioni errate in merito, ma il panico stesso può aumentare i timori rispetto a questi sintomi quindi la sensibilità ai sintomi di ansia e gli attacchi di panico hanno un rapporto bidirezionale. </span></div><div class="imHeading4"><span class="cf1"><br>Trattamento degli attacchi di panico</span></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nel trattamento degli attacchi di panico si inizia da una valutazione generale e poi una valutazione specifica del problema per comprendere come si è stabilito e cosa lo mantiene. Si spiega al paziente il funzionamento del disturbo in modo da aiutarlo a comprendere come funziona e individuare i fattori che portano al panico. Si stabiliscono gli obiettivi della terapia, poi si lavora sui pensieri che mantengono il problema cercando di metterli in discussione. Si lavora anche sull’accettazione e sulla gestione e tolleranza dei sintomi di ansia per poi portare il paziente ad affrontare, quando si sentirà pronto, quelle situazioni che aveva iniziato ad evitare a causa del panico. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading5"><span class="cf1">Conclusione</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">È quindi evidente che il panico non è solo una forte ansia, ma vi è la presenza anche di specifiche sensazioni fisiche e paure. Anche la forte ansia o attacchi di panico che non vanno a costituire un disturbo non sono sintomi da sottovalutare, infatti, come già detto, se non tratti questi sintomi tendono a cronicizzarsi e possono portare a grandi compromissioni della vita di chi ne soffre. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per ulteriori informazioni o appuntamenti contattami.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Dr.ssa Valentina Bassi </span></div><span class="fs12lh1-5">Psicologa</span><br><div><span class="fs12lh1-5">bassi.psicologa@gmail.com</span></div><div><span class="fs12lh1-5">351 5460735</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 19 Sep 2024 17:34:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Disturbo da ansia di malattia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000044"><div class="imHeading1">Disturbo da ansia di malattia</div>

<div><span class="fs12lh1-5">L’ansia per la salute è un problema piuttosto comune e in
forte aumento negli ultimi anni, sembrano infatti esserne affetti il 20% delle
persone che afferiscono a contesti medici. Nella popolazione generale sembra
colpire tra il 5 e il 7% della popolazione, con una prevalenza maggiore nella
popolazione femminile. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Nel disturbo da ansia di malattia è presente una
preoccupazione per la salute, in assenza di sintomi rilevanti, oppure possono
anche essere presenti in modo minimo dei sintomi somatici, ma il focus non è
sul sintomo, ci si concentra sul funzionamento della persona. &nbsp;Il disagio infatti non proviene dal sintomo,
ma dall’ansia per il sospetto di una diagnosi medica. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTALeft">Origini del disturbo</div>

<div><span class="fs12lh1-5">Le persone con ansia per la salute si vedono spesso come
persone deboli, fragili e vulnerabili, questo sarebbe legato all’aver avuto in
infanzia un rapporto con figure importanti che hanno rimandato al bambino
l’immagine di sé come debole a livello fisico o psicologico. Inoltre le
preoccupazioni per la salute possono essere rinforzate dalla reazione delle
altre persone a tali ansie o alla malattia stessa. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Un altro fattore che può portare all’ansia di malattia è il
comportamento del genitore rispetto alla malattia, il bambino infatti può
modellare il suo comportamento sulla base di quello del genitore. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Sono importanti anche le esperienze di vita della persona,
si nota infatti un legame tra la presenza di esperienze precoci di malattie
(propria o di altri) e la morte di persone care, con l’ansia di malattia. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Caratteristiche del disturbo</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Le persone che presentano una forte preoccupazione per la
propria salute mostrano spesso una serie di atteggiamenti come: continuare a
credere di essere ammalati nonostante le prove contrarie, la persona cerca
sempre maggiore sicurezza per cui fa continui accertamenti nonostante i
risultati che dovrebbero tranquillizzarla. Al contempo non accettano di poter
essere ammalati quindi ci può essere anche il completo evitamento di tutte le
visite mediche, anche quelle che sarebbero necessarie. Queste due idee non sono
presenti nello stesso momento, ma la persona oscilla da una all’altra. Ci sono
spesso anche forti autocritiche per proprio modo di pensare e comportarsi. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Questi comportamenti sono legati al fatto che le persone
spesso valutano in modo erroneo la probabilità di contrarre alcune malattie,
ritenendole molto probabili, soprattutto se si tratta di malattie gravi. I
sintomi vengono sempre visti come indicatori di gravi conseguenze, valutano
come catastrofico l’esito che può avere una malattia non immediatamente
diagnosticata, inoltre hanno un concetto di salute intesa come la completa
assenza di qualunque tipo di sintomo. Queste idee non sono di solito
giustificate da prove concrete e anzi sono mantenute nonostante la presenza di
prove contrarie e accettare il rischio di malattia è troppo difficile. &nbsp;</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Si può creare un circolo vizioso che mantiene questi timori
in cui la paura della malattia è la prova per la persona della sua debolezza.
La preoccupazione genera ansia i cui sintomi fisici sono interpretati come
sintomi di malattia, aumentando le preoccupazioni e portando a nuove ricerche
di sicurezza. Percependosi debole ed esposta alle malattie la persona può
andare incontro ad un umore depresso, questo si lega alla sensazione di un
indebolimento fisico e tutto questo viene letto come conferma dei propri timori
di malattia. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Terapia dell’ansia da malattia</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Nella terapia cognitivo comportamentale la prima fase dell’
intervento è quella di valutazione in cui si indaga quale sia la richiesta
della persona, quali sono i sintomi, in che contesti si manifestano e le
risposte emotive e comportamentali. Si individuano anche quando sono iniziati i
sintomi e cosa accadeva in quel periodo nella vita della persona. Sempre in
questa fase si indaga la storia di vita del paziente. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Una volta compreso e condiviso con il paziente il suo
funzionamento si passa all’indagine e alla messa in discussione delle credenze
che mantengono il problema. Questo è uno dei due principali obiettivi del
trattamento, l’altro obiettivo è quello dell’accettazione del rischio di
malattia, su questo si lavora nella successiva fase del trattamento prima di
passare all’ultima parte, cioè la prevenzione delle ricadute. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">È importante, come per tutti i disturbi, intervenire il
prima possibile, anche se i sintomi sono lievi e nelle fasi iniziali per
interrompere il progresso del disturbo che, se si aggrava, richiede una terapia
più lunga la cui efficacia sarà evidente solo dopo un periodo maggiore. </span></div><div class="imHeading5"><span class="cf1"><br>Bibliografia</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Perdighe, C. &amp; Gragnani, A. (2021). <i>Psicoterapia cognitiva, comprendere e curare
i disturbi mentali.</i> Raffaello Cortina Editore, Milano. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 27 Aug 2024 22:03:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il perdono]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000043"><div class="imHeading1">Il perdono</div><div class="imHeading2 imTALeft">Che cos’è il perdono?</div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il perdono è un profondo cambiamento che porta alla modifica
dei sentimenti negativi verso chi ha provocato il danno, può anche includere il
cambiamento dei comportamenti nei confronti dell’altra persona. Il perdono è
una scelta e non si può essere costretti a perdonare. Non implica
necessariamente il dimenticare, giustificare o la riconciliazione con
l’offensore, ma riguarda il liberarsi dalle emozioni negative e aumentare emozioni
e pensieri positivi, è una scelta morale. Quando si perdona si identifica
chiaramente il comportamento dell’altro come moralmente sbagliato, ma
nonostante gli errori commessi chi perdona riconosce il valore dell’altra
persona e gli offre ciò che può, senza che l’altro faccia necessariamente
qualcosa. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Tipi di perdono</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il perdono può prendere la forma di auto-perdono, cioè il
perdonare sé stessi in seguito al danno che si pensa di avere commesso. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il perdono interpersonale invece riguarda il perdono diretto
verso altre persone. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Ci può essere anche un perdono ambivalente in cui la persona
è divisa tra il voler chiudere la questione e la presenza di sentimenti di
risentimento, si alternano quindi disponibilità a perdonare e momenti di
rabbia. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Se le persone riescono a superare la rabbia non per forza
vuol dire che abbiano perdonato, ma si possono sviluppare altri sentimenti
negativi, come l’indifferenza. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il perdono completo invece permette di ristabilire
l’equilibrio psicologico con sé e l’altra persona, permette la chiusura
definitiva della questione e il ricominciare a vivere serenamente la propria
vita. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Fasi del perdono</span></div>

<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Fase del disvelamento: può essere un momento
emotivamente doloroso perché la persona prende consapevolezza del proprio
malessere, dell’offesa subita e delle conseguenze che ne sono derivate. &nbsp;Questa fase è fondamentale perché non si può
raggiungere il perdono se si ignora quanto è successo e la sofferenza che si prova
in questa parte può essere una importante spinta al cambiamento. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Fase di decisione: la persona inizia a pensare
al perdono, decide di impegnarsi a perdonare, ma questa è solo la prima parte,
in questo momento il perdono ancora non è completo.</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Fase di accettazione: vengono riconosciute le emozioni
negative, ma anche che la persona che ha arrecato il danno non è il danno e
riconosce che le cose accadute non possono essere modificate. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Fase finale: ci si libera delle emozioni
negative e si attribuisce un senso alla sofferenza vivendola come un’occasione
di crescita personale. </span></div></blockquote></blockquote></blockquote>





<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Queste fasi spesso si presentano nell’ordine indicato, ma
talvolta possono esserci dei cambiamenti, può ad esempio capitare che la
persona offesa arrivi all’accettazione di non poter cambiare ciò che è successo
e questo le faccia valutare la decisione di perdonare. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading5"><span class="cf1">Benefici del perdono</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Come già detto perdonare permette di liberarsi delle
emozioni negative e viverne di più positive, riduce inoltre stress e ansia e
può portare anche dei benefici a livello di salute fisica, sia in modo diretto
che indiretto portando la persona a mettere in atto stili di vita più salutari,
soprattutto se si parla di auto-perdono la persona potrebbe decidere di
interrompere eventuali strategie autopunitive che può aver messo in atto e
prendersi maggiormente cura di sè. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il perdono può aiutare nel mantenere buoni rapporti con le
altre persone migliorando quindi le relazioni sociali. Permette infine di
concentrarsi sul presente evitando di rimuginare su episodi dolorosi del
passato portando in generale ad un maggiore ottimismo.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 21:54:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Superare la fine di una relazione]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000040"><div class="imHeading1">Superare la fine di una relazione</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In un <span class="imUl"><a href="https://bassipsicologa.it/blog/?le-fasi-della-fine-di-una-relazione" class="imCssLink" target ="_blank">articolo precedente</a></span> ho parlato delle fasi che si superano dopo la fine di una relazione e come questa sia una perdita a tutti gli effetti. Vediamo ora come superare queste fasi ed affrontare quindi la fine della relazione. </span></div><div class="imHeading2"><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Le prime settimane dopo la rottura</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il dolore dopo la fine di una relazione è normale e può assumere diverse forme, incertezza, senso di colpa, ma anche prima del termine della relazione ci può essere la paura della fine. Nelle prime settimane questo dolore è normale, evitarlo può essere controproducente, bisogna accettarlo e darsi del tempo, se si evita questa sofferenza non si può passare alla fase successiva. Per gestire questo dolore si possono usare diverse tecniche di meditazione o tecniche espressive, a seconda di quale sia l’emozione provata che può essere tristezza, ma anche rabbia o ansia. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading3 imTAJustify"><span class="cf1">Le settimane successive</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Dopo le prime settimane, però, è bene ricominciare a curarsi e riprendere la vita sociale, per questo sarebbe importante avere vicino delle persone che spronino e aiutino a ricominciare questo tipo di attività; bisogna quindi interrompere il rimuginio se quest’ultimo non porta ad agire. Si dovrebbe prestare attenzione alla tendenza a ripensare al passato o illudersi che qualcosa possa cambiare in futuro e interrompere queste modalità di pensiero o, al massimo, dedicargli un momento predefinito della giornata. È bene ricordare che anche quando si riprendono le normali attività il dolore però può ripresentarsi a tratti anche in momenti successivi, questo è normale ma ciò non significa affatto che si stiano facendo passi indietro. Questo può succedere soprattutto se si riprendono i contatti con l’ex, questi infatti sono da evitare del tutto, anche se in molti pensano che possano essere di aiuto, in realtà spesso portano ad un riacutizzarsi della sofferenza. Nel caso in cui la chiusura totale dei rapporti sia impossibile questi devono limitarsi al solo scambio di informazioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Spesso alla perdita della relazione si associa la perdita di altre aree di vita, come ad esempio amici comuni o il luogo in cui si conviveva, questo può far sentire spaesati e portare a concentrarsi su aspetti della nostra vita che non sono controllabili. Bisogna quindi chiedersi quali sono le parti della nostra vita che possiamo controllare e concentrarsi su questi aspetti piuttosto che su quelli incontrollabili, come potrebbe essere la speranza in un ripensamento da parte dell’ex. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La cura di sé è un aspetto particolarmente importante, la rottura infatti può provocare uno stress con effetti a livello psicologico, ma anche fisico. È importante avere cura dell’alimentazione, fare esercizio fisico, seguire una corretta igiene del sonno, chiedere aiuto e sostegno ad amici o professionisti e cercare attività piacevoli da svolgere quotidianamente. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Se si riesce a superare il dolore, la rottura può essere anche un momento per scoprire meglio se stessi integrando le parti di noi che abbiamo conosciuto stando con l’ex e quelle che conosciamo stando da soli, talvolta è anche necessaria una completa rimodulazione della propria vita e dei propri progetti per il futuro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Ogni rottura però è diversa e ognuno ha bisogno di tempi e modi diversi per superare una perdita, talvolta può servire anche l’intervento di uno psicologo in quanto &nbsp;una rottura, se non adeguatamente elaborata, può portare anche allo sviluppo di depressione; quando &nbsp;ci si accorge che il dolore è persistente e non riusciamo a gestirlo è quindi bene chiedere subito aiuto. </span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 19:04:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Le fasi della fine di una relazione]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003F"><div class="imHeading1">Le fasi della fine di una relazione</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La sofferenza che deriva dalla fine di una storia d’amore viene spesso minimizzata, ma questa è una perdita a tutti gli effetti, non solo per la fine del legame, ma provoca anche cambiamenti in noi stessi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Ognuno affronta questo dolore a modo suo, ma nel superare la fine di una relazione infatti si attraversano delle fasi comuni che si dimostrano del tutto analoghe alle fasi del lutto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading2 imTAJustify">Negazione</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La prima di queste è la negazione: di colpo svaniscono tutti i progetti fatti, le abitudini e l’immagine di un futuro insieme, spesso la prima reazione è quindi un rifiuto di questa realtà. In questa fase c’è il pensiero che sia solo un incubo e ci si illude che l’altro presto tornerà. Questa reazione inizialmente è normale, ma se dura troppo a lungo si può rimanere bloccati in questa fase con pretese e gelosia nei confronti dell’ex, &nbsp;mantenendo la fedeltà nei confronti dell’altro, senza riuscire ad andare avanti con la propria vita. </span></div><div class="imHeading3"><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 cf2">Patteggiamento</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Quando ci si rende conto che non si può fuggire dalla realtà si attiva questa seconda fase. In questo periodo ci si rende conto che la relazione è chiusa, ma si pensa a cosa si può fare per tornare indietro o cosa si sarebbe potuto fare di diverso. Ogni gesto dell’altro viene interpretato come un segnale che non è finita, anche in questa fase si può rimanere bloccati come nella precedente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading4 imTAJustify"><span class="cf2">Rabbia</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La terza fase è la rabbia, quando i tentativi di patteggiamento falliscono a causa del rifiuto dell’altro ci si rende conto che la chiusura non è momentanea e si inizia a provare collera, verso sé stessi, verso l’ex o verso altre persone coinvolte nella rottura. Questo è un progresso perché ci si rende conto che non si può tornare indietro e porta a ridurre il valore dell’altro ai nostri occhi. Se questa rabbia, però, dovesse risultare eccessiva potrebbe diventare un problema patologico e si può arrivare persino a provocare dei danni all’altro. Oltre alla rabbia si possono provare molti altri sentimenti che possono essere gestiti capendo da dove nascono e in generale conoscendoli meglio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading5 imTAJustify"><span class="cf2">Depressione</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La rabbia porta ad elaborare tutto il brutto della relazione, nella depressione invece si riconosce definitivamente che quest’ultima è finita ed emerge tutto ciò che può esserci stato di bello nella relazione appena vissuta. Questa fase è indispensabile per elaborare fino in fondo il dolore vissuto e per affrontare la perdita. Ci può essere una perdita di fiducia nel futuro, un tentativo di evitare tutti i ricordi e si può presentare il desiderio di una continua ricerca di distrazioni. Si può arrivare a pensare di non poter più essere felici e questo può portare a decidere di non fare lo sforzo necessario per rialzarsi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading6 imTAJustify"><span class="cf2">Accettazione</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Nonostante la sofferenza, si può superare la perdita tornando ad agire. L’abbandono non viene dimenticato, si ricorda infatti, ma con la consapevolezza che si può andare avanti. Questa fase è quella che richiede più tempo e spesso l’andamento delle fasi non è lineare, ma ci possono essere continue oscillazioni tra l’una e l’altra finchè non si arriva stabilmente all’accettazione. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Per superare la fine di una relazione ci vuole quindi diverso tempo, come ho già detto la sofferenza è normale, ma vi è il rischio di rimanere bloccati in una delle fasi e non riuscire a superare la perdita. Per evitare questo rischio è bene chiedere l’aiuto di altre persone e se ci dovessero essere dei blocchi è sempre bene chiedere un colloquio ad uno psicologo per evitare che si creino dei problemi più gravi. </span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 18:25:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Autostima]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000041"><div class="imHeading1">Autostima</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Scopriamo che cos’è l’autostima e cosa vuol dire avere una buona autostima.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading2 imTAJustify">Definizione di autostima</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">L’autostima può essere definita come la concezione che una persona ha di se stessa, ma anche di se stessa in relazione con gli altri. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">È il valore che diamo a ciò che ci riguarda ed è basata su una combinazione di informazioni oggettive e di valutazioni soggettive. Cioè di domande che si fa la persona rispetto a com’è e in che quantità ha tali caratteristiche, i suoi punti di forza e di debolezza e in che contesti potrà raggiungere i suoi scopi. Domande rispetto a questi aspetti sono sempre presenti in noi e tutto quello che ci succede ha una valenza auto-valutativa sia in senso positivo sia in senso negativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">L’autostima è il rapporto tra come ci vediamo e come vorremmo essere, cioè il nostro ideale, questo dipende dai nostri desideri, ma anche dalle regole sociali. </span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La valutazione che ognuno di noi ha di sé è fondamentale perché influisce su pensieri e azioni. Questa influisce quindi su ciò che facciamo, sulle decisioni che prendiamo e su come ci relazioniamo con gli altri. Nelle relazioni chi ha bassa autostima spesso tende a evitare di prendere decisioni o di &nbsp;agire in determinati modi per timore di sbagliare, sminuisce i suoi successi e soffre maggiormente quando vive un insuccesso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Chi ha un buon livello di autostima, invece, rispetta l’altro e se stesso, la relazione è improntata su fiducia e collaborazione, ricca di un’appropriata espressione dei propri bisogni, delle proprie emozioni e dei propri pensieri. Chi ha una buona autostima è più portato ad esprimere i propri bisogni e quindi a vederli soddisfatti, questo crea un circolo positivo che aumenta l’autostima e porta a una maggiore probabilità di mettere in atto questi comportamenti positivi. </span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">I problemi di autostima nascono quando vi è un’elevata discrepanza tra come ci vediamo e come vorremmo essere. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading3 imTAJustify"><span class="cf1">Com'è un'autostima adeguata</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Avere un’adeguata autostima vuol dire, quindi, non valutarsi troppo negativamente né troppo positivamente, questo include la consapevolezza del proprio valore, delle proprie potenzialità e capacità. Vanno anche accettati i propri limiti, le proprie debolezze e le proprie inadeguatezza, mantenendo però la fiducia nelle proprie capacità di affrontare e risolvere i problemi, senza aver paura di affrontare eventuali fallimenti. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading4 imTAJustify"><span class="cf1">Come si forma l’autostima</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Il concetto che una persona ha di sé si forma dai primi anni di vita sulla base delle relazioni con i genitori, le esperienze vissute, la storia di apprendimento e il tipo di educazione ricevuta. Un aspetto fondamentale è l’immagine di sé che viene mostrata dalle persone significative che sono punti di riferimento per il bambino. Il fatto che i genitori abbiano rafforzato o punito alcuni nostri comportamenti o modi di pensare ci porta a definire i nostri valori e il nostro modo di pensare e agire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">L’idea che abbiamo di noi dipende anche dalle norme e dai valori del contesto in cui cresciamo e dalle nostre esperienze di successo o fallimento, cioè se ambiti in cui siamo in difficoltà sono considerati importanti nella nostra famiglia questo avrà un peso maggiore che se sono considerati poco rilevanti. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading5 imTAJustify"><span class="cf1">Conclusioni </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Avere una buona autostima vuol dire avere una visione realistica di sé e delle proprie caratteristiche, non troppo positiva, ma nemmeno troppo negativa. L’autostima si forma dai primi anni di vita ed è possibile che qualcosa in questo processo non vada nel modo giusto e si crei un’autostima troppo bassa. Questo è un aspetto importante perché, come già detto, l’autostima ha un impatto sui nostri pensieri e le nostre azioni, avendo quindi una grande influenza su tutti gli aspetti della nostra vita. Se l’autostima è troppo bassa può essere causa di grandi limitazioni e sofferenze, per questo è importante intervenire e iniziare un percorso per migliorare la propria autostima per poter vivere serenamente e impegnarsi nel raggiungere i propri obiettivi. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading6 imTAJustify"><span class="cf1">Bibliografia: </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Assertività e training assertivo. Teoria e pratica per migliorare le capacità relazionali dei pazienti. A cura di Baggio, F. (2013). Milano, Franco Angeli. </span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 30 May 2024 19:12:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Ansia pre gara]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000042"><div class="imHeading1">Sport e ansia pre gara</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">L’ansia pre gara è uno dei principali motivi per cui gli sportivi si rivolgono allo psicologo. Scopriamo perché è così importante e come affrontarla. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading2 imTAJustify">Cos’è l’ansia</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">L’ansia e lo sport sono profondamente legati tra loro, l’ansia è la risposta ad una situazione che l’individuo percepisce come minacciosa a causa di una serie di valutazioni cognitive, risposte comportamentali e attivazione psicofisiologica. L’ansia è una reazione di difesa, ma se non è adeguatamente regolata può diventare una reazione eccessiva. Deriva dalla discrepanza percepita tra le richieste dell’ambiente e le proprie risorse personali. L’attivazione fisiologica è un aspetto fondamentale dell’ansia, infatti spesso le persone non sanno dare un nome all’emozione che stanno provando, ma ne riconoscono più facilmente gli aspetti fisici. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Negli atleti, l’ansia può avere diverse intensità, a livelli bassi può essere gestita e non ha un grande impatto sulla prestazione, anzi in alcuni sport una leggera ansia può anche migliorare la performance, se l’ansia però è troppo elevata può portare a una peggiore prestazione, minore precisione, attenzione focalizzata solo su alcuni aspetti e aumenta il rischio di infortuni. L’ansia inoltre può causare insonnia, alterazione dell’appetito o sensazioni somatiche, tutti fattori che influiscono sui risultati sportivi e questi, se non corrispondono a quelli attesi, contribuiscono, a loro volta, all’aumento dell’ansia. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading3 imTAJustify"><span class="cf1">Cosa crea l’ansia negli atleti</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La competizione sportiva non rappresenta una vera e propria minaccia, ma allora perché spesso in queste situazioni gli atleti provano ansia? Negli atleti l’ansia può essere dovuta ad aspettative eccessive da parte degli altri, ad esempio di genitori, allenatori o compagni di squadra, questo può creare obiettivi troppo elevati o dubbi sulle proprie capacità. Un fattore che aggrava l’ansia è la bassa autostima; la mancanza di consapevolezza delle proprie capacità aumenta infatti i livelli d’ansia. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">L’ansia negli atleti è anche legata al valore che loro danno alla competizione, cioè &nbsp;quanto una determinata competizione è importante per loro e perché è così importante. Un aspetto fondamentale è l’incertezza alla quale è legata la competizione che presenta sempre molti aspetti che sono fuori dal nostro controllo, prima di partire infatti nessuno sa chi vincerà. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading4 imTAJustify"><span class="cf1">Fattori che riducono l’ansia</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Tra i fattori che contribuiscono a ridurre l’ansia pre-gara vi è una buona autostima e consapevolezza delle proprie capacità. È importante che ogni atleta cerchi di capire quale sia l’origine della sua ansia e la affronti. È utile anche l’autodialogo positivo e il riportare alla mente le esperienze passate di successo e concentrarsi sul processo piuttosto che sul risultato della gara. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Molti atleti, inoltre, si sentono più tranquilli se possono seguire una precisa routine pre-gara, ancora meglio se questa include delle tecniche di rilassamento. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Inoltre è bene ricordare che l’ansia non sempre è negativa, infatti l’incertezza e il non sapere come andrà la gara sono aspetti che portano le persone ad appassionarsi allo sport e portare avanti le proprie passioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading5 imTAJustify"><span class="cf1">Conclusione</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Visto l’impatto che l’ansia potrebbe avere sulla prestazione è, quindi, molto importante rivolgersi ad un professionista che aiuti nella gestione degli aspetti psicofisiologici dell’ansia per contribuire a massimizzare la performance sportiva. </span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 May 2024 19:23:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Come uscire da una relazione tossica]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003E"><div class="imHeading1">Relazioni tossiche i passi da affrontare per uscirne</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">In un precedente blog ho parlato di cosa siano <span class="imUl"><a href="https://bassipsicologa.it/blog/?relazioni-tossiche" class="imCssLink" target ="_blank">le relazioni tossiche e di come riconoscerle</a></span>, scopriamo ora quali siano i primi passi da fare per uscirne.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">È bene ricordare che le relazioni tossiche sono, in estrema sintesi, quelle costantemente spiacevoli, in cui i &nbsp;momenti negativi superano di molto quelli positivi. Nonostante si riconosca quanto faccia stare male si continua a rimanere nella relazione perché spesso si crea una dipendenza. &nbsp;È quindi particolarmente difficile uscirne, ma è possibile, anche se talvolta si rende necessario chiedere aiuto.</span></div><div class="imHeading2"><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5">Come uscire da una relazione tossica</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Le relazioni tossiche sono mentalmente, emotivamente e fisicamente dannose per uno dei partner e a volte per entrambi, per questo è importante uscirne il prima possibile. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">1) Il primo passo per uscire da questo tipo di rapporto è riconoscere il tipo di relazione in cui si è e riconoscere il ruolo che hanno entrambi i componenti nel mantenerla. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">2) Il secondo passo da fare, se si decide di voler chiudere una relazione, è chiudere ogni contatto. Come abbiamo detto, spesso queste relazioni sono caratterizzate da manipolazione, quindi, mantenere aperti i contatti può dare la possibilità all’altro di manipolarci e portarci a rientrare in relazione. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">3) Avendo vissuto un periodo di stress durante la relazione in cui i propri bisogni sono stati trascurati, è importante ricominciare a riconoscerli e soddisfarli cercando anche di circondarsi di relazioni più sane. </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">4) È importante ricordare che dopo la fine di una relazione è normale soffrire. L’essere tristi non è un segnale del fatto che dovremmo riavvicinarci alla persona da cui ci siamo allontanati. &nbsp;In questi casi si possono provare anche molte emozioni negative verso se stessi e verso l’altro, questo è normale, ma è bene non farsi sopraffare da queste emozioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">5) Infine si dovrebbe cercare perdonarsi per essere rimasti in queste relazioni ed essere gentili con se stessi. </span></div></blockquote></blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Alcuni di questi passaggi sono molto difficili da mettere in atto senza un adeguato sostegno, per questo è importante circondarsi di persone che ci sostengano in questi momenti. Se il supporto di amici e parenti non basta, è bene chiedere aiuto ad uno psicologo per capire come gestire le forti emozioni che si possono provare e migliorare la propria autostima. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 18:15:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Relazioni tossiche]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003D"><div class="imHeading1">Relazioni tossiche</div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Spesso si sente utilizzare il termine relazioni tossiche, cerchiamo di capire di cosa si tratta e come riconoscerle. </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="imTACenter fs14lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div class="imHeading2 imTAJustify"><span class="imTACenter">Relazioni sane</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Prima di spiegare cos’è una relazione tossica è bene chiarire quando si parla di relazioni sane, per poterne comprendere le principali differenze. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Le relazioni sane, sia quelle sentimentali che amicali o familiari, sono caratterizzate dalla collaborazione nel raggiungere scopi comuni, dal sostegno e dalla cura reciproche. È evidente quindi come la reciprocità sia un aspetto fondamentale. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Si cerca di comprendere e rispettare i bisogni e le idee dell’altro nonostante siano diversi dai propri. Nelle decisioni vi è condivisione e parità ed i conflitti, che sono presenti in tutte le relazioni, sono gestiti con una sana comunicazione caratterizzata <a href="https://bassipsicologa.it/blog/?assertivita,-cos-e-e-perche-e-importante" class="imCssLink" target ="_blank">dall’assertività</a>.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">I componenti della coppia inoltre si sentono liberi di esplorare ed esprimere se stessi, non diventano un tutt’uno con l’altro, ma mantengono la loro autonomia e identità. Questo tipo di relazione porta a sentimenti di soddisfazione e benessere. </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="imTACenter fs16lh1-5 cf2"><br></span></b></div><div class="imHeading3 imTAJustify"><span class="imTACenter cf2">Cos’è una relazione tossica</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Per capire cosa sia una relazione tossica è importante ricordare che normalmente ogni relazione passa continuamente attraverso alti e bassi, quindi non basta che ci sia un brutto momento per dire che la relazione è tossica. Una relazione tossica è diversa da una relazione sana perché è costantemente spiacevole, i momenti negativi superano di molto quelli positivi. Nonostante si riconosca quanto faccia stare male si tende a mantenere queste relazioni in quanto, molto spesso, &nbsp;possono portare ad una vera e propria forma di dipendenza. &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Le relazioni tossiche non sono solo quelle romantiche, ma possono esserci in qualsiasi contesto, anche in famiglia o tra amici. </span></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><br></span></b></div><div class="imTAJustify"><b><span class="fs11lh1-5 cf3 ff1"><br></span></b></div><div class="imHeading4 imTAJustify"><span class="cf2">Come riconoscere una relazione tossica</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La tossicità di una relazione è spesso difficile da individuare perché può manifestarsi in modi diversi, non parliamo quindi solo di relazioni violente. Esistono alcune caratteristiche comuni ai diversi tipi di relazioni tossiche, ma spesso queste sono più evidenti a persone esterne rispetto a chi vive, in prima persona, la relazione. Per comprendere quale sia lo stato della nostra relazione è importante monitorare il nostro umore; se notiamo di essere in uno stato di infelicità costante o ci rendiamo conto che il solo vivere la relazione ci rende spesso più tristi, arrabbiati e ansiosi, piuttosto che felici, è probabile che ci troviamo in una relazione tossica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Altri segnali d’allarme da tenere in considerazione sono la mancanza di supporto reciproco in cui, al sostegno per raggiungere gli obiettivi, si sostituisce la competizione. Bisogna prestare attenzione anche alla comunicazione che nelle relazioni tossiche può essere ostile, con critiche e prese in giro. Questo non vuol dire che non si possa fare una critica costruttiva in una relazione sana, ma in quelle tossiche le critiche sono frequenti e non si dimostrano per nulla utili o in grado di portare il partner a migliorarsi , bensì, hanno il solo scopo di abbassare la sua autostima e il suo valore personale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">La comunicazione può essere anche ambigua o essere assente per alcuni periodi, questo può tradursi nel fenomeno del ghosting, ma anche nella chiusura emotiva, nel tenere i problemi per sé e rifiutare il confronto con l’altro, arrivando a mettere in atto comportamenti passivo aggressivi. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Anche i comportamenti di controllo sono un segnale importante, non parliamo qui di una normale gelosia, ma di totale mancanza di fiducia e conseguenti comportamenti possessivi. &nbsp;Voler sempre sapere dove si trova l’altra persona e cosa sta facendo o manipolarla con ricatti affettivi per fare ciò che si desidera, facendo leva sulle sue insicurezze o sul senso di colpa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Una relazione tossica può essere caratterizzata anche da bugie e stress costante, litigi frequenti che possono portare a rancori e conflitti irrisolti. Ci si trova spesso ad ignorare i propri bisogni in favore di quelli del partner e si può arrivare a chiudere relazioni importanti a causa della gelosia del partner o per evitare costantemente di &nbsp;dover spiegare cosa stia succedendo nella propria relazione. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5 ff1">Segui il mio blog per scoprire nelle prossime settimane i primi passi per uscire da questo tipo di relazioni. </span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 16 Apr 2024 17:20:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il Disturbo Ossessivo Compulsivo]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003B"><div class="imHeading1">Il Disturbo Ossessivo Compulsivo</div>

<div>Il disturbo ossessivo compulsivo colpisce l’1-2% della
popolazione e compare di solito intorno ai 19-20 anni, ma spesso anche prima. È
caratterizzato dalla presenza di ossessioni e/o di compulsioni. </div>

<div>Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini
ricorrenti e/o persistenti che si presentano improvvisamente nella mente del
soggetto e sono percepiti come intrusivi, fastidiosi e privi di senso . </div>

<div>Le compulsioni invece sono atti mentali (es. contare,
pregare, ripetere parole) e/o comportamenti ripetitivi (es. controllare,
pulire, ordinare) messi in atto in risposta ad un’ossessione secondo regole
precise, allo scopo di neutralizzare e/o prevenire un disagio e/o una
situazione temuta. Questi atti sono ritualizzati e, anche se intenzionali, sono
vissuti come obbligati. Questi gesti possono diventare automatici ed essere
messi in atto anche quando non è presente l’ossessione. </div>

<div>I pazienti mettono in atto questi gesti per il timore di
essere responsabili di qualcosa che potrebbe accadere e ritengono che ripetendo
questi gesti il rischio che ciò avvenga si azzeri. Nella maggior parte dei casi
il paziente è consapevole del fatto che i suoi rituali non sono realmente
connessi all’evento temuto, ma preferisce comunque metterli in atto per evitare
i rischi. </div>

<div>Questo disturbo causa gravi costi nei pazienti perché spesso
finisce per occupare gran parte delle loro vite, i pazienti sono consapevoli di
questo e possono mettere in atto nuove compulsioni con lo scopo di ridurre i
costi delle precedenti. </div><div><br></div>

<div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">Le origini del disturbo</span></div>

<div>I pazienti di questo tipo di disturbo hanno ricevuto un
educazione disfunzionale e particolarmente severa, accuse molto forti per
piccole mancanze, accuse improvvise ed impreviste, erogate con disprezzo e
aggressività. Questo li ha resi sensibili al senso di colpa, temono di essere responsabili
di danni causati ed è come se, quando si trovano in queste situazioni, non
riuscissero più ad uscirne.</div><div><br></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Mantenimento del disturbo</span></div>

<div>Il disturbo ossessivo compulsivo si auto alimenta, i gesti
vengono ripetuti più volte per avere la certezza di non aver sbagliato, ma i
pazienti difficilmente riescono a raggiungere questa certezza e continuano così
a ripetere il gesto, ogni tentativo di soluzione sembra peggiorare il problema
e il paziente perde fiducia nelle sue capacità. Dopo le ripetizioni può anche
esserci una richiesta di rassicurazione fatta ad altre persone. </div>

<div>In questi casi le risposte dei familiari possono essere di
accomodamento &nbsp;o antagonismo.
L’accomodation è quando la famiglia partecipa a rituali ed evitamenti,
forniscono rassicurazioni, modificano routine familiari a causa del paziente.
Se viene chiesto perché lo fanno loro dicono che così sono di sostegno al loro
caro. In questo modo però il paziente non ha modo di modificare le sue credenze
catastrofiche, i costi delle attività si riducono a causa dell’aiuto dei
familiari quindi il paziente non è motivato ad affrontare il problema.</div>

<div>L’antagonismo è caratterizzato da critiche distruttive nei
confronti del familiare, minacce e rimproveri, derisione, aggressioni fisiche,
esposizioni forzate agli stimoli attivanti, interruzioni della relazione.
Questo però riduce il senso di efficacia del paziente, aumenta colpa e vergogna
che possono portare a non chiedere aiuto, si sente anche responsabile delle
dinamiche conflittuali presenti in famiglia. Sia nel caso di accomodation che
di antagonismo non ci sono benefici, anzi questi comportamenti correlano con
maggiore gravità dei sintomi e i pazienti hanno minori benefici dalla terapia e
sono più a rischio di ricadute. Tutto questo non favorisce nemmeno la vita del
familiare, se sono incastrati in questi meccanismi aumentano in loro
depressione e rabbia. &nbsp;</div><div><br></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Conclusione</span></div>

<div>Quello raccontato in questo articolo è solo una piccola
parte di ciò che è il disturbo ossessivo compulsivo che è infatti complesso e
spesso grave e influisce in modo importante sulla vita di chi ne è affetto e su
quella di chi gli è vicino. Essendo un processo che si auto alimenta è bene
chiedere aiuto il prima possibile in modo da evitare l’aggravarsi dei sintomi.
È però importante anche per i familiari chiedere aiuto per ridurre gli effetti
negativi che il disturbo ha su di loro, ma anche per poterlo conoscere meglio e
capire come aiutare i loro cari che ne sono colpiti. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 20:32:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Annuncio cambio sede]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Aggiornamenti"><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003C"><div class="imHeading1">Annuncio cambio sede</div><div>Con piacere vi informo che dal mese di aprile lo studio di via Ca'di Cozzi si sposterà in Via Tommaso da Vico, 14. </div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 16 Mar 2024 08:15:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Assertività, cos’è e perché è importante]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003A"><div class="imHeading1">Assertività, cos’è e perché è importante</div>

<div class="imHeading2 imTALeft">Definizione</div>

<div>L’assertività è la capacità di esprimere le proprie emozioni
e opinioni in modo chiaro ed efficace, senza prevaricare né essere prevaricati.
Il comportamento assertivo si esprime attraverso la capacità di utilizzare lo
stile relazionale e le modalità di comunicazione più adatte in base al contesto
in cui ci si trova e al proprio obiettivo. Non esiste quindi una risposta che
può essere definita assertiva in modo assoluto, ma va valutata in base alla
situazione e allo scopo e uno stesso comportamento in situazioni diverse
potrebbe essere valutato più o meno come assertivo. </div>

<div>L’obiettivo della comunicazione assertiva è ridurre le
proprie componenti aggressive e passive per arrivare ad una relazione equa e
rispettosa di sé e dell’altro. Un aspetto importante da tenere in
considerazione è che l’assertività si esprime anche attraverso il comportamento
non verbale. </div>

<div>Il comportamento assertivo implica l’onesta espressione dei
propri bisogni, desideri, emozioni e opinioni, con un adeguamento coerente con
la situazione. Per essere assertivo il comportamento deve essere espresso senza
provare particolare imbarazzo, senso di colpa o rabbia e deve essere coerente
con i propri obiettivi. </div>

<div>Per essere assertiva la persona deve quindi avere ben chiaro
il suo obiettivo, agire per ottenerlo rispettando i diritti degli altri, senza
sentirsi in colpa e mantenendo una buona opinione di sé, anche nel caso in cui
l’obiettivo non sia raggiunto. Il comportamento assertivo è quindi il risultato
di una scelta consapevole. </div><div><br></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Perché è importante comportarsi in modo assertivo?</span></div>

<div>La persona assertiva è pronta a riconoscere i propri
diritti, ma anche quelli degli altri, ascoltare il loro punto di vista ed
esprimere il proprio, mantenendo il rispetto nei confronti dell’altro. Questo
la porta ad usare la negoziazione per risolvere gli eventuali conflitti in cui
si può trovare. </div>

<div>Esprimendo i suoi bisogni ed emozioni è inoltre più
probabile che la persona assertiva ottenga ciò che desidera e faccia rispettare
i suoi diritti. </div>

<div>Ci sono però alcune situazioni in cui è più difficile essere
assertivi, quando non riusciamo ad essere assertivi si tende ad avere uno stile
prevalentemente passivo o aggressivo. </div>

<div>Il comportamento passivo è tipico di quando non si riesce ad
esprimere le proprie opinioni o i propri sentimenti, si ritengono gli altri
migliori e si teme il loro giudizio. Si fatica a rifiutare le richieste, si
tende a sottomettersi al volere altrui, si fatica a fare proposte e prendere
decisioni e pertanto difficilmente si riesce a soddisfare i propri bisogni e
desideri. </div>

<div>Un individuo passivo non difende i propri diritti, non
esprime bisogni, pensieri e opinioni, è condizionato e influenzato dagli altri,
tende a subire e ha un’elevata ansia sociale. </div>

<div>Il comportamento aggressivo è invece tipico di quando si
tende a soddisfare i propri bisogni prevaricando l’altro, si ritiene di essere
sempre nel giusto, si da la colpa ad altri per i propri errori e si è
irremovibili rispetto alle proprie posizioni. </div>

<div>La persona aggressiva lascia poco spazio all’altro, non ammette
di avere sbagliato, non è interessato, non rispetta i bisogni, le opinioni, i
desideri e le emozioni dell’altro, è ostile e imprevedibile. </div>

<div>Queste modalità possono anche mescolarsi nei comportamenti
aggressivo-passivo, passivo-aggressivo e può diventare anche manipolativo. </div><div><br></div>

<div class="imHeading4"><span class="cf1">Cause dei comportamenti passivi e aggressivi</span></div>

<div>Il non riuscire a mettere in atto un comportamento assertivo
può essere legato alla mancanza di conoscenza dei propri diritti assertivi, ad
una mancanza di autostima , questa è legata all’idea che abbiamo di noi in
termini di valore e ruolo, insieme al grado di fiducia nelle proprie capacità
influisce sullo stile di relazione con gli altri e determina il modo prevalente
di agire in maniera assertiva, passiva o aggressiva. </div>

<div>I comportamenti non assertivi possono essere dovuti anche a
pensieri disfunzionali rispetto alla situazione che ci portano ad interpretarla
in modo scorretto. Comportarsi in modo assertivo vuol dire anche pensare in
modo assertivo.</div>

<div>Infine le difficoltà nell’essere assertivi possono essere
legate a carenze nelle abilità sociali che portano a non sapere quale sia il
modo corretto comportarsi nei diversi contesti. </div><div class="imHeading5"><span class="cf1"><br>Conclusione</span></div>



<div>È evidente dalla descrizione dei diversi tipi di
comportamento come quello assertivo sia più vantaggioso per la persona e anche
per i suoi interlocutori, permettendo non solo di ottenere più spesso ciò che
si desidera, ma anche &nbsp;mantenendo buone
relazioni sociali. </div>

<div>Se ci si accorge che le proprie modalità di comportamento
sono prevalentemente passive o aggressive e provocano sofferenza può essere
utile rivolgersi ad uno psicologo e intraprendere un percorso per migliorare le
proprie abilità assertive individuando e lavorando poi sui fattori che
impediscono di esprimerle. </div>

<div> </div>

<div class="imHeading6"><span class="cf1">Bibliografia: </span></div>

<div>Assertività e training assertivo. Teoria e pratica per
migliorare le capacità relazionali dei pazienti. A cura di Baggio, F. (2013).
Milano, Franco Angeli. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 20:27:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Stress lavorativo legato alle tecnologie digitali, come prevenirlo]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000039"><div class="imHeading1">Stress lavorativo legato alle tecnologie digitali, come prevenirlo</div> &nbsp;<div>Nell’articolo su <a href="https://bassipsicologa.it/blog/?tecnologia-e-stress-lavorativo" class="imCssLink">Tecnologia e stress lavorativo</a><span class="cf1"> </span>abbiamo visto come l’utilizzo delle tecnologie possano avere effetti positivi sul lavoro, ma possano anche essere fattori di grande stress se utilizzati in modo scorretto e soprattutto quando interferiscono con la vita privata e causano continue interferenze. Andiamo quindi a vedere come si può ridurre questo rischio. </div><div><br></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Riferimenti normativi</div> &nbsp;<div>È bene ricordare che in Italia, come in altri paesi europei, il diritto alla disconnessione dal lavoro è regolato dalla legge (Legge 61 del 2021) perché il tempo di riposo dal lavoro è un momento di cui abbiamo bisogno per poter svolgere i compiti in maniera efficace. </div> &nbsp;<div>Il technostress è riconosciuto considerato una malattia professionale e le organizzazioni devono quindi fare una valutazione del rischio per prevenirlo. È opportuno anche fare ai lavoratori corsi di formazione sul tema.</div> &nbsp;<div>Purtroppo il fatto che ci sia una legge non è sufficiente, sono molte le organizzazioni che nonostante questo continuano a contattare i dipendenti fuori dall’orario di lavoro e spesso sono quindi lai voratori stessi a dover prendere l’iniziativi per riuscire a disconnettersi e ridurre lo stress.</div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf2">Strategie di prevenzione</span></div> &nbsp;<div>Un aspetto fondamentale è bilanciare vita privata e lavoro, questo può essere fatto individuando e modificando i comportamenti che risultano deleteri rispetto all’utilizzo digitale nel quotidiano. Può essere utile utilizzare canali di comunicazione diversi per la vita privata e lavorativa, ad esempio utilizzare app diverse, in modo tale da poter individuare ancora prima di leggere i messaggi a quale contesto appartengono potendo così ignorare le comunicazioni lavorative fuori dall’orario di lavoro. </div> &nbsp;<div><br></div><div>È importante ricordare che il nostro comportamento digitale influisce sulle aspettative di coloro con cui interagiamo, i quali interagiscono sulla base delle aspettative costruite sui nostri comportamenti precedenti. Ad esempio, se noi siamo soliti scrivere mail di lavoro ai nostri colleghi durante il weekend , loro si aspetteranno di poterle inviare a noi e che noi risponderemo. È fondamentale quindi modificare i nostri comportamenti in modo tale da non creare aspettative sbagliate negli altri. </div> &nbsp;<div>È bene quindi utilizzare strategie di comunicazione efficaci, è infatti vero che in un click possiamo metterci in contatto con molte persone, questo velocizza le comunicazioni, ma se queste non sono efficaci ci porteranno ad avere molte risposte che possono a loro volta richiedere una risposta portando ad una difficoltà nella gestione delle interazioni. </div> &nbsp;<div><br></div><div>Talvolta questo può non essere sufficiente perché a causa delle modalità utilizzate dai datori di lavoro non tutti hanno la possibilità di disconnettersi, in questo caso il lavoratore dovrebbe fare un’attenta valutazione delle reali possibilità i disconnettersi e delle conseguenze che questo può portare. Talvolta è necessario anche un intervento da parte delle organizzazioni stesse che dovrebbero chiarire i ruoli e gli obiettivi di ogni lavoratore per ridurre i conflitti all’interno dell’azienda e stabilire i compiti che spettano o meno al lavoratore, soprattutto se l’azienda sta vivendo una fase di cambiamento. Le aziende possono anche favorire un digital detox, cioè dei momenti e luoghi in cui non sono utilizzate le tecnologie, questa è una strategie che può utilizzare anche il lavoratore fuori dall’orario di lavoro e in questo possono aiutare anche degli applicativi digitali. &nbsp;</div> &nbsp;<div><br></div><div>Tra i gesti che può fare il lavoratore c’è anche una valutazione rispetto a come gestisce il tempo, cercando dei modi per gestirlo in maniera più efficace per non dover portare a casa parte del lavoro. </div> &nbsp;<div>È bene anche costruire sul posto di lavoro delle buone relazioni, è importante valutare la qualità di queste relazioni perché spesso la comunicazione tramite le tecnologie porta a costruire un grande numero di relazioni, ma di scarsa qualità che causano quindi uno stress per il fatto di dover interagire con molte persone, ma pochi vantaggi a livello di supporto nel lavoro e nella gestione dello stress. </div> &nbsp;<div> È importante che il lavoratore costruisca chiari confini tra vita privata e lavorativa, in questo lo può aiutare utilizzare tecniche di meditazione, come la mindfulness, che lo aiutino a stare nel momento presente, concentrandosi pienamente su questo e impedendo al lavoro di distrarlo nella vita privata. </div> &nbsp;<div><br></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf2">Conclusioni</span></div> &nbsp;<div>Le strategie qui elencate possono essere molto utili per aiutare i lavoratori a ridurre lo stress legato alle tecnologie, ma non sempre è facile metterle in pratica, soprattutto se le difficoltà sono legate a mancanza di autoregolazione o problemi nella vita quotidiana. Oltre a questo talvolta non è possibile mettere in atto alcune delle strategie a causa delle modalità utilizzate dai datori di lavoro, ma non bisogna scoraggiarsi, è sempre possibile ridurre lo stress, se non si riesce da soli è utile chiedere l’aiuto di un professionista e iniziare un percorso psicologico che aiuti a raggiungere questo obiettivo.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Feb 2024 20:16:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Tecnologia e stress lavorativo]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000038"><div class="imHeading1">Tecnologia e stress lavorativo</div>

<div><span class="fs12lh1-5">L’utilizzo delle tecnologie è ormai parte integrante di ogni
tipo di lavoro, questo è sicuramente un vantaggio perché permette di
velocizzare molti lavori e intervenire immediatamente in caso di problemi,
anche se si è distanti dal luogo di lavoro, questo però implica l’essere sempre
reperibili e non essere mai completamente disconnessi dal lavoro. Se le
tecnologie sono utilizzate in modo scorretto portano con sé numerose
problematiche, possono causare un calo del rendimento lavorativo e possono
essere una grande fonte di stress soprattutto nel caso in cui vita privata e
lavorativa si intreccino. Lo stress legato alla difficoltà nella gestione delle
tecnologie è chiamato technostress. &nbsp;</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Le problematiche legate all’uso delle tecnologie possono
manifestarsi in due direzioni: uso di tecnologie sul lavoro per la propria vita
privata e uso di tecnologie legato al lavoro nella vita privata, si parla in
generale di tecno-interferenze, andiamo ad analizzare alcuni dei fenomeni che
si possono manifestare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTALeft"><span class="cf1">Cyberloafing</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Un primo fenomeno che possiamo incontrare è il cyberloafing,
cioè l’uso di internet sul lavoro per la propria vita personale. Questo può
essere vantaggioso se utilizzato durante le pause per organizzare aspetti della
propria vita privata, riduce lo stress e favorisce la soddisfazione lavorativa.
Se però viene utilizzato in modo eccessivo può interferire con il rendimento
lavorativo, ma anche l’estremo opposto, il divieto assoluto di utilizzo di
internet per scopi personali sul lavoro, non è vantaggioso e può portare a
stress e insoddisfazione. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Interaction overload</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Questo fenomeno fa riferimento alla mole di interazioni in
cui siamo immersi simultaneamente, come ad esempio tutti i messaggi ed email
che riceviamo e che possono essere relativi a contesti e tematiche diverse. Può
essere relativo sia alla vita privata che lavorativa ed è spesso legato all’uso
degli stessi canali comunicativi nei diversi ambiti. L’utilizzo degli stessi
mezzi per vita privata e lavorativa non ci permetti di differenziare, ad esempio,
quali messaggi siano da leggere sul lavoro e quali da rimandare ad un altro
momento, si rischia quindi di non essere mai completamente disconnessi dal
lavoro e di avere continue interferenze nella propria vita privata.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs14lh1-5 cf1"><b>Monday morning digital syndrome</b></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Per ridurre l’influenza del lavoro sulla vita privata si può
valutare di non guardare o rispondere a mail di lavoro durante il fine
settimana, ma questa iniziativa non è senza conseguenze. Infatti si parla di
Monday morning digital syndrome quando, dopo aver passato il weekend senza
guardare email di lavoro, il lavoratore è stressato il lunedì mattina per la
mole di lavoro lasciato indietro e che dovrà affrontare. Questo mostra come per
limitare lo stress non sia sufficiente l’iniziativa del lavoratore, ma richieda
un cambiamento dell’organizzazione. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Fattori coinvolti</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Tra i fattori coinvolti nello sviluppo del technostress
possiamo individuare: </span></div>

<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Domanda, cioè le richieste da parte del datore
di lavoro; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Controllo, cioè la possibilità da parte del
lavoratore di controllare e prendere decisioni su alcuni aspetti legati al
lavoro; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Supporto da parte di colleghi e familiari;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Relazioni sul lavoro e fuori dal lavoro,
valutando non solo la quantità, ma anche la loro qualità e l’utilizzo di
internet nel gestirle;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Ruolo nel lavoro e in famiglia, prestando
attenzione alla chiarezza del ruolo ricoperto e dei compiti legati a questo; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Cambiamento, inteso come i periodi di
cambiamento che si vivono nella vita privata o lavorativa; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Conciliazione vita-lavoro, cioè la capacità e
possibilità di conciliare i due ambiti o di riuscire a separarli efficacemente.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote>











<div class="imHeading5"><span class="cf1">Sintomi del technostress</span></div>



<div><span class="fs12lh1-5">I sintomi con cui si presenta il technostress sono diversi: </span></div>

<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Mal di testa; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Difficoltà legate al sonno; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Dolore muscolari a collo, schiena o spalle; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Incapacità di rilassarsi; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Predisposizione alla malattia; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Aumento degli errori sul lavoro; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Difficoltà di concentrazione; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Bassa fiducia in sé; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Sensazione di essere esausti; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Atteggiamento negativo nei confronti della
tecnologia; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Ansia; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Irritabilità; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Senso di frustrazione; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Senso di isolamento.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote>



























<div><span class="fs12lh1-5">A causa di tutti i sintomi che può causare a livello
organizzativo il technostress è considerato una malattia professionale (Legge
81 del 2008), è quindi importante prestare attenzione a questo fenomeno e ai
segnali che possono indicarne la presenza. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading6"><span class="cf1">Conclusione</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Abbiamo visto come l’utilizzo delle tecnologie digitali sul
luogo di lavoro può intrecciarsi con al vita privata portando ad effetti
positivi, ma anche negativi. Il sovraccarico e il senso di invasione della vita
privata vanno insieme al concetto di complessità percepita delle tecnologie,
questo dipende da fattori individuali e aziendali.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il problema non è quindi l’utilizzo di internet in sé, ma
come lo si utilizza. Il technostress si presenta quando c’è un eccesso dell’utilizzo,
frequentemente legato ad una carenza di autoregolazione che spesso è causato da
carenze nella propria vita quotidiana. In questi casi è quindi necessario
rivolgersi ad un professionista per poter risolvere il problema che sta alla
base di questo tipo di stress lavorativo. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Per saperne di più leggi gli altri articoli legati al mondo
della psicologia del lavoro <span class="cf2"><a href="https://bassipsicologa.it/blog/" class="imCssLink">(Clicca qui)</a>.</span></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 20:07:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L’impatto dell’infertilità nella relazione di coppia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000036"><div class="imHeading1">L’impatto dell’infertilità nella relazione di coppia</div>

<div>Le difficoltà nell’avere figli sono spesso stressanti e
inaspettate e cambiano la vita della coppia. <span class="fs12lh1-5">Anche se la medicina definisce l‘incapacità di concepire un
figlio come un fenomeno che affligge una sola persona, questo è vissuto come un
problema della coppia, una delle maggiori difficoltà sta nella perdita di
controllo sulle proprie vite, poiché la difficoltà nell’avere figli diventa
centrale e porta ad escludere altri aspetti importanti.</span></div>

<div>Rispetto ad altre coppie quelle infertili hanno livelli
maggiori di depressione, ma anche di vergogna, intesa sia come il modo in cui
la persona si giudica, sia come percepiscono il giudizio da parte degli altri,
ritengono infatti che gli altri attribuiscano loro giudizi negativi e si
sentono differenti e inadeguati. Mostrano maggiori strategie di coping non
adattive, in particolare emotive o evitanti, con difficoltà nel controllo delle
emozioni. Nelle coppie <span class="fs12lh1-5 cf1">candidate per l‘adozione, invece si presenta più frequentemente
uno stile di coping razionale, indice della loro capacità di distanziarsi
emotivamente dal problema ed attivarsi per cambiare la situazione. C‘è anche
una grande differenza nei livelli di accettazione tra i gruppi che ricorrono
all‘adozione e quelli che scelgono il trattamento per l‘infertilità, nel
secondo caso ci sono livelli inferiori di accettazione, ma anche di
autocompassione e flessibilità psicologica.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5 cf1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1">Sottoporsi
al trattamento per l‘infertilità però sviluppa una maggiore intimità nella
coppia, probabilmente grazie al fatto che tale condizione aumenta la coesione
tra i partner, mentre il gruppo che ricorre all‘adozione ha un livello più alto
nell‘adattamento. La relazione tra i due partner è molto importante perché può
predire il livello di stress legato all’infertilità.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">L‘infertilità
in una coppia può provocare problemi di comunicazione, mancanza di accordo,
influire sull‘adattamento coniugale e sulla soddisfazione coniugale, in alcune
ricerche le donne risultano meno soddisfatte, indipendentemente dalle cause
dell‘infertilità. Altri ricercatori riscontrano una maggiore instabilità della
relazione ed una più bassa soddisfazione in entrambi i partner se le cause di
infertilità sono maschili. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">L‘infertilità
può avere diversi effetti sulla relazione: in alcuni casi può essere deleteria,
in altri i partner si sentono più vicini (nel 25-35% dei casi), questo accade
soprattutto quando l‘uomo inizia ad aprirsi e condividere la sua esperienza. In
caso di infertilità maschile il miglioramento della relazione avviene grazie
alla maggiore espressione di affetto dell‘uomo nei confronti della compagna, in
questo caso l‘adattamento coniugale è legato all‘ansia per l‘uomo ed alla
depressione per la donna. Per rafforzare la relazione coniugale, è molto
importante che i partner si sostengano, proteggendo così la donna da pensieri
negativi, se manca il supporto, invece, lo stress può aumentare. La situazione
non influisce sulla relazione di coppia se lo stress è condiviso e la
soddisfazione aumenta se anche il desiderio di diventare genitori è condiviso. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">La
fertilità, il genere e la durata del matrimonio hanno un effetto indiretto
sulla qualità di vita, attraverso la loro influenza sulla resilienza e
sull‘assenza di ansia. Sembra che, nel lungo termine, la mancanza involontaria
di figli non abbia un effetto sulla qualità di vita complessiva, ma può avere
un impatto negativo sull‘autostima della coppia. Inoltre la qualità di vita di
uno dei due partner è influenzata dalle caratteristiche dell’altro. La qualità
di vita delle donne si riduce se ci sono conflitti con il partner ed aumenta
con il miglioramento dell‘adattamento coniugale. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">L‘impatto
dell‘infertilità sulla coppia è definito anche dal contesto socio-culturale.
Nelle zone in cui lo scopo del matrimonio è quello di avere dei figli,
l‘infertilità può peggiorare maggiormente la relazione.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nelle coppie
infertili in generale si presentano livelli maggiori di ansia, depressione e stress,
con una possibilità di divorzio due volte maggiori rispetto alle altre coppie,
per questo molte di loro potrebbero beneficiare di un sostegno psicologico,
soprattutto interventi che riducono stress e depressione possono migliorare la
qualità di vita di queste coppie. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Jan 2024 10:23:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Caratteristiche psicologiche associate alla Procreazione Medicalmente Assistita]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000035"><div class="imHeading1">Caratteristiche psicologiche associate alla Procreazione Medicalmente
Assistita</div>

<div><span class="fs12lh1-5">La
Procreazione Medicalmente Assistita è una procedura che è stata creata nel 1978
per superare le difficoltà riproduttive ed ottimizzare le possibilità di
concepimento in coppie con problemi di fertilità. L‘infertilità e il suo
trattamento possono influire in modo drammatico o addirittura devastante
sull‘intera vita della coppia. La valutazione dell’impatto psicologico di
questi trattamenti è molto importante, perché l‘esito finale può essere
influenzato dall‘ansia e dallo stress, in quanto quest‘ultimo è associato ad
una minore probabilità di gravidanza. I fattori psicologi hanno anche un
impatto sulla decisione di continuare o interrompere le cure. Infatti i costi
dei trattamenti sono alti e possono durare anni, ed è possibile che questa
situazione porti a soffrire di depressione, sentimenti di vergogna, strategie
di coping disfunzionali e di una riduzione delle funzioni psicologiche
protettive. Molte coppie che si presentano per i trattamenti di PMA hanno già
alti livelli di stress, che possono aumentare ulteriormente a causa dalla
terapia, favorendo anche ansia e depressione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Oltre al
trattamento stesso, ci sono diversi aspetti che hanno un impatto psicologico;
ad esempio l‘incertezza dei risultati è molto snervante, può risolversi
velocemente, ma anche durare anni, favorendo lo stress e la possibilità che questo
si evolva in depressione. Le diverse fasi del trattamento hanno un impatto sui
cambiamenti emotivi, soprattutto per la donna, infatti è lei che dovrà subire
la maggior parte delle procedure e dei test, indipendentemente dalle cause
dell’infertilità, per questo in tutte le fasi le donne presentano maggiore
stress e difficoltà emotive che possono essere accentuate dagli effetti
collaterali di farmaci e ormoni che devono assumere.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">All’inizio
del trattamento in molti presentano ansia, la sua intensità varia però in base
a come vengono comunicate le informazioni ai pazienti. La depressione invece
sembra essere inferiore rispetto alla popolazione generale, questo effetto può
essere dovuto alla speranza data dall’inizio del trattamento. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Durante il
corso del trattamento invece gli uomini possono andare in contro a livelli di
depressione più alti rispetto alla media, inoltre alcune ricerche sostengono
che, se i fattori di infertilità sono maschili, si presentano in loro livelli
maggiori di auto-colpevolizzazione, isolamento sociale, senso di perdita,
stigma, depressione e livelli più bassi di autostima. Le ricerche relative al
benessere psicologico maschile durante il percorso di PMA sono ancora poche, ma
è importante concentrarsi su questo aspetto perché spesso gli uomini provano
uno stress che viene sottovalutato dai medici. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il periodo
più stressante per la coppia è infatti quello delle due settimane di attesa
dopo l‘inseminazione e prima di poter fare il test di gravidanza, ma dopo 7
mesi dalla prima consultazione, si nota un declino nell‘ansia. La depressione
però aumenta se il trattamento non ha esito positivo e il 25% di queste donne
può andare incontro ad una vera e propria depressione. Al contrario se la
terapia ha successo si nota una riduzione di ansia e depressione, in alcuni
casi però la gravidanza non riporta la coppia alla normalità e persistono
ansia, stress e sensi di colpa che possono anche creare difficoltà
nell’assumere l’identità di genitori. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">A causa
dell’impatto emotivo che ci può essere durante e dopo il trattamento è
importante rivolgersi ad uno psicologo, individualmente o in coppia, per poter
vivere con serenità questo percorso indipendentemente dall’esito, ottimizzare
le probabilità di concepimento limitando l’influenza dei fattori psicologici e
prendere decisioni in modo consapevole. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 04 Jan 2024 10:18:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il Burnout]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000034"><div class="imHeading1">Il Burnout</div>

<div class="imHeading2 imTALeft">Definizione</div>

<div>Il termine Burnout letteralmente significa “bruciato” o
“esaurito”, viene utilizzato per descrivere uno specifico tipo di esaurimento
psicofisico legato al lavoro. Seconda la definizione dell’OMS, l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, il Burnout è uno stato di stress cronico correlato al
lavoro. Nel 2019 viene riconosciuto
come sindrome ed entra a far parte dell’International Classification of Disease (ICD). La sua
principale caratteristica è la sensazione di esaurimento delle energie fisiche
e mentale, si tratta infatti, secondo la definizione di Maslach, di una “<i>sindrome
psicologica che emerge come risposta prolungata a stressors interpersonali
cronici sul luogo di lavoro.” &nbsp;</i>La sindrome dipende dalla risposta
dell’individuo allo stress psicofisico e sopraggiunge quando le risorse non
sono adeguate a fronteggiare la situazione, quindi vi è uno squilibrio tra
richieste dell’ambiente lavorativo e risorse dell’individuo. L’OMS infatti
spiega che si tratta di uno stress cronico malgestito, ma che non si tratta di
malattia o condizione medica. Quindi NON si tratta di Burnout se lo stress è
legato a situazioni al di fuori del contesto di lavoro, se sono presenti veri e
propri disturbi e se lo stress è temporaneo o prevedibile.<i></i></div>

<div>Inizialmente si
riteneva che la sindrome da Burnout colpisse solo le professioni di aiuto,
adesso si riconosce che possa colpire tutte le professioni, ma ne sono soggetti
soprattutto coloro che lavorano nelle professioni di aiuto, ad esempio: medici,
infermieri, psicologi, assistenti sociali, ma anche pompieri, forze dell’ordine
e in generale chi è a contatto con altre persone e deve gestire situazioni di
emergenza. </div><div><br></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Sintomi </span></div>

<div>Le principali caratteristiche del Burnout sono quindi: </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Esaurimento: le persone si sentono prosciugate,
stanche, emotivamente esauste ed incapaci di far fronte alle richieste del
lavoro e di recuperare le energie;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Sensazione di alienazione delle attività
lavorative: il lavoro è percepito come sempre più stressante e frustrante,
inizia ad esserci un distanziamento emotivo dal lavoro e un sempre minor
impegno che può manifestarsi anche con atteggiamenti non accoglienti verso
colleghi e clienti/pazienti;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Riduzione delle performance lavorative: si
riducono motivazione, concentrazione e creatività portando a una riduzione
della performance. La persona perde fiducia nelle sue capacità e sentono di non
essere in grado di rispondere ai compiti lavorativi. </div>

<div><br></div><div>Oltre a questi sintomi che sono i più caratteristici e
sempre presenti nel Burnout ne possiamo individuare anche altri che riguardano
le aree fisica, psicologica e comportamentale, come: </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Stanchezza per la maggior parte del tempo; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Ammalarsi di frequente; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Frequenti mal di testa; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Dolori muscolari; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Difficoltà nel sonno; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Cambiamenti nell’appetito; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Bassa autostima; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Mancanza di speranza; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Perdita di motivazione; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Mancanza di soddisfazione; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Irritabilità; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Cinismo e indifferenza; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Ridotta assunzione di responsabilità; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Ridotta produttività e procrastinazione; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Difficoltà nella gestione degli stati emotivi e
ricorso per gestirli a cibo, alcol o sostanze; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Assenteismo sul posto di lavoro; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Demoralizzazione che può arrivare a depressione;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Resistenza nel recarsi al lavoro ogni giorno; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Preoccupazione costante; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Senso di colpa; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Difficoltà nel pensare in modo chiaro; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Tachicardia; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Nausea; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Disturbi sessuali; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Vertigini; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Frequenti lamentele rispetto al lavoro. </div>

<div><br></div><div>L’esordio di solito
non è improvviso, ma graduale, i primi sintomi sono solitamente quelli fisici e
l’impossibilità di recuperare la stanchezza nonostante si abbia la possibilità
di riposare. </div>

<div><br></div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Cause</span></div>

<div>Le cause del Burnout possono essere diverse e di solito
l’origine della sindrome è multifattoriale, un insieme di fattori personali e
legati al contesto. Tra le caratteristiche personali possiamo trovare:</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Perfezionismo; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Pessimismo rispetto a sé e al mondo esterno;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Bisogno di controllo; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Tendenza ad identificarsi con la propria
professione; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Personalità autoritaria;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Carattere introverso;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Ritenere di essere indispensabile; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Obiettivi troppo elevati.</div>

<div><br></div><div>Sono inoltre fattori di rischio l’età avanzata, la mancanza
di una relazione sentimentale stabile e sono più colpite le donne rispetto agli
uomini. </div>

<div><br></div><div>Per quanto riguarda i fattori legati al contesto che possono
essere coinvolti nell’esordio del burnout alcuni esempi possono essere:</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Carichi di lavoro eccessivi; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Mancanza di controllo sul proprio lavoro; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Scarso senso di appartenenza all’organizzazione;
</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Mancanza di supporto o tensione tra colleghi;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Difficoltà e conflitti nella programmazione del
lavoro; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Inadeguate politiche di sicurezza sul lavoro; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Incongruenza tra i valori personali e quelli
organizzativi; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Insicurezza del posto di lavoro e mancanza di
riconoscimenti per il lavoro svolto;</div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Lavoro monotono e ripetitivo; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Attività inadeguate rispetto alle competenze,
con l’assegnazione di troppe o troppo poche responsabilità; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Insufficiente comunicazione da parte dei
superiori; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Obiettivi aziendali poco chiari; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Programmi che cambiano spesso; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Scadenze irrealistiche; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Orari di lavoro inflessibili; </div>

<div><!--[if !supportLists]-->- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->Eccessive pressioni derivanti dall’ambiente di
lavoro.</div><div><br></div>

<div class="imHeading5"><span class="cf1">Cosa fare se pensi di essere in Burnout?</span></div>

<div>La sindrome da Bornout comporta quindi diverse conseguenze
negative per l’individuo, l’azienda, ma anche per l’utenza. È quindi importante
agire preventivamente per ridurre i rischi che la sindrome si presenti, per
fare questo l’individuo dovrebbe prima di tutto rispettare le proprie esigenze
e prendersi del tempo adeguato per il riposo. Dovrebbe inoltre evitare di
fissare obiettivi irrealistici, evitare i conflitti con i colleghi e in
generale mantenere uno stile di vita sano. </div>

<div>Se invece si è già arrivati al Burnout per gestirlo è
importante modificare il proprio stile di vita ed evitare di ignorare il senso
di esaurimento, questo potrebbe infatti portare ad un peggioramento della
situazione. È invece bene cercare di migliorare le relazioni sul posto di
lavoro in modo che siano il più possibile positive; non dedicare interamente la
propria vita al lavoro, ma trovare un equilibrio che permetta di dedicare il
giusto tempo alla propria vita privata e di dedicarsi ad attività che siano una
fonte di soddisfazione non legata al lavoro.</div>

<div>Altri aspetti importanti sono il dedicare il giusto tempo al
riposo, incluse le ferie e all’attività fisica che aiuta a gestire lo stress
accumulato sul lavoro. </div><div><br></div>

<div>Come detto in precedenza però il Burnout è spesso legato non
solo ad aspetti organizzativi, ma anche di personalità, le indicazioni qui
riportate possono essere utili se il problema è soprattutto dovuto a stile di
vita e aspetti organizzativi, se è iniziato da poco e di lieve entità, ma se il
problema è presente da tempo o causa una compromissione della vita della
persona è bene rivolgersi ad uno psicologo che possa individuare le cause e intervenire
sugli aspetti di personalità &nbsp;e
comportamentali che sono coinvolti nell’esordio e mantenimento del problema. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 21 Dec 2023 10:12:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Conosciamo l’Amaxofobia, la fobia di guidare]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000032"><div class="imHeading1">Conosciamo l’Amaxofobia, la fobia di guidare</div>

<div>Molte persone soffrono di una o più fobie, spesso queste non
causano una compromissione della quotidianità, ma in alcuni casi possono invece
essere un limite per la vita di tutti i giorni, questo è il caso
dell’amaxofobia, la paura di guidare. Questa paura è molto diffusa, colpisce
circa il 33% della popolazione, ma ha diversi livelli di gravità. La situazione
più grave è quella in cui la persona non riesce assolutamente a salire in
macchina e sicuramente questa è la situazione più invalidante, un’altra
tipologia molto frequente è invece il timore di guidare in autostrada o riuscire
a fare solo percorsi abituali per lo più brevi. Altre tipologie sono la paura
di guidare da soli o al contrario chi vuole guidare esclusivamente da solo e
non vuole portare altre persone con se, paura di guidare di notte o nelle
gallerie. </div>

<div><br></div><div>Queste situazioni sono ben diverse da quelle in cui un lieve
timore è considerata normale, come iniziare a guidare da soli per i
neopatentati. La differenza è nel fatto che la fobia provoca una compromissione
della quotidianità che le normali paure non provocano. Una fobia per essere
definita tale deve durare almeno da 6 mesi, provocare stress e minare la vita
sociale e lavorativa della persona. Anche situazioni meno gravi, per durata e
livello di compromissione, meritano però un’attenzione clinica perché possono
comunque causare un disagio e peggiorare progressivamente fino a diventare una
vera e propria fobia. </div><div><br></div>

<div class="imHeading2 imTALeft">Le origini della fobia</div>

<div>Il nome amaxofobia deriva dal greco amax, cioè carro. Si può
sviluppare principalmente in due modi: </div>

<blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->A causa di un esperienza traumatica direttamente
avvenuta alla persona; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;
<!--[endif]-->A causa dell’apprendimento dovuto all’ascolto di
racconti che spaventano la persona o vedendo altre persone che sono spaventate
dalla guida. </div></blockquote></blockquote></blockquote>



<div>Si presentano quindi, in seguito a questi eventi, ansia e
preoccupazione intense all’idea di dover guidare con sintomi psicologici e
fisici (tachicardia, vertigini, sudorazione, affanno, ecc.). In seguito
emergono i comportamenti volti a ridurre questi stati, che portano quindi ad
evitare le situazioni che provocano la paura, questo però non porta alla sua
riduzione, bensì all’aumento della paura. </div><div><br></div>

<div>In molti casi però questa fobia non ha uno sviluppo così
lineare e può essere legata ad altri tipi di fobie, ad esempio all’agorafobia, cioè
la paura di allontanarsi da luoghi familiari, oppure a disturbi d’ansia o da
attacchi di panico. Può anche essere un sintomo di altri disturbi, come il
disturbo ossessivo compulsivo. </div><div><br></div>

<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Trattamento dell’ amaxofobia</span></div>

<div>Trattandosi di una fobia che risulta compromettere molto la
vita quotidiana per la sua cura è necessario rivolgersi ad un professionista.
La terapia più indicata è quella cognitivo comportamentale che agisce
modificando i pensieri e le convinzioni disfunzionali che sostengono la paura
portando la persona a disapprendere ciò che ha imparato sulla pericolosità
della guida. Si arriva a questo risultato con la messa in discussione dei
pensieri disfunzionali, la desensibilizzazione e le tecniche di rilassamento.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 22 Nov 2023 15:42:00 GMT</pubDate>
			<enclosure url="https://bassipsicologa.it/blog/files/Paura-guidare--2-_thumb.jpg" length="2062574" type="image/jpg" />
			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?conosciamo-l-amaxofobia,-la-fobia-di-guidare</link>
			<guid isPermaLink="false">https://bassipsicologa.it/blog/rss/000000032</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Effetto pigmalione: come ciò che gli altri pensano di noi può influenzarci senza che ce ne accorgiamo]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002D"><div class="imHeading1">Effetto pigmalione: come ciò che
gli altri pensano di noi può influenzarci senza che ce ne accorgiamo</div>

<div><span class="fs12lh1-5">Ho già parlato precedentemente delle profezie che si auto avverano, in questo articolo mi
concentrerò su come questo effetto è stato studiato e sull’ effetto che questo
può avere sulle persone.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div class="imHeading2 imTALeft">La ricerca</div>

<div><span class="fs12lh1-5">Uno dei principali studi su questo tema è quello di
Rosenthal del 1965 sull’effetto Pigmalione, detto anche profezia che si auto
avvera, che mostra come ciò che gli altri pensano di noi può influire sul
nostro futuro. L’esperimento mostra infatti come le aspettative degli insegnanti
possano indurre risultati positivi o negativi negli alunni. A delle maestre
viene detto che in base ad un test (che in realtà è inventato) alcuni dei loro
alunni risultano più promettenti, altri meno. Gli alunni definiti promettenti
erano stati scelti in modo del tutto casuale, ma un anno dopo questi bambini
mostravano realmente punteggi più alti ai test di intelligenza rispetto ad
altri. Questo probabilmente avveniva perché gli insegnanti riponevano più
fiducia in questi alunni e nelle loro capacità, portandoli a spiccare rispetto
agli altri. Tutto questo è stato fatto però in modo del tutto inconsapevole
dagli insegnanti che erano stati istruiti a trattare tutti gli alunni allo
stesso modo e dichiaravano di aver seguito questa regola.</span></div><div><b><span class="imTACenter fs16lh1-5 cf1"><br></span></b></div><div><b><span class="imTACenter fs16lh1-5 cf2">Come questo effetto può
influenzarci</span></b></div>



<div><span class="fs12lh1-5">È evidente da questa ricerca come le profezie possano
danneggiarci o favorirci, provocando circoli viziosi che innescano
comportamenti sulla base di ciò che pensano gli altri e portandoci a giudicarci
di conseguenza. Le aspettative possono avere effetti negati anche se sono
positive soprattutto nel caso in cui siano eccessive e portino la persona a
stressarsi per realizzarle, oppure se sono troppo ottimiste e portano a non
impegnarsi affatto causando un fallimento.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">In alcuni casi però le profezie possono anche essere
sfruttate a nostro vantaggio, perché questo avvenga è necessario conoscere il
meccanismo con cui agiscono queste profezie, riuscire a comprendere quando
questo si attiva e ci porta a comportarci in modi che potrebbero avere effetti
negativi e comportarci invece come ci comporteremmo se fossimo certi che
succederà qualcosa di positivo. Questo comportamento “come se” quando viene
usato con costanza può portare a modificare le proprie rappresentazioni mentali
e anche i comportamenti. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Nov 2023 18:33:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?effetto-pigmalione--come-cio-che-gli-altri-pensano-di-noi-puo-influenzarci-senza-che-ce-ne-accorgiamo</link>
			<guid isPermaLink="false">https://bassipsicologa.it/blog/rss/00000002D</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il dismorfismo corporeo, quando il corpo diventa un’ossessione ]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002E"><div class="imHeading1">Il dismorfismo corporeo</div>

<div class="imHeading2">Quando il corpo diventa un ossessione</div>

<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Il disturbo da dismorfismo corporeo, chiamato anche dismorfofobia,
è caratterizzato da una costante preoccupazione per difetti percepiti nel
proprio aspetto fisico che non sono evidenti o sembrano lievi ad altre persone.
Le persone colpite però sono convinte che gli altri notino in loro i difetti
percepiti e valutino quelle parti del loro corpo come brutte, anomale o non
attraenti. Tali preoccupazioni causano una sofferenza significativa o una
compromissione delle attività sociali, lavorative, scolastiche o in altri
ambiti della vita. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div>

<div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Sintomi</span></div><span class="fs12lh1-5">
Le persone che soffrono di questo disturbo mettono in atto, almeno in alcuni
momenti, comportamenti ripetitivi in risposta alla loro preoccupazione, come
guardarsi ripetutamente allo specchio o confrontarsi ripetutamente con altre
persone, occupando in queste attività diverse ore al giorno. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Questo disturbo non è così raro come si può pensare, si stima che
ne soffrano il 2% dei giovani dai 17 anni e il 5% degli studenti universitari,
tra le persone che ricorrono a chirurgia estetica, inoltre, si stima ne
soffrano tra il 13 e il 20% dei soggetti. Il disturbo colpisce la popolazione
femminile in modo leggermente superiore rispetto a quella maschile. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Se non trattato il disturbo tende ad avere decorso cronico e
causare una riduzione della qualità della vita, con difficoltà sociali e
lavorative, causate dal rifiuto di mostrare in pubblico il proprio aspetto che causa
imbarazzo. L’esordio avviene spesso in adolescenza e predice un peggiore
rendimento scolastico e isolamento sociale, il disturbo è inoltre legato a
sentimenti di vergogna che possono essere così intensi da portare a ideazioni
suicidarie. La vergogna ha un ruolo fondamentale non solo nel mantenimento del
disturbo, ma anche nel suo sviluppo, che sembra essere spesso legato all’aver
subito traumi o eventi avversi, soprattutto in infanzia. </span></div>

<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le preoccupazioni riguardano spesso il volto e la testa, in
particolare capelli, occhi, denti, labbra e naso, ma possono essere relative a
tutte le parti del corpo e modificarsi con il tempo. Gli uomini possono essere
colpiti anche dal dismorfismo muscolare, preoccupazione che il proprio corpo
non sia sufficientemente asciutto e muscoloso.</span></div>

<div><span class="fs12lh1-5">Questo disturbo è legato anche ad ansia, depressione e disturbi
del comportamento alimentare, per cui i sintomi, anche se spesso non sono
visibili, non vanno trascurati e, poichè nella maggior parte dei casi i
soggetti ritengono che le loro preoccupazioni siano realistiche, devono essere
le persone che li circondano a comprendere se i comportamenti possono essere
eccessivi e sostenerli nel chiedere aiuto. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 16 Oct 2023 17:38:00 GMT</pubDate>
			<enclosure url="https://bassipsicologa.it/blog/files/Dismorfismo--1-_thumb.jpg" length="3017705" type="image/jpg" />
			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?dismorfismo-corporeo-quando-il-corpo-diventa-ossessione-</link>
			<guid isPermaLink="false">https://bassipsicologa.it/blog/rss/00000002E</guid>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La mindfulness in breve]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002F"><div class="imHeading1">La Mindfulness in breve</div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine mindfulness è spesso frainteso perché molti lo associano al rilassamento, ma la mindfulness è ben altro. Per capire di cosa si tratta dobbiamo però partire dalle sue origini e capire cosa non è. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Le origini della mindfulness</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La ricerca della consapevolezza ha radici in tradizioni antiche, la <span class="cf1">mindfulness</span> deriva da un tipo di pratica meditativa buddista, la meditazione vipassana, che è stata però modificata in modo tale da poter creare un training di circa 8 settimane che prevede un apprendimento pratico e un impegno quotidiano di allenamento. Jon Kabat-Zinn è considerato il pioniere della mindfulness e ha soprattutto il merito della sua integrazione in programmi clinici, si deve a lui lo sviluppo dei primi programmi basati su questa e la sua diffusione nel mondo occidentale. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf2">Cosa NON è mindfulness</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Non è facile spiegare cosa sia la mindfulness, per iniziare è più semplice dire che cosa non è:</span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->la mindfulness non è una tecnica, non si può apprendere imparando dei semplici passaggi, ma è un modo di essere che per essere sviluppato richiede pratica e impegno, è la consapevolezza di quello che siamo e che stiamo vivendo; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->non è una tecnica di rilassamento, questa è la principale differenza con il <span class="cf3"><a href="https://bassipsicologa.it/tecniche-di-rilassamento.html" target="_blank" class="imCssLink">training autogeno</a> </span>che invece vuole proprio produrre uno stato di rilassamento. La mindfulness prevede la consapevolezza del momento presente e quindi anche delle proprie emozioni negative, insegna a starci in contatto aumentandone la tolleranza, ma ciò è ben diverso dal rilassarsi; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->la mindfulness non è solo pratica formale, non riguarda solo la meditazione che viene fatta in modi e ambienti precisi, è anche la consapevolezza nei gesti e nelle attività di tutti i giorni, e questa è considerata la vera mindfulness; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->non è svuotare la menta, ma è essere consapevoli di cosa fa la mente in ogni momento; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->non è essere privi di emozioni e dolore, ma imparare ad osservarli e tollerarli; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->non è una ricerca della felicità, infatti il lasciar andare non si riferisce solo alle emozioni e agli stati negativi, ma anche a quelli positivi, quindi anche la felicità, come tutti gli altri stati, va lasciata andare.</span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imHeading4"><span class="cf2">Cos’è la mindfulness</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La mindfulness è quindi il raggiungimento della consapevolezza del momento presente, in maniera non giudicante, questo stato viene raggiunto con l’utilizzo di tecniche di meditazione. Uno degli esercizi di meditazione che sono alla base della mindfulness è l’osservazione del respiro, questa consiste nel sedersi e portare l’attenzione sul proprio respiro per alcuni minuti, inizialmente si può partire da un tempo di 3 minuti, che poi viene progressivamente allungato. In questo tempo la persona deve semplicemente ascoltare il suo respiro cercando di non dare ascolto agli altri pensieri, riconoscere che questi esistono, ma dopo aver avuto questa consapevolezza tornare sul respiro. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questa però non l’unica tecnica della mindfulness, ne esistono molte altre e il percorso che si farà sarà scelto in base alle difficoltà e agli obiettivi della persona. La mindfulness infatti può essere utile per una varietà di situazioni, tra cui: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->stress;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->difficoltà a gestire le emozioni negative;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->gravidanza;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->prevenzione delle ricadute della depressione;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->disturbi alimentari;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->difficoltà di concentrazione;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->difficoltà ad addormentarsi;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->problematiche di tipo fisico.</span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questo articolo non ha la pretesa di essere esaustivo, per sapere qualcosa in più rispetto al percorso di mindfulness, e se può essere ciò che cerchi, clicca <span class="cf3"><a href="https://bassipsicologa.it/tecniche-di-rilassamento.html#Mindfulness" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://bassipsicologa.it/tecniche-di-rilassamento.html#Mindfulness', null, false)">qui</a></span>.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imHeading5"><span class="cf2">Bibliografia: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Gunaratana, H. &nbsp;(1995). La pratica della consapevolezza in parole semplici.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Kabat-Zinn, J. (2021). Vivere momento per momento.</span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;</div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 03 Oct 2023 17:50:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le profezie che si auto-avverano]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002C"><div class="imHeading1">Le profezie che si auto-avverano</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Qualcuno si chiederà “Che cosa centrano le profezie con la psicologia?”. Parlando di profezie si pensa a maghi che vedono il futuro nelle sfere di vetro o più semplicemente all’oroscopo, e in un certo senso questo tipo di profezie sono legate a quello di cui parlerò oggi, le profezie che si auto avverano.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Con profezia che si auto avvera intendiamo infatti quelle situazioni in cui una persona ascolta una previsione sul suo futuro da una fonte ritenuta autorevole, ritiene quindi che accadrà quanto previsto e modifica il suo comportamento in modo tale da far effettivamente avverare la previsione. Quindi ciò che la persona pensa su di sé, o quello che gli altri pensano su lei, influisce sul suo futuro.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Ad esempio una persona che crede nell’oroscopo e legge che la prossima sarà una brutta settimana per lei potrebbe essere preoccupata o triste, questo potrebbe distrarla dal suo lavoro e portarla a commettere errori che avranno conseguenze negative, portandola, in fine, a valutare la settimana come veramente brutta e che l’oroscopo aveva ragione. Il giudizio finale però non è dovuto al fatto che la previsione fosse esatta, ma alla reazione della persona alla profezia, se invece di preoccuparsi di quanto letto nell’oroscopo avesse pensato che erano tutte sciocchezze e si fosse comportata normalmente probabilmente gli eventi negativi non sarebbero accaduti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Non deve per forza essere una persona esterna a fare la profezia, ma la persona può anche farla su se stessa, un esempio può essere quando qualcuno dice “Non ci riuscirò”, questo spesso porta ad impegnarsi meno o non provarci neppure con la conseguenza di non riuscire effettivamente a fare qualcosa. La non riuscita non dipende quindi dalla mancanza di capacità, ma è dovuta alla convinzione di non farcela.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imHeading2 imTALeft">Effetti delle profezie</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La profezia può anche avere un effetto positivo, ad esempio se una persona è convinta che riuscirà a fare una maratona probabilmente si impegnerà in questo, si allenerà a lungo e alla fine riuscirà a farla, anche se ci metterà molto tempo e avrà molte difficoltà per raggiungere questo risultato, ma continuerà ad impegnarsi poiché pensa di potercela fare. Se invece pensasse che è impossibile per lui fare una maratona alla prima difficoltà penserebbe che c’era da aspettarselo, che è il segno che non può farcela e rinuncerebbe subito, o non inizierebbe nemmeno a provarci.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questo è quindi un fenomeno che si presenta molto spesso nella quotidianità e può influire anche su scelte importanti della persona e condizionarne le decisioni e i comportamenti, arrivando ad influire su come la persona vede se stessa ed è vista dagli altri e, a lungo termine, può portare a schemi di pensiero rigidi che si ripetono nel tempo e portano a comportamenti disfunzionali.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questo tema è stato molto studiato in psicologia perché mostra come i nostri pensieri possono influenzarci, in positivo, ma spesso anche in negativo e come sarebbe importante mantenere un atteggiamento positivo nei confronti di quello che succede per favorire un andamento positivo. Pensare continuamente che le cose andranno male invece può avere conseguenze negative a livello psicologico e portare allo sviluppo di ansia e depressione.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 15 Sep 2023 17:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il post vacation blues, lo stress post vacanze]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000031"><div class="imHeading1">Il post vacation blues, lo stress post vacanze</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Il post vacation blues, o sindrome da rientro, è una condizione con cui molte persone hanno a che fare al rientro dalle vacanze. Si manifesta con malessere fisico e psicologico, soprattutto al ritorno dopo un lungo periodo di riposo. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft">Sintomi della sindrome da rientro</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Si tratta di una risposta psicofisiologica al ritorno alla propria quotidianità, è molto frequente, secondo i dati Istat sembra infatti che ne soffra un italiano su 3, soprattutto tra i 25 e 45 anni. Si manifesta con stress, ansia, disagio, spossatezza e sintomi depressivi. La stanchezza è soprattutto una stanchezza mentale, legata al passare dall’essere spensierati ad avere la mente piena di preoccupazioni e cose da fare. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">I sintomi principali quindi sono: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Ansia; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Insonnia;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->irritabilità e nervosismo; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->sensazione di spossatezza e affaticamento;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->difficoltà di concentrazione;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->mal di testa;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->dolori muscolari; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->sintomi fisici come tachicardia, sudorazione, emicrania; &nbsp;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->disturbi della digestione;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->malinconia e/o tristezza senza apparente motivo;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->preoccupazione per il lavoro o le spese; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->sbalzi d’umore.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nella maggior parte dei casi la regressione è spontanea, nel giro di qualche settimana i sintomi spariscono, ma in alcune situazioni può portare alla luce problematiche latenti che difficilmente regrediscono in modo spontaneo, pertanto anche se non si tratta di una patologia va affrontato in modo adeguato.</span></div><div class="imHeading3"><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1"><br></span></div><div class="imTALeft"><span class="fs16lh1-5 cf1">Come affrontare la sindrome da rientro</span></div></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Per gestire il rientro, ed evitare che questa sindrome si trasformi in qualcosa di più grave, si può iniziare seguendo alcune semplici indicazioni:</span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->ricominciare gradualmente le proprie normali attività, se possibile ritornando in città alcuni giorni prima della fine delle proprie ferie;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->organizzare il rientro al lavoro in modo che sia il meno stressante possibile, porsi obiettivi e pianificare come raggiungerli e investire sulle relazioni con i colleghi, il buon rapporto con i colleghi è fondamentale; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Migliora il sonno, questo spesso ha ritmi diversi durante le vacanze rispetto a quando si torna al lavoro, cerca di abituarti gradualmente e affrontare sul nascere i problemi di insonnia che possono presentarsi;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Ricomincia a prenderti cura del tuo corpo partendo da un alimentazione sana e corretta, questa infatti è spesso sregolata durante le vacanze, ma è molto importante tornare presto a mangiare sano perché questo influisce non solo sulla salute, ma anche sull’umore e sulla concentrazione; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->per favorire il benessere ricomincia a fare sport, questo aiuta a combattere lo stress, favorisce il buonumore e un adeguato riposo; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->prenditi delle pause dal lavoro, soprattutto se lavori molto con il computer è opportuno riposare gli occhi almeno 15 minuti ogni ora; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Prenditi del tempo per te, non dedicarti solo al lavoro e agli impegni, ma ricordati di ritagliare qualche momento ogni giorno per rilassarti e dedicarti a te stesso e ai tuoi hobby. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Purtroppo talvolta, come detto in precedenza, lo stress da rientro si può trasformare in qualcosa di più grave, in questi casi le soluzioni proposte non saranno sufficienti, se i sintomi sopra descritti durano più di qualche giorno sarebbe meglio rivolgersi ad un professionista. Il ritorno dalle vacanze è il momento ideale per iniziare un percorso da uno psicologo, per affrontare lo stress da rientro e riflettere su come abbiamo vissuto prima delle vacanze, ci siamo presi delle pause? Ci siamo presi cura di noi stessi? Come viviamo le nostre giornate? Forse ci sono delle abitudini che vanno modificate per rendere questo periodo meno stressante, lo stress da rientro spesso non è immotivato, ma dovuto a situazioni realmente stressanti che meritano l’aiuto di un professionista per una corretta gestione anche in momenti diversi dal ritorno dalle vacanze.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Aug 2023 14:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il mobbing verticale, cos’è e come riconoscerlo]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div class="imHeading1">Il mobbing verticale: cos’è e come riconoscerlo</div><div><span class="fs12lh1-5">In un articolo precedente ho spiegato che cos’è il <span class="cf1"><a href="https://bassipsicologa.it/blog/?mobbing" class="imCssLink">mobbing</a></span>, si tratta di un comportamento aggressivo nei confronti di un lavoratore perpetrato in modo ripetuto ed organizzato con il fine di escluderlo dall’ambiente lavorativo. Un tipo particolare di mobbing è il mobbing verticale, questo infatti non è messo in atto tra colleghi, ma tra un superiore e un sottoposto, per questo è chiamato anche bossing.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Esempi di atti vessatori</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">In questo caso alcuni esempi di atti vessatori sono: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><ul><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;ossessiva vigilanza;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;provocazioni;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;insulti rivolti alla vittima di mobbing davanti agli altri colleghi;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sanzioni disciplinari immotivate;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;revoca dei benefits aziendali;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;imposizione di mansioni dequalificanti;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;rifiuto di ferie o permessi, ma anche rifiuto di fare degli straordinari;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;continue critiche;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;escludere la vittima da riunioni, progetti, comunicazioni aziendali o corsi di aggiornamento;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;impedire alla persona di avere avanzamenti di carriera.</span><br></li></ul></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questi comportamenti per essere definiti mobbing devono protrarsi per almeno 6 mesi e provocare danni psicofisici alla vittima. Il mobbing viene messo in atto dal datore di lavoro per stressare e isolare la vittima allo scopo di fargli dare le dimissioni. Il superiore è agevolato in queste condotte per il suo potere di compromettere la salute e la carriera della vittima. Questo tipo di mobbing infatti passa spesso inosservato perché grazie alla sua posizione il superiore può nascondere le condotte vessatorie facendole passare per misure lecite e necessarie.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">È importante sapere che il bossing non si manifesta soltanto in ambiente lavorativo, ma può presentarsi anche in ambiente sportivo (messo in atto da un allenatore), in ambiente scolastico (dai docenti nei confronti degli alunni) o all’interno di qualsiasi attività o associazione.</span></div> &nbsp;<div class="imHeading3 imTALeft"><span class="fs12lh1-5 cf2">Mobbing verticale ascendente</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Il tipo più comune di mobbing verticale è quello discendete, di cui abbiamo parlato finora, in cui la vittima è un subordinato, ma esiste un altro tipo di mobbing verticale, quello ascendente in cui un lavoratore di livello inferiore (o un gruppo di lavoratori) attaccano un soggetto sovraordinato. Quest’ultimo di solito è messo in atto dai dipendenti per mantenere i loro privilegi, o per evitare il mobbing del superiore, diventando però a loro volta aggressivi. <br> Queste condotte iniziano di solito dall’iniziativi di un singolo individuo che poi ne coinvolge altri che partecipano tacitamente.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche nel caso di mobbing verticale se la vittima volesse intraprendere vie legali sarà difficile dimostrare di esserne vittima, soprattutto nel caso di bossing perché, come già detto, il superiore può sostenere che le misure usate fossero necessarie. Per superare questi momenti, i traumi e le sofferenze che possono derivarne le persone possono però rivolgersi ad uno psicologo che li aiuterà nel trovare le strategie più adatte a loro per affrontare la situazione. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 25 Jul 2023 17:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quando si tratta di mobbing e quando no?]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000029"><div class="imHeading1">Quando si tratta di Mobbing e quando no?</div> &nbsp;<div class="imHeading2">Distinguere il mobbing dallo straining</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Come già spiegato in un <a href="https://bassipsicologa.it/blog/?mobbing" class="imCssLink">articolo precedente</a><span class="cf1"> </span>il mobbing è un comportamento aggressivo nei confronti di un lavoratore che causa sofferenze fisiche e psicologiche, con lo scopo di allontanare la persona dall’ambiente lavorativo. Da questa definizione risulta quindi chiaro che sono necessarie diverse caratteristiche per poter definire un comportamento mobbing e non tutti i comportamenti vessatori e spiacevoli possano essere definiti mobbing. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un esempio particolare è quello dello straining, termine non molto utilizzato in Italia, che indica la situazione in cui il lavoratore è messo sotto pressione dai superiori e dal datore di lavoro in modo maggiore rispetto a quello che sarebbe necessario per svolgere la sua mansione. Vi è quindi uno stress forzato sul luogo di lavoro dovuto a situazioni vessatorie nei confronti del lavoratore indice di una chiara ostilità nei suoi confronti, ma viene meno la continuità, ripetitività nel tempo e la premeditazione della situazione presenti nel mobbing. L’azione deve avere comunque conseguenze prolungate nel tempo per la vittima e questa deve essere confinata in una posizione di costante inferiorità rispetto ai suoi aggressori quindi non essere nelle condizioni di reagire, difendersi e tutelare i propri diritti.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Si tratta quindi di una singola azione protratta nel tempo che può avere conseguenze per il lavoratore. Proprio per questo si differenzia dal mobbing che invece è caratterizzato da un numero maggiore di azioni, ma tra loro collegate e ripetute con continuità. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Anche in questo caso lo psicologo poterà aiutare la vittima, in modo simile alle vittime di mobbing, migliorando le sue risorse personali e sociali per favorire una reazione positiva alla situazione e migliorare le sue relazioni sociali e familiari, nonché la sua autostima e sicurezza in sé. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 17 Jul 2023 17:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Annuncio nuova sede]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Aggiornamenti"><![CDATA[Aggiornamenti]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000033"><div class="imHeading1">Annuncio nuova sede</div><div><br></div><div>Da oggi oltre al mio abituale studio in Borgo Trento e alle sedute online si aggiunge una nuova sede a Verona, nella zona di Borgo Roma, più precisamente in Viale del Commercio, presso il Centro Medico Arena. </div><div><br></div> &nbsp;<div>Per informazioni o prenotazioni potete contattarmi al 351 5460735 o bassi.psicologa@gmail.com</div><div>Potete prenotare anche online cliccando <a href="https://www.calengoo.com/booking/valentina_bassi/" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://www.calengoo.com/booking/valentina_bassi/', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink">qui</a>. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 10 Jul 2023 14:47:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Cos'è il mobbing?]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_del_lavoro"><![CDATA[Psicologia del lavoro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000028"><div class="imHeading1">Cos'è il mobbing?</div><div>Il termine Mobbing deriva dall’inglese e, più nello specifico, dalla voce del verbo “to mob” (assillare con violenza). Viene utilizzato inizialmente per descrivere, nel mondo animale, il comportamento violento tra due individui della stessa specie per escludere un altro membro dal gruppo. Allo stesso modo, in ambito lavorativo è infatti utilizzato per indicare un comportamento aggressivo nei confronti di un lavoratore. Tali condotte possono essere compiute dai colleghi o dai superiori, in questo secondo caso si parla di mobbing verticale, questo tema verrà trattato più nel dettaglio in un articolo successivo. </div> &nbsp;<div>Per essere definite mobbing le condotte aggressive devono essere ripetute ed essere frequenti nel tempo per almeno 6 mesi. Gli esempi di questi comportamenti possono essere diversi come assegnazione di carichi di lavoro eccessivi o, al contrario, riduzione delle mansioni tanto da rendere umiliante il lavoro, frasi ingiuriose, aggressioni verbali, critiche continue anche per motivi banali, sia in pubblico che in privato, venire costantemente isolati dai colleghi, rifiuto continuo di ferie o permessi o possibilità che queste vengano assegnate in periodi non graditi, esclusione da benefici o incarichi, esclusione da possibilità di formazione, sottrazione di strumenti di lavoro, non fornire informazioni necessarie per il lavoro.</div><div><br></div><div class="imHeading2">Definizione</div> &nbsp;<div>Per parlare di mobbing le condotte sopra descritte (ma potrebbero essercene molte altre) devono essere attuate con l’intento di espellere la persona dal lavoro e devono avere su questa ripercussioni psicofisiche. A livello psicologico si può sviluppare un disturbo dell’adattamento, cioè una sindrome ansioso-depressiva in reazione all’evento stressante. Oltre a ciò, possono presentarsi anche conseguenze quali perdita d’autostima, depressione, insonnia, isolamento. Tali effetti non si presentano solo in ambito lavorativo ma vanno ad interferire anche con la vita privata della persona, arrivando, in un numero non trascurabile di casi, a portare al suicidio. </div> &nbsp;<div>A livello fisico i sintomi possono essere numerosi, i più frequenti sono cefalee, gastriti, dermatiti, tachicardia, tremori, sudorazione. </div> &nbsp;<div>A causa delle gravi conseguenze che il fenomeno del mobbing può portare, il datore di lavoro è obbligato a garantire un ambiente di lavoro sicuro, vigilando su qualunque condotta potenzialmente lesiva (di qualsiasi genere o entità) nei confronti dei lavoratori da parte di colleghi o superiori, come contenuto nell’art.2087 del Codice Civile. Il lavoratore dovrebbe quindi essere tutelato dal mobbing, ma come dimostrare di esserne vittima rimane un punto spinoso. Infatti si dovrebbe accertare che la salute della persona è peggiorata a causa del mobbing, ma anche accertare che i danni alla vittima siano stati perpetrati in maniera volontaria e con l’intento di allontanarla, contro la sua volontà, dall’ambiente di lavoro. Provare con certezza la presenza di queste due condizioni è molto difficile, cosa si può fare allora chi sente di essere vittima di mobbing? </div><div><br></div><div class="imHeading3"><span class="cf1">Cosa fare se si teme di essere vittima di mobbing?</span></div> &nbsp;<div>La prima cosa da fare è pensare al proprio benessere fisico, ma anche psicologico. Uno psicologo potrà aiutare la persona a costruire o migliorare le risorse personali che gli permetteranno di affrontare la situazione in modo positivo evitando, così, di prendere decisioni affrettate come licenziarsi o intraprendere via legali senza valutare le conseguenze che possono esserci. Un modo per aiutare a migliorare l’autostima e la sicurezza in sé è sicuramente migliorare le relazioni sociali riuscendo a non isolarsi e capendo l’importanza del sostegno di amici e parenti. In generale quindi la persona potrà imparare ad adattarsi all’ambiente di lavoro e sviluppare risorse che gli saranno utili nella situazione attuale e in quelle future. &nbsp;</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 03 Jul 2023 13:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Come capire se potresti avere un problema con il sonno]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000027"><div class="imHeading1">Come capire se potresti avere un problema di sonno</div><div>Avere un sonno regolare è importante per mantenere una buona qualità di vita. Sono in molti però a soffrire di disturbi del sonno, quelli maggiormente colpiti sono le donne e gli anziani, soprattutto nei paesi industrializzati. Per quanto riguarda gli aspetti psicologici le persone che non dormono bene soffrono spesso di stress, ansia e depressione. Questi disturbi possono essere la causa della mancanza di sonno ma, anche, esserne conseguenza indiretta. </div> &nbsp;<div>Per gli adulti le ore di sonno necessarie sono circa 7-9, non rispettare questa regola può portare a svariate conseguenze in diversi ambiti, e proprio per la varietà di effetti che potrebbero presentarsi, è spesso difficile, per le persone riconoscere che hanno un problema di sonno. Le sue conseguenze possono infatti essere attribuite in modo errato ad altre cause (come ad esempio stress, cause fisiche o problemi di lavoro) o banalizzate a causa di conoscenze errate rispetto alle proprie necessità (ad esempio, in molti ritengono che gli anziani abbiano bisogno di un numero di ore di sonno minore rispetto a quello reale o che sia normale in alcuni periodi della vita dormire meno). Inoltre spesso le persone hanno una percezione non corretta delle loro ore di sonno e tendono a darne una stima sbagliata. Per esempio, capita spesso che si passi molto tempo a girarsi e rigirarsi nel letto. Questo comportamento rende estremamente difficile rendersi conto del tempo che si passa da svegli e di quello che si passa dormendo. In altri casi le ore di sonno possono essere adeguate, ma il sonno può essere tanto disturbato da non permettere comunque un adeguato riposo. In molti casi, poi, c’è una stima scorretta delle ore di sonno di cui si necessita, per questo non si riconosce di avere un problema. </div> &nbsp;<div><div class="imHeading2">I sintomi</div><div>Quali sono, quindi, i segni a cui prestare attenzione per capire se hai un problema di sonno?</div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Stanchezza ad un livello tale da pregiudicare lo svolgimento delle attività quotidiane. Questo è da considerare un problema anche se si presenta solo per brevi periodi o è influenzata da fattori esterni; </div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Difficoltà ad addormentarsi o mantenere il sonno nonostante la stanchezza; </div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Irritabilità, nervosismo e sbalzi d’umore che possono portare a difficoltà nelle relazioni interpersonali;</div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Difficoltà di memoria;</div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Difficoltà nel mantenere la concentrazione;</div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Calo del rendimento lavorativo, scolastico o sportivo;</div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Difficoltà a prendere decisioni, dovuta ad una carenza delle abilità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni;</div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Umore depresso;</div></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div>- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sintomi depressivi o aggravamento di sintomi psicologici già presenti fino ad arrivare a deliri o allucinazioni in caso di mancanza prolungata di sonno. </div></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div>I sintomi sopra presentati hanno un grande impatto sulla vita personale e lavorativa e non vanno mai sottovalutati. Perciò è di grande importanza, se si sospetta di avere un problema con il sonno, rivolgersi ad un professionista, il quale, una volta individuata la causa del disturbo, potrà trattarla con specifiche tecniche. &nbsp;</div><div><br></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Scopri di più sul sonno e come migliorarlo</span></div><div><a href="https://bassipsicologa.it/blog/?regole-per-dormire-bene" class="imCssLink">Regole per dormire bene</a></div><div><a href="https://bassipsicologa.it/insonnia.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://bassipsicologa.it/insonnia.html', null, false)">Problemi relativi al sonno</a></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 26 Jun 2023 13:13:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Regole per dormire bene]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div class="imHeading1">Regole per dormire bene</div><div>Il sonno è fondamentale per il nostro benessere fisico e psicologico, occupa infatti un’ampia parte della nostra vita. Sempre più persone però presentano disturbi del sonno e chiedono per questo aiuto a psicologi, medici e altri professionisti. L’aumento di queste problematiche è probabilmente legato ai mutamenti delle abitudini avvenuti negli ultimi decenni. I disturbi del sonno non vanno però mai sottovalutati o banalizzati perché possono avere gravi ripercussioni &nbsp;sulla vita privata e quella lavorativa, oltre che sui rapporti sociali e sulla salute psicologica. Se questi disturbi sono trattati in modo corretto ci possono essere miglioramenti in tempi abbastanza contenuti e i trattamenti possono avere benefici a lungo termine. </div><div><br></div><div class="imHeading2">Le regole da seguire</div> &nbsp;<div>Un buon punto di partenza per iniziare a migliorare il sonno è avere una corretta igiene del sonno, il primo passo &nbsp;per andare in questa direzione è seguire poche semplici regole: </div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div>1. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->La camera da letto deve essere usata solo per dormire. Lavorare o mangiare a letto possono portarci a non abituare correttamente il nostro corpo all’idea che quando ci si mette a letto si deve dormire. Per questo è anche importante, se non ci si addormenta entro 15/30 minuti da quando ci si mette a letto, alzarsi, lasciare la stanza e fare qualcosa di noioso e poco stimolante finchè non si sarà abbastanza stanchi per riprovare a dormire; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>2. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Essere puntuali, alzarsi sempre alla stessa ora e, possibilmente, andare a dormire alla stessa ora. L’orario migliore per un buon riposo è tra le 22 e le 23;</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>3. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Non fare sonnellini durante il giorno. Questa non è in realtà una regola assoluta ed andrebbe valutato in base alle singole situazioni, in alcuni casi brevi pisolini possono portare benefici per l’organismo, in altri, soprattutto se i periodi di sonno pomeridiano sono lunghi, possono &nbsp;provocare difficoltà nel sonno notturno; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>4. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Non fare attività motoria entro le tre ore prima di andare a dormire perché questa contrasta con il rilassamento che serve al corpo per dormire, è importante però fare attività fisica durante il giorno per favorire il rilassamento notturno; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>5. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Abbassare le luci un’ora prima di andare a dormire;</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>6. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Spegnere tutti gli schermi ½ ore prima di andare a dormire, non solo perché la luce blu stimola i circuiti cerebrali della veglia, ma anche perché le attività su computer e telefoni possono portare alla mente pensieri sgraditi che impediscono di prendere sonno; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>7. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Tenere una temperatura intermedia, non troppo calda e non troppo fredda;</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>8. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->È importante che nella stanza non ci siano rumori. Si dovrebbe, inoltre, per questo motivo, considerare l’effetto che potrebbe avere sul sonno la presenza di animali o di altre persone che dormono con noi ;</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>9. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Evitare di assumere caffeina 8 ore prima di andare a dormire;</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>10. &nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Non fumare prima di andare a dormire;</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>11. &nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Evitare di mangiare cibi pesanti prima di andare a letto; </div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>12. &nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Non consumare alcol 5 ore prima di andare a dormire.</div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div>Queste sono regole generali che funzionano per la maggior parte delle persone, ma ogni situazione andrebbe valutata singolarmente. </div> &nbsp;<div>Queste regole ti sembrano impossibili da seguire? Provi a seguirle, ma non riesci o le difficoltà persistono? Succede a molti e potrebbe significare che il tuo problema di sonno non è legato solamente ad abitudini sbagliate, ma anche ad altri fattori. Ci potrebbero essere dei pensieri bloccanti che impediscono di mettersi nel giusto stato d’animo per impegnarsi nel cambiare le proprie abitudini (ad esempio “le ho già provate tutte”, “con me non funzionerà”, “tanto non serve a niente”). Anche alcune condizioni psicologiche, però, potrebbero influire sul sonno; stress e ansia causano di frequente problemi ad addormentarsi, ma anche la depressione può impedire di dormire bene, soprattutto causando risvegli molto presto al mattino. In questi casi è importante lavorare sulla causa del problema per poterlo risolvere in modo definitivo. </div> &nbsp;<div>Un altro importante aiuto per dormire è imparare a rilassare il corpo e la mente, soprattutto per riuscire a liberarsi dei pensieri che tengono svegli la notte. A questo fine potrebbe essere molto utile apprendere delle tecniche di rilassamento, come training autogeno e mindfulness. </div> &nbsp;<div>Quando si presentano disturbi del sonno è sempre consigliabile rivolgersi ad un professionista per poter migliorare la propria qualità di vita riducendo la stanchezza diurna e migliorando attenzione, concentrazione e umore. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 13:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Siamo tutti vincitori! Gli effetti negativi del non vivere un fallimento]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000025"><div class="imHeading1">Siamo tutti vincitori, gli effetti negativi del non vivere un fallimento </div><div><span class="fs12lh1-5">Negli ultimi anni sempre più spesso c’è il tentativo di evitare che i bambini rimangano delusi. In quasi tutti gli sport c’è ormai la tendenza a dare premi a tutti indipendentemente dal risultato, ma anche nella scuola si tende ad evitare per quanto possibile di comunicare in modo diretto ai bambini giudizi insufficienti, questo viene fatto per evitare ovviamente che alcuni bambini possano sentirsi inferiori rispetto ad altri che hanno ottenuto risultati migliori e questo aumenterà la loro autostima ed eviterà di soffrire. A prima vista sembra una cosa positiva, ma se avesse anche degli effetti negativi? </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2">L'importanza delle emozioni</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Negli esseri umani tutte le emozioni hanno una funzione fondamentale ma evitare di provare quelle negative fa stare tutt’altro che bene. Soprattutto nel corso dello sviluppo, è importante provare qualche volta emozioni negative come frustrazione, tristezza e delusione per imparare a conoscerle e gestirle. Ma se non lasciamo che i bambini perdano come faranno a provare queste emozioni così importanti? Che effetto può provocare il fatto di ottenere sempre, in un modo o nell’altro, una vittoria?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">L’incapacità di riconoscere e gestire le emozioni può portare allo sviluppo di diversi disturbi psicologici, come ad esempio depressione, ansia o disturbi di personalità, in particolare, se uniamo questa difficoltà all’alta autostima data dal non perdere mai, è possibile che si sviluppi un disturbo narcisistico di personalità. Le persone con questo disturbo pensano di essere nettamente superiori agli altri, ma, nel momento stesso in cui subiscono delle delusioni o affrontano dei fallimenti, la loro idea di sé crolla portando ad una grandissima sofferenza che non sanno come gestire, in quanto, non sono mai dovuti scendere a patti con questo genere di situazioni. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading3"><span class="cf1">Gli effetti sull'autostima</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ricevere sempre premi ha sicuramente l’effetto positivo di aumentare l’autostima, ma con la grave conseguenza che quest’ultima possa arrivare a dipendere esclusivamente dall’avere un riconoscimento. In questo modo, il bambino diventa vulnerabile a grandi sofferenze nel momento in cui non è più possibile essere premiati così spesso. Infatti il vincere sempre non prepara al mondo reale in cui si incontrano continui fallimenti e nel quale gli obiettivi vengono raggiunti solo provandoci e riprovandoci. &nbsp;Chi sente di non aver mai fallito in niente non ha mai provato l’esperienza di sbagliare, o fallire, per poi migliorarsi, quindi, potrebbe non essere in grado di farlo, nè di sopportare l’impatto emotivo che una sconfitta comporta.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Considerato tutto questo dovremmo chiederci: per chi stiamo proclamando tutti vincitori? Lo facciamo per i bambini o per noi adulti che siamo a disagio nel gestire la loro sofferenza?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questo, ovviamente, non vuol dire che i bambini debbano provare continue delusioni, ma, almeno una volta ogni tanto, perdere potrebbe aiutarli a crescere e prepararli alla vita futura.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 12 Jun 2023 13:03:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La personalità depressa]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000024"><div class="imHeading1">La personalità depressa</div><div><span class="fs12lh1-5">Quasi tutti hanno sentito parlare di depressione e hanno un’idea di cosa si tratta, ma sapevate che esiste anche una personalità depressa? </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Sebbene non vi sia ancora una chiara classificazione diagnostica per questo disturbo, la maggior parte degli psicologi riconosce la sua esistenza. Questo disturbo insorge in adolescenza o nella prima età adulta e, se non curato, rimane presente per tutta la vita. Le persone che ne soffrono sono cronicamente giù di morale, abbattute o afflitte, indipendentemente dalle circostanze. Ripensano spesso agli errori del passato e sono molto critiche verso se stessi e gli altri, creando per questo problemi nelle relazioni sociali. L’origine di questo tipo di personalità è spesso da ricercare nelle esperienze infantili in cui la persona può aver provato mancanza di sostegno, critiche, esperienze di perdita o separazione. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Il disturbo depressivo di personalità colpisce circa il 2% della popolazione, soprattutto donne, ma, di fondamentale importanza, è il fatto che un numero molto alto di chi ne è affetto sviluppa poi un disturbo depressivo maggiore e spesso è questo che porta la persona a ricorrere ad una terapia, ma le difficoltà erano presenti già prima. Le caratteristiche principali del disturbo sono infatti la presenza di sentimenti di infelicità, scoraggiamento, mancanza di speranza e difficoltà nel riprendersi da questi stati d’animo. Non mancano, inoltre, sentimenti quali vergogna, senso di colpa, scarsa autostima e, in casi più gravi, è possibile incorrere addirittura in pensieri suicidari. Un aspetto importante sono proprio i pensieri, si riscontrano, infatti, convinzioni negative verso se stessi (inutilità, fallimento, incompetenza), verso il mondo (luogo cinico e inospitale), verso il futuro, che sembra essere senza speranza e verso gli altri (percepiti come indifferenti, incompetenti e critici). </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2">Differenze tra personalità depressa e depressione</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Rispetto alla depressione vera e propria i sintomi sono meno evidenti, ma più persistenti e generalizzati a tutti gli ambiti di vita della persona, la sintomatologia può aggravarsi però in presenza di eventi di vita negativi, in particolare quando ci sono perdite o fallimenti. Questo disturbo quindi, anche se non ancora molto conosciuto, non è assolutamente da sottovalutare e può portare a importanti conseguenze sulla vita di chi ne è affetto. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Ti riconosci in questa descrizione? Niente paura, per questo disturbo, come per gli altri c’è un trattamento, questo avrà come principali obiettivi quelli di intervenire sulla mancanza di gioia e sul deficit di motivazione, ma verrà posta attenzione anche a tutti gli ambiti che creano difficoltà alla singola persona. È importante agire il prima possibile per ridurre il rischio di cadere in una grave depressione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Bibliografia</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Beck A. T., Davis D. D. &amp; Freeman A. (2021). <i>Terapia Cognitiva dei Disturbi di Personalità</i>. Raffello Cortina Editore. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Jun 2023 12:59:00 GMT</pubDate>
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			<link>https://bassipsicologa.it/blog/?personalita-depressa</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La tua mente è pronta per la prova costume?]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000023"><div class="imHeading1">La tua mente è pronta per la prova costume?</div><div><span class="fs12lh1-5">Come ogni anno in questo periodo si avvicina la famigerata prova costume e aumentano in molte persone le preoccupazioni per il proprio aspetto fisico, con il tradizionale ricorso a diete miracolose ed esercizio fisico estremo. L’ansia per il proprio aspetto fisico aumenta, in questo periodo, perchè l’aumento delle temperature e il cambio dell’abbigliamento portano a mostrare parti del corpo che in inverno, per ovvie ragioni, si tende a nascondere di più. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imHeading2">Segnali di insoddisfazione per il proprio aspetto fisico</div><div><span class="fs12lh1-5">L’insoddisfazione per il proprio aspetto fisico può manifestarsi in diversi modi, ad esempio: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->diete estreme;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->esercizio fisico intenso;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->check del corpo (ripetuti controlli di alcune parti del corpo allo specchio, pizzicando la pelle o misurandosi); </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->confronto con altre persone;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->pensare costantemente all’aspetto fisico;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->dedicare molto tempo al proprio aspetto fisico; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->basare la propria autostima sull’aspetto fisico.</span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<span class="fs12lh1-5"> </span><div><span class="fs12lh1-5">L’insoddisfazione porta anche a conseguenze più o meno gravi. Prima fra tutte, una riduzione dell’autostima, ma si possono manifestare anche altri problemi, come disturbi dell’umore, ansia e difficoltà nelle relazioni sociali che vengono evitate per cercare di non mostrarsi. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Per evitare di cadere in disturbi come quelli descritti non sarebbe meglio, quindi, cambiare la propria mente e cercare di vedersi in modo diverso, anzichè sforzarsi fino allo sfinimento per cambiare il proprio corpo?</span></div> &nbsp;<div><div class="imHeading3"><span class="cf1">Come stare meglio con il proprio corpo</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ecco alcuni suggerimenti per iniziare a stare meglio con il proprio corpo. </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Guardarsi allo specchio il meno possibile ed evitare i controlli del proprio corpo (non misurarsi o pesarsi in continuazione); </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Evitare il confronto con gli altri, o valutare meglio le persone con cui ci si confronta,. Spesso, infatti, ci si confronta con persone molto belle senza considerare il fatto che la maggior parte delle persone non sono come loro e che probabilmente anche loro, se si guarda con attenzione, hanno dei difetti; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Ridurre l’utilizzo dei social network in cui si mostrano molte immagini del corpo e si da molta importanza a questo. Spesso, però, lo si fa con foto ritoccate che portano le persone a cercare di raggiungere ideali che in realtà non esistono;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Fare un elenco delle proprie capacità e caratteristiche positive da rileggere per ricordare che l’aspetto fisico non è l'unica caratteristica che abbiamo; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Parlare a se stessi in modo positivo, scegliere delle frasi positive rispetto al proprio aspetto fisico da ripetersi più volte al giorno; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Allontanarsi, nel mondo reale e virtuale, da tutte quelle persone che ci trasmettono negatività dando estrema importanza al corpo e commentando (in positivo o negativo) ogni minimo cambiamento nel nostro fisico. Anche i commenti positivi, infatti, spesso non sono di aiuto perchè portano l’attenzione al corpo invece di concentrarsi su quello che siamo realmente; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Fare attività fisica. Accettarsi, infatti, non vuol dire lasciarsi andare o trascurare il proprio corpo, ma le attività dovrebbero essere fatte per il solo gusto dif are qualcosa per il proprio piacere personale o per migliorare le proprie condizioni di salute. Non va bene dedicarsi strenuamente ad un'attività che non ci piace con il solo scopo di migliorare il proprio aspetto fisico; </span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dai il buon esempio, non giudicare gli altri, non commentare il loro aspetto, pensa a loro come persone e pensa alle loro qualità, non solo al loro fisico. </span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Questi suggerimenti sono solo un inizio. Possono essere utili per quelle persone che, di fronte alla prova costume, hanno delle lievi preoccupazioni, ma in alcuni casi potrebbero non essere sufficienti. L’insoddisfazione per il proprio corpo può avere gravi conseguenze e in alcuni casi arrivare a configurarsi in un disturbo, come, ad esempio, il disturbo da dismorfismo corporeo (di cui parlerò in un altro blog) o, addirittura, portare a sviluppare dei disturbi alimentari (come anoressia o bulimia). È quindi importante se l’insoddisfazione inizia ad aumentare tanto da compromettere la nostra quotidianità rivolgersi ad un professionista per cercare di evitare, o ridurre, le conseguenze che questo tipo di problema può portare, non solo a livello psicologico, ma anche a livello sociale. &nbsp;&nbsp;</span><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 May 2023 12:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[I bambini e lo sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000021"><div><div class="imHeading1">I bambini e lo sport</div></div><div><span class="fs12lh1-5">In Italia la categoria che fa più sport sono i bambini. Fino ai 14 anni sono il 64,5% dei maschi e il 56,8% delle femmine a fare sport. Nei successivi 5 anni le percentuali crollano a 50,7% per i maschi e 37,2% per le femmine, in seguito le percentuali continuano a scendere. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">L’OMS raccomanda l’importanza dell’attività fisica per i bambini, differenziando tempi e modalità in base all’età:</span></div><blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Meno di un anno 30 minuti di attività fisica</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Bambini di 1-2 anni 180 minuti di attività fisica al giorno</span></div></blockquote><blockquote><div data-line-height="1" class="lh1"><span class="fs12lh1">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Bambini di 3-4 anni 180 minuti di attività con almeno 60 di attività moderata – intensa. </span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Purtroppo però non è sempre possibile rispettare queste necessità perché nelle scuole primarie l’attività motoria non è obbligatoria ed è spesso considerata non importante dagli insegnanti che preferiscono dedicare queste ore ad altre materie. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Lo sport è importante non solo per il fisico, ma anche per la mente, infatti l’autostima dei bambini aumenta quando vedono i loro miglioramenti. Inoltre lo sport può insegnare ai bambini abilità che poi sono utili a scuola e sul lavoro, come diagnosticare (cioè leggere la situazione), relazionarsi e affrontare le situazioni. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Molti bambini però svolgono l’attività a livello agonistico, infatti la maggior parte degli atleti agonistici in Italia sono bambini. Per questo spesso lo sport provoca stress e non diverte, ai bambini si chiede di vincere presto trascurando gli aspetti formativi ed educativi, inoltre i genitori hanno spesso aspettative troppo alte per le capacità del bambino. &nbsp;A causa di questo molti ragazzi lasciano lo sport, ma anche per le difficoltà a conciliare scuola e sport. La scuola dovrebbe agevolarli con un Piano Formativo Personalizzato, spesso invece gli studenti atleti sono penalizzati. È importante però che i bambini continuino &nbsp;ad andare a scuola e non la sacrifichino in funzione dello sporta, anche in vista delle future possibilità lavorative dopo la conclusione della carriera sportiva. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Come contribuire allora a diffondere una buona cultura sportiva? Sono fondamentali gli adulti di riferimento per insegnare un atteggiamento sportivo salutare, il rispetto per gli avversari e riconoscere che si può anche non vincere. Poiché i genitori sono la prima agenzia educativa è importante che lo psicologo lavori con loro e non solo con i bambini. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">L’allenamento ottimale che motiva i bambini deve contenere 10 pilastri: clima sereno, senza giudizio; molta attività motoria; l’allenamento passa attraverso il gioco; educare attraverso il movimento; appassionare allo sport; orientarsi al compito; includere variabilità della pratica; giocatore protagonista; organizzare l’allenamento. Inoltre ai bambini bisogna insegnare non dicendogli che sbagliano, ma piuttosto elogiando i compagni che stanno facendo bene. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo può aiutare anche nel compito di sviluppare negli atleti dei sani valori come:</span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Competizione; massimo sforzo per il massimo risultato</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Etica; accettare gli aspetti positivi e negativi. </span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Inoltre bisogna lavorare sul fatto che &nbsp;nell’agonismo non basta partecipare, l’obiettivo è vincere, ma vince uno solo, quindi bisogna essere preparati alla frustrazione. Dopo le sconfitte bisogna mettersi in discussione e allenarsi di più. Non bisogna cercare sempre degli alibi, ma chiedersi dove è stato l’errore e dove migliorare. La vittoria non è per tutti, ma il successo (cioè migliorare se stessi e le proprie prestazione) è per tutti. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Un aspetto importante per favorire nei bambini la passione per lo sport è che non si devono saltare le tappe: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Prima si deve imparare a giocare, all’inizio da soli e solo dopo in gruppo, il gioco deve essere fine a se stesso, senza fare gare. Sono i bambini stessi poi a chiedere di inserire i punteggi, ecc.;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Poi si impara a fare sport;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Poi chi lo desidera e lo sceglie liberamente può gareggiare, questo non dovrebbe accadere prima dei 14 anni. Per arrivare a scegliere di gareggiare bisogna per prima cosa appassionare (con giochi), poi insegnare e allenare (con gesti ripetitivi), poi si cerca la massima prestazione individuale e solo dopo si pensa a vincere, per arrivare a questo ci vogliono 10 anni di allenamento. </span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">All’inizio bisogna fare giochi in cui vincono tutti, poi in cui vincono in molti (ad es. vincono tutti quelli che hanno fatto più di tot punti), poi si fanno vincere pochi e solo alla fine si fa vincere uno solo. L’importante è vincere per competenza e non per bravura assoluta.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Per portare i bambini ad appassionarsi allo sport è quindi importante non saltare le tappe e non pressarli per vincere, ma piuttosto sostenerli a livello pratico ed emotivo per affrontare le difficoltà che possono incontrare, e aiutarli ad apprendete le competenze ed i valori che sono utili non sono nello sport, ma in tutti gli ambiti della loro vita. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><br></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Apr 2022 18:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'importanza della musica nello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001F"><div class="imHeading1">L'importanza della musica nello sport</div><div><span class="fs12lh1-5">Lo sport e al musica hanno una stretta correlazione, fin dai tempi antichi. Molto spesso infatti le pratiche sportive sono accompagnate da una musica in sottofondo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><i>“L'ascolto della musica è tra le esperienze più gratificanti per gli esseri umani, non ha alcuna somiglianza funzionale ad altri stimoli gratificanti, e non ha alcun valore biologico dimostrato, ma le persone continuano ad ascoltare musica per piacere. È stato suggerito che gli aspetti piacevoli dell’ascolto della musica siano legati a un cambiamento di eccitazione emotiva….” </i></span><span class="fs12lh1-5">( Salimpoor, et al., 2009). </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Con l’avvento delle neuroscienze, ponte tra mente e cervello, si è potuto vedere che quando siamo sottoposti a uno stimolo musicale, si attivano contemporaneamente diverse aree del cervello: la corteccia uditiva primaria, le regioni del linguaggio (emisfero sinistro), la corteccia motoria, il cervelletto (implicato nella sincronizzazione dei ritmi musicali e nella coordinazione dei movimenti), ipotalamo, amigdala (aree che si attivano durante l’elaborazione di uno stimolo musicale con valenza emotiva) e l’ippocampo (centro della memoria).</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La psicologia della musica studia &nbsp;tutti gli aspetti collegati alla musica da quelli emotive e comportamentali fino a quelli percettivi, sia a livello individuale che di gruppo. </span></div> &nbsp;<div><div class="imHeading2 imTALeft">Effetti della musica sugli atleti</div><div><span class="fs12lh1-5">La musica può essere molto utile durante lo svolgimento di pratiche sportive poiché possiede effetti benefici sulle prestazioni atletiche. Essa, infatti, agisce sull’attenzione, sulle emozioni, riduce le inibizioni e incoraggia il movimento nell’atleta. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nel rapporto tra sport e musica dobbiamo però considerare diversi elementi. Il primo è il ritmo, vi è infatti una propensione del corpo umano a muoversi adattandoci a un ritmo musicale, perché l’attenzione si adatta alla struttura ritmica cui il soggetto è esposto. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La musica può poi condizionare nell’atleta 5 capacità, portandolo a migliorare la prestazione: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">1. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Dissociazione, la musica distrae l’atleta dalle sensazioni di affaticamento;</span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">2. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Regolazione dell’attivazione, può essere utilizzata per attivare o rilassare; </span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">3. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sincronizzazione, sincronizzare la musica con l’esercizio può migliorare le prestazioni; </span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">4. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Acquisizione di abilità motorie, la musica può replicare le forme ritmiche di movimento e permettere di eseguirlo in modo più efficace, rinforzare alcuni aspetti della tecnica sportiva e rendere l’apprendimento più piacevole; </span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">5. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Raggiungimento dello stato di Flow, la musica può aiutare a raggiungere questo stato.</span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote></blockquote><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Proprio per questi motivi, oltre a quelli di sicurezza, la musica viene bandita dalle competizioni ufficiali e considerata come una forma di doping. L’ascolto della musica però non sempre apporta benefici allo sportivo, ci possono essere anche delle insidie. Le ricerche fatte nell’ambito del nuoto mostrano infatti che gli atleti nuotano più velocemente se ascoltano musica motivante rispetto alla musica neutra. Le differenze tra questi due tipi di musica non risultarono significative, ma in entrambe le situazioni gli atleti nuotavano più velocemente rispetto a quelli che nuotavano senza musica, mostrando così il suo impatto su performance e motivazione, questo era probabilmente dovuto al ritmo a cui gli atleti si adattavano. </span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 19 Mar 2022 18:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Infortuni in psicologia dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div class="imHeading1">Infortuni in psicologia dello sport</div><div><span class="fs12lh1-5">La psicologia dello sport si occupa anche di infortuni perché questi colpiscono la maggior parte degli atleti nel corso della loro carriera, in modo più o meno grave. Non si conoscono i numeri esatti degli infortuni nello sport, poiché molti degli atleti infortunati, soprattutto per quanto riguarda gli atleti amatoriali, non inizia un percorso con uno specialista per riprendersi. Tra le figure professionali che si occupano di infortuni vi è lo psicologo che è molto importante perché questi non riguardano mai solo l’atleta, ma anche fattori biologici, psicologici e sociali.<br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"><b>L’infortunio sportivo</b> è un tipo di infortunio che si verifica nel corso di attività sportiva e che determina un temporaneo o permanente impedimento alla partecipazione. Quello dell’infortunio è quindi un ambito che va dalla prevenzione al rientro in campo. </span></div> &nbsp;<div><div class="imHeading2 imTALeft">Tipi di infrotunio</div><div><span class="fs12lh1-5">Gli infortuni sono classificati in base a: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Localizzazione: parti del corpo coinvolte e lato del corpo coinvolto; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Tipologia: frattura, strappi, ecc., se l’infortunio è da contatto, se è avvenuto in allenamento o competizione</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Eziologia: infortuni traumatici o infortuni da sovraccarico funzionale;</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Gravità percepita dall’atleta secondo: criterio temporale ( gironi tra infortunio e rientro in campo e numero di infortuni ogni 100 ore di attività), &nbsp;grado e natura dell’invalidità, complessità del trattamento; conseguenze a lungo termine.</span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nei precedenti articoli abbiamo parlato di preparazione mentale, questa include, tra le tante cose, la gestione del dolore dopo gli infortuni. Questo può essere fatto con ricondizionamento, desensibilizzazione e ascolto del proprio corpo mentre si ricorda l’evento che ha provocato l’infortunio. </span></div> &nbsp;</div><div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Fattori predisponenti all'infrotunio</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Diversi sono i <b>fattori predisponenti all’infortunio</b>, uno di questi, comune a tutti gli sport è l’ansia pre-gara, ma ci sono anche carico e fatica che possono influire su questi. Il carico è l’insieme di stimoli fisici e mentali applicati all’atleta in un certo momento. Può essere misurato e diviso in carico interno ed esterno, tali misurazioni sono utili per la prevenzione degli infortuni. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La fatica invece è definita come il risultato della stanchezza fisica e mentale, spesso si manifesta con una riduzione delle prestazioni rispetto a quelle attese ed entra in gioco nel momento degli infortuni. Per ridurre il rischio di infortuni legato a questi fattori si possono fare periodiche misurazioni di carico e fatica, se questi risultassero elevati lo psicologo potrà proporre interventi mirati, a seconda delle necessità per ridurli ed aiutare nella gestione dei fattori che li provocano, soprattutto per quanto riguarda i fattori mentali. Ad esempio si potrebbe insegnare ad &nbsp;atleti e allenatori come individuare i segni di carico e fatica eccessivi o aiutare l’atleta ad ascoltare maggiormente il proprio corpo. A questo fine si potrebbero usare tecniche di rilassamento focalizzate sul rilassamento muscolare come il Training Autogeno ed il rilassamento progressivo di Jacobson e migliorare la comunicazione con il coach in modo che l’atleta riesca ad esprimere i propri bisogni. Si potranno anche proporre ad atleti e squadre dei programmi per aiutare a gestire l’ansia pre-gara. Andersen e Williams individuano la risposta allo stress come principale fattore che influisce sull’infortunio. Se l’atleta è in grado di gestire lo stress il rischio si riduce, se non lo è il rischio aumenta perché questo può influire su concentrazione e gesti tecnici. Gli interventi che aiutano nella gestione dello stress possono quindi agire come fattori preventivi. Infatti spesso gli atleti, soprattutto quelli di alto livello, sottostimano il loro livello di stress e possono arrivare all’overtraining (sindrome da sovra allenamento), e di conseguenza all’infortunio.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">In generale i fattori predisponenti agli infortuni si dividono in 2 grandi categorie: fattori esterni (condizioni ambientali e caratteristiche dello sport) e fattori interni (età, precedenti infortuni, stile di vita, alimentazione, stress e aspettativa). </span></div><div class="imHeading4"><span class="cf1"><br>Cosa può fare lo psicologo?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Finora ho parlato di cosa fare per prevenire l’infortunio, ma cosa si può fare se questo è già avvenuto? Lo psicologo può lavorare sulla <b>fase acuta</b> e su quella post-infortunio aiutando l’atleta a superare il trauma e comprendere che lui non è invincibile. La reazione dell’atleta all’infortunio dipenderà da gravità dell’infortunio, prognosi, pressioni sociali, periodo agonistico e precedenti infortuni. Tutti questi fattori andranno presi in considerazione nella presa in carico dell’atleta poiché possono portare a reazioni diverse, dalla catastrofizzazione, alla colpevolizzazione di sé, fino alla negazione dell’infortunio, lo psicologo dovrà aiutare l’atleta ad avere una visione più realistica della sua situazione, senza valutazione troppo negative o troppo positive e senza colpevolizzarsi inutilmente. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nella <b>fase post infortunio</b> è importante favorire nell’atleta l’accettazione e aiutarlo a comprendere che l’infortunio è parte della pratica sportiva e cogliere i graduali miglioramenti che lo avvicinano al rientro in campo. Spesso nel momento dell’infortunio emergono le difficoltà comunicative e relazionali, gli atleti a volte non vengono sostenuti dai compagni di squadra e allenatori in questi momenti, sperimentando un senso di solitudine o pressioni sociali da parte della società che da cui sono stipendiati che li pressa per una ripresa rapida, lo psicologo potrà intervenire quindi anche su questi aspetti relazionali favorendo empatia e comunicazione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Dopo la fase post-infortunio si passa alla delicata fase del <b>rientro in campo</b>, anche in questo momento i fattori psicologici sono molto importanti, infatti la preparazione mentale è altrettanto importante di quella fisica per prevenire ricadute e nuovi infortuni. Gli aspetti più importanti da considerare sono la sicurezza rispetto alle proprie possibilità, la paura di nuovi infortuni, le aspettative e la motivazione. La sicurezza deve essere al giusto livello, se c’è troppa sicurezza si rischia di non prendere le precauzioni necessarie per prevenire le ricadute, se invece è troppo poca la paura può prendere il sopravvento, ciò potrebbe portare ad una riduzione della concentrazione, aumento dello stress e quindi costituire un fattore di rischio per nuovi infortuni. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Riassumendo quindi per la prevenzione del rischio lo psicologo può promuovere interventi per: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Ridurre lo stress, la tensione muscolare, migliorare la qualità del movimento, sviluppare abilità mentali, consapevolezza, chiarezza di pensiero e analisi della situazione.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Con l’allenatore/tecnico per prevenzione si può fare formazione sui fattori predisponenti all’infortunio e insegnare come riconoscere determinati segnali.</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Con l’atleta si può fare formazione sui fattori psicologici legati all’infortunio, valutare questi fattori e sviluppare programmi di mental training che potranno aiutare anche ad avere un recupero più veloce in caso di infortunio. </span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 02 Feb 2022 18:54:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Giornata mondiale della gentilezza]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001E"><div><div class="imHeading1">Giornata mondiale della gentilezza</div></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi si festeggia la giornata mondiale della gentilezza, vediamo come essere gentili può influire su molti aspetti della nostra vita. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">La gentilezza è un atteggiamento molto elaborato. Implica autocontrollo, sicurezza, empatia, stima degli altri e consapevolezza della relazione, ha infatti un enorme impatto nei rapporti sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le persone gentili hanno benefici per il loro benessere e la loro felicità, il che ha un impatto positivo anche sulla longevità. La gentilezza può aiutare a: </span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	ridurre lo stress; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	migliorare il benessere; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	migliorare le reti sociali di supporto; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	incoraggiare ad essere più attivi; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	migliorare l’autostima; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	creare un senso di appartenenza e ridurre l’isolamento; </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	rafforzare le connessioni sociali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs12lh1-5">Gli atti di gentilezza favoriscono il rilascio di dopamina, che può dare una sensazione di euforia. Allenarsi ad essere gentili infatti può: aumentare le emozioni positive, la connessione sociale e i comportamenti pro-sociali; ridurre i sentimenti negativi e i pregiudizi; rallentare l'invecchiamento biologico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Coltivare la gentilezza può avere un impatto trasformativo in diversi contesti della vita. La gentilezza può essere pluridirezionale, ed è importante allenarsi, non solo ad essere gentili con gli altri, ma anche a ricevere compassione ed essere gentili e accoglienti con se stessi.</span></div><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></blockquote></div></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">“Un solo atto di gentilezza mette le radici in tutte le direzioni e le radici nascono e fanno nuovi alberi”</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></blockquote></div></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	Amelia Earhart</span></div></blockquote></div></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 13 Nov 2021 18:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Importanza delle relazioni in psicologia dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div class="imHeading1">Importanza delle relazioni in psicologia dello sport</div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Nello sport non contano solo i risultati, è anche fondamentale garantire agli atleti esperienze costruttive, gratificanti e significative per la persona, per questo è importante porre attenzione anche alle relazioni interpersonali. Lo psicologo dello sport può quindi lavorare sul rapporto con compagni di squadra e allenatori migliorando la comunicazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Un aspetto importante riguarda gli obiettivi del singolo e della squadra, a breve, medio e lungo termine, lo psicologo dovrebbe indagare questi aspetti per assicurarsi che i diversi atleti e gli allenatori abbiano obiettivi compatibili. A questo fine è fondamentale anche migliorare il dialogo tra compagni di squadra e con l’allenatore, insegnando tecniche per una comunicazione efficace perchè non ci siano fraintendimenti e segreti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">La comunicazione e le relazioni interpersonali sono quindi fondamentali per ottenere buoni risultati negli sport di squadra, ma anche in quelli individuali, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con l'allenatore, se ci fossero problemi in questo o fossero presenti obiettivi diversi ci potrebbero essere gravi conseguenze sulle prestazioni fino ad arrivare all'abbandono dello sport.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 06 Nov 2021 10:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Obiettivi dello psicologo dello sport e tecniche utilizzate]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div><div class="imHeading1">Obiettivi dello psicologo dello sport e tecniche utilizzate</div></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Il principale obiettivo dello psicologo dello sport è comprendere come i fattori psicologici influenzano le prestazioni e come la pratica sportiva, a sua volta, influisce su fattori psicologici e benessere. Sulla base di questi dati si possono, di conseguenza, sviluppare degli interventi che permettano di Ottenere i migliori risultati possibili e favorire il Benessere.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo dello sport deve aiutare le persone ad ottenere coinvolgimento, massima prestazione, soddisfazione e sviluppo personale, creando percorsi che rispettino le differenze individuali attraverso la partecipazione ad attività motorie e sportive.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Può farlo aiutando gli atleti a rinforzare le risorse che già possiedono e insegnare loro alcune tecniche psicologiche per incrementare la performance sportiva usando metodi concreti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ad esempio per gestire lo stress si possono usare tecniche di rilassamento psicofisico, come il Training Autogeno, inoltre possono essere utilizzate Tecniche di respirazione e Visualizzazioni. Queste ultime sono delle immagini che vengono evocate nella mente mentre si è in uno stato di rilassamento e possono avere diversi fini, come portare al recupero di energie o alla distensione, aiutare a memorizzare percorsi, strategie di gara e gesti tecnici o aumentare la motivazione e l’autoefficacia. Lo psicologo può lavorare sull’auto-dialogo positivo e sullo sviluppo di abilità per conoscere e Gestire le Emozioni e lo stress prima, durante e dopo la gara, a seconda che questa abbia esito positivo o negativo. Può essere utile a questo fine anche la creazione e gestione della routine pre e post gara che servono rispettivamente per preparare l’atleta mentalmente alla competizione, aiutarlo a tornare alla serenità dopo di questa e recuperare le energie utilizzate. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Come già accennato sembra inoltre fondamentale favorire l’autoefficacia dell’atleta, cioè la fiducia nelle proprie capacità, e il pensiero positivo; le ricerche svolte su studenti mostrano infatti che la qualità del risultato è soprattutto una conseguenza della motivazione ad agire la quale, a sua volta, dipende dalle convinzioni di efficacia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dal punto di vista fisico si possono usare Biofeedback e Neurofeedback, queste sono tecniche che consentono di conoscere e regolare le proprie risposte fisiologiche. L’intervento dello psicologo è importante per ridurre il rischio di sovrallenamento, che, se mal gestito, può portare ad uno stop dallo sport di diversi mesi; un altro aspetto importante è quello legato agli infortuni, l’intervento psicologico può ridurne i rischi o favorire il ritorno in campo dopo che questi ultimi si sono verificati, la preparazione mentale è infatti importante quanto quella fisica per evitare il rischio di ricadute. Quest'ultimo è un tema che sta molto a cuore agli atleti e verrà trattato dettagliatamente nei prossimi post.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 30 Oct 2021 09:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Mental Training]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div class="imHeading1">Mental training in psicologia dello sport</div><div><span class="fs12lh1-5">In psicologia dello sport usiamo spesso il termine Mental Training, ma che cosa vuol dire?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Weinberg and Gould (2007) hanno definito la preparazione mentale o Mental Training come “il sistematico e specifico allenamento di abilità mentali e psicologiche con lo scopo di migliorare la performance, aumentare il divertimento e raggiungere una crescente soddisfazione per le proprie attività fisiche e sportive”. Essa comprende un adeguato assessment iniziale (che può comprendere l’uso di test, l’analisi della richiesta dell’atleta o della squadra o dello staff, la pianificazione degli obiettivi (Goal Setting) a breve, medio e lungo termine, tecniche di rilassamento e visualizzazione (Imagery) le quali, insieme allo sviluppo di capacità nella gestione dello stress, dell’ansia e delle emozioni negative, costruiscono la base sicura per imparare ad avere un buon dialogo interno (Self Talk).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Tutto ciò ha lo scopo di migliorare la capacità di concentrazione e autoregolazione per avere un efficace livello di attivazione che è la chiave per entrare e rimanere il più a lungo possibile nella personale “zona di performance”.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 19 Oct 2021 08:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lo psicologo dello sport per gli atleti amatoriali]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div class="imHeading1">Lo psicologo dello sport per gli atleti amatoriali</div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso si pensa che lo psicologo dello sport possa aiutare solo gli atleti d'elite, in realtà il suo intervento è molto importante anche per gli atleti amatoriali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Infatti sappiamo bene che l’atleta amatoriale e le persone che, pur non essendo atleti, praticano regolarmente attività fisica devono conciliare ed organizzare la propria attività sportiva all’interno della routine giornaliera che è fatta di lavoro, studio, attività quotidiane, eventualmente famiglia e tempo libero.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Spesso le persone “resistono” per un po’ di tempo e poi abbandonano ad esempio per il poco tempo a disposizione, per la troppa fatica legata al livello raggiunto, per gli scarsi risultati, per un infortunio, etc… Purtroppo, altrettanto spesso si osserva una poco efficace pianificazione degli obiettivi e una carenza di abilità dal punto di vista mentale (o mental skills).</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Entrambi questi aspetti sono allenabili (come lo sono quelli fisici/motori e tecnici) e rientrano nell’ambito di intervento dello psicologo dello sport e dell’esercizio. Nello specifico, lo psicologo dello sport si occupa di allenare le abilità mentali dell’atleta/squadra con lo scopo principale di aiutarlo/a a migliorare la prestazione. Lo psicologo dell’esercizio fisico si occupa delle prestazioni dell’atleta/squadra amatoriale mantenendo come obiettivo generale quello di favorire la partecipazione e, nello specifico, trarre soddisfazione dall’attività fisica raggiungendo o mantenendo un benessere complessivo.</span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 Oct 2021 08:56:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Ambiti di intervento dello psicologo dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div><div class="imHeading1">Ambiti di intervento dello psicologo dello sport</div></div><div><span class="fs12lh1-5">La Psicologia dello sport è un ambito della psicologia ancora poco conosciuto, per questo da oggi pubblicherò alcuni blog in cui tratterò diversi aspetti della psicologia dello sport con il fine di far conoscere maggiormente questo argomento. Oggi inizierò sfatando il mito che lo psicologo si occupi solo di disturbi mentali.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">In realtà lo psicologo dello sport, a differenza dello psicologo clinico o dello psicoterapeuta, non lavora sul passato e sulla psicopatologia, ma agisce soprattutto per migliorare la prestazione sportiva nel presente. Quindi non cura, ma Allena la mente e lo fa indagando i pensieri, le emozioni e i comportamenti che influiscono negativamente sulla performance del singolo atleta e della squadra e cercando poi di modificarli, se necessario. Un'altra differenza rispetto allo psicologo psicoterapeuta è il setting: lo psicologo dello sport infatti di solito non lavora nel suo studio, ma segue gli atleti direttamente sul campo durante allenamenti e gare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2">Ambiti della psicologia dello sport</div><div><span class="fs12lh1-5">La psicologia dello sport si divide a sua volta in 3 ambiti:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">•	Ricerca: in questo ambito lo psicologo lavora per raccogliere informazioni su determinati settori e sviluppare nuovi tipi di interventi, lavora principalmente in contesto universitario per aiutare a mantenere l'approccio scientifico che caratterizza la psicologia;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">•	Clinica: in questo ambito lo psicologo dello sport ha come obiettivo quello di comprendere l’esperienza sportiva individuale in modo completo;</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">•	Educativo: lo psicologo dello sport interviene sul campo allenando l’atleta dal punto di vista mentale insegnandogli tecniche utili a sviluppare abilità mentali che possano aiutarlo a migliorare le prestazioni ed integrare il concetto di attività sportiva in un più ampio contesto di salute e benessere.</span></div></blockquote></blockquote><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 03 Oct 2021 08:52:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Training Autogeno in psicologia dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div class="imHeading1">Training Autogeno in psicologia dello sport</div><span class="fs12lh1-5">Ecco a voi il secondo dei mie articoli pubblicati su BioCorrendo, in cui parlò del training autogeno applicato alla psicologia dello sport. </span><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nei precedenti articoli di questa rubrica abbiamo parlato delle tecniche di mental training, cioè tutte quelle tecniche che portano allo sviluppo di abilità mentali per migliorare le prestazioni e quindi la soddisfazione ed il divertimento. &nbsp;Tra le principali aree su cui si può intervenite con queste tecniche ci sono: pianificazione di obiettivi, motivazione, visualizzazioni, dialogo interno, attenzione, concentrazione e rilassamento. Oggi mi concentrerò su quest’ultima area e parlerò in particolare di una tecnica che può essere utile per favorire il rilassamento, ma porta anche molti altri benefici: &nbsp;il Training Autogeno.</span></div><div class="imHeading2"><div class="imTALeft"><br></div><div class="imTALeft"><span class="fs14lh1-5">Cos'è il Training Autogeno?</span></div></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento e di autoregolazione delle funzioni corporee involontarie. Per gli atleti è fondamentale apprendere tecniche di rilassamento poiché sono spesso esposti a momenti di ansia e tensione che possono portare a tensioni muscolari, difficoltà di concentrazione, &nbsp;pensieri disfunzionali &nbsp;(cioè tutti quei pensieri che portano ad un andamento negativo delle performance sportive) ed in generale un calo nelle prestazioni. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il termine autogeno deriva dal greco auto-genos, cioè che si genera da sé, ciò vuol dire che il corpo è in grado di auto-regolarsi, ma perché questo avvenga è fondamentale prestargli attenzione. Training invece vuol dire allenamento, la pratica è infatti fondamentale per apprendere adeguatamente questa tecnica. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Il Training Autogeno fu ideato da Schultz nel ‘900 a partire dall’ipnosi, che lui utilizzava nella sua pratica clinica, ma criticava per la passività del paziente e per la dipendenza che si creava con il medico. Schultz, inoltre, conosceva la pratica dello yoga, fatto inconsueto per l’epoca, cercò quindi di sviluppare un metodo che unisse l’efficacia di ipnosi e yoga superandone i limiti. Cercava una tecnica facile da imparare e che, una volta appresa, fosse applicabile in autonomia dal paziente. Fu così che nacque il training autogeno. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">In Italia una delle prime applicazioni di questa tecnica nello sport fu fatta come preparazione psicofisica di atleti dello scii negli anni ’70 con la cosiddetta “Valanga Azzurra”, nel ’74 infatti 5 atleti italiani che usavano questa tecnica occuparono i primi 5 posti nella classifica del gigante. In seguito il Training Autogeno si è diffuso per la preparazione mentale in numerose discipline sportive. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Come può essere utile il training autogeno?</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Può essere utile per diversi aspetti come gestire l’ansia prima della gara, gestire la rabbia, aumentare le capacità cognitive; in particolare la memoria e la concentrazione, riducendo i pensieri intrusivi durante la gara e mantenendo l’attenzione focalizzata. È utile anche per ridurre lo stato di tensione muscolare, favorire il recupero dopo un allenamento, migliorare il riposo notturno e aumentare l’autocontrollo, gestire il dolore, sviluppare maggiore fiducia in sé e superare momenti di difficoltà grazie alle visualizzazioni. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">L’atleta dovrebbe utilizzare questa tecnica il più possibile in momenti di tranquillità per apprenderla al meglio, poi dovrà imparare ad applicarla anche a momenti diversi adeguandosi all’ambiente e alla situazione. È bene utilizzare il Training autogeno il più possibile in campo nei momenti di pausa per recuperare le energie o alla fine dell’allenamento, per favorire il recupero soprattutto nei periodi di allenamento più intenso. Può essere utilizzato anche prima della gara, l’ideale è farlo un’ora prima della gara per ridurre la tensione, ma non rilassarsi troppo, altrimenti l’atleta si disattiva, nelle gare che prevedono turni in cui si alternano diversi atleti si possono applicare alcune parti del Training nei momenti di attesa e infine nella gare molto lunghe, come la maratona o la marcia, si possono usare l’autodialogo positivo per superare i momenti di difficoltà o le visualizzazioni, cioè delle immagini costruite ad hoc che vengono evocate nella mente mentre si è in uno stato di rilassamento e possono avere diversi fini, come portare al recupero di energie o alla distensione, aiutare a memorizzare percorsi, strategie di gara e gesti tecnici o aumentare la motivazione e l’autoefficacia.</span></div><div class="imHeading4"><span class="cf1"><br>Il Training autogeno in pratica</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Vediamo ora come si applica nella pratica il training autogeno; è necessario prima di tutto creare una situazione di calma con condizioni ambientali di tranquillità (silenzio, luce soffusa, temperatura ideale), assumendo la posizione più idonea che permetta il rilassamento muscolare. A seconda delle caratteristiche fisiche della persona si sceglierà la posizione più adatta, sdraiata, in poltrona o la cosiddetta posizione del cocchiere, che prende il nome dalla posizione che assumevano i cocchieri per rilassarsi durante i lunghi turni di lavoro. Questa posizione consiste nello stare seduto su una sedia o uno sgabello, con i gomiti sulle cosce e la schiena leggermente inarcata; inizialmente potrebbe sembrare scomoda, ma in realtà è utilizzata molto spesso perché non richiede spazi e supporti particolari quindi può essere impiegata in qualsiasi momento. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Dopo aver assunto la posizione preferita si devono fare 3 respiri diaframmatici, che consistono nell’inspirare lentamente gonfiando la pancia e poi espirare lentamente. Si chiudono gli occhi e si &nbsp;rilassano i muscoli, aiutandosi se necessario con il body scanning, cioè ponendo l’attenzione su una parte del corpo alla volta e su un gruppo di muscoli partendo dalla testa fino ai piedi (o viceversa). Dopo questa fase di preparazione si iniziano i 6 esercizi del Training Autogeno, ognuno dei quali lavora su uno degli apparati che si attivano in situazioni di stress:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	La pesantezza: è la sensazione collegata alla distensione muscolare</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	Il calore: può provocare una variazione della temperature e influisce sulle oscillazioni vasomotorie</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	Il cuore: porta l’attenzione sul battito cardiaco e aiuta nella sua regolazione</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	Il respiro: porta l’attenzione sulla respirazione e aiuta a regolarla</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	Il plesso solare: porta la concentrazione su questa zona (posta circa tra l’ombelico e le costole) e favorisce una sensazione di calore che aiuta a rilassare ulteriormente la muscolatura interna</span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">-	La fronte fresca: provoca vasocostrizione a livello del capo dando una sensazione di leggerezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></blockquote></blockquote><div><span class="fs12lh1-5">La creazione di situazioni di tranquillità e l’assunzione della posizione ideale sono importanti soprattutto nei periodi iniziali di apprendimento della tecnica, che una volta appresa potrà essere utilizzata in qualunque condizione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Per apprendere questa tecnica sono sufficienti 8-9 incontri, quando la tecnica sarà padroneggiata si potranno utilizzare anche delle visualizzazioni che possono aiutare a gestire specifici momenti di difficoltà che l’atleta ha vissuto o teme di incontrare. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">I benefici del training autogeno sono quindi mentali e fisici, tra i suoi effetti principali ci sono: il rilassamento fisico e mentale che si associa ad un più rapido recupero post allenamento; migliorare la concentrazione e l’attenzione, aspetti fondamentali per favorire l’apprendimento di nuove tecniche e strategie di gioco e favorire la consapevolezza del proprio corpo. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Nel prossimo articolo di questa rubrica si evidenzierà ancora di più l’importanza del rapporto tra corpo e mente e si parlerà di running e in particolare dell’atleta bio-psico-sociale, in cui si integrano appunto i livelli biologico, psicologico e sociale. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Valentina Bassi – Verona (VR) – bassi.psicologa@gmail.com</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Psicologa </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Psicologa dello sport</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Specializzanda in psicoterapia</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Operatrice di training autogeno</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Bibliografia:</span></div><blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- Baruzzo R., Equilibrio personale e Training autogeno (2014). Edizioni Webster, Padova. </span></div></blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5">- Weinberg R.S. &amp; Gould D. (2015). Foundation of Sport and Exercise Psychology (6th ed.). Human Kinetics.</span></div></blockquote></blockquote><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 09 Sep 2021 08:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lo Psicologo dello sport, tecniche e formazione professionale]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div><div class="imHeading1">Lo Psicologo dello sport, tecniche e formazione professionale</div></div><div>Ripropongo in questo blog il mio primo articolo pubblicato <span class="fs12lh1-5">su Bio Correndo </span><span class="fs12lh1-5">per la rubrica dedicata alla psicologia dello sport, buona lettura. </span></div><div><br></div><div>In questo articolo vorrei fare un breve excursus sulle tecniche che si usano principalmente in psicologia dello sport e gli obiettivi che con esse si vogliono raggiungere, prima di questo andiamo però a vedere chi è lo psicologo dello sport. Comprendere questo è molto importante per assicurarsi di rivolgersi ad un professionista adeguatamente formato. </div><div><br></div><div class="imHeading2 imTALeft">Differenze rispetto ad altre professioni</div><div>In &nbsp;Italia infatti il ruolo, le competenze e la professionalità dello psicologo dello sport non sono ancora del tutto definite.</div><div> Restano diversi e vari anche i percorsi formativi che portano ad operare nel campo della psicologia dello sport. Cerchiamo dunque di fare chiarezza sul giusto percorso di studi:</div><blockquote><blockquote><blockquote><div>●	 lo psicologo dello sport è, ovviamente, prima di tutto uno psicologo, quindi ha una laurea magistrale in psicologia, ha in seguito svolto un anno di tirocinio e superato l’esame di stato per iscriversi poi al proprio albo professionale. Una formazione post-laurea per chi intende lavorare come psicologo dello sport non è obbligatoria, ma caldamente consigliata dall’ordine degli psicologi stesso; infatti i corsi di laurea specifici per questo settore sono ancora pochi, una formazione ulteriore sembra quindi indispensabile per poter svolgere al meglio questo lavoro. La formazione post-laurea può essere acquisita tramite un corso di Alta formazione o un Master di durata annuale. Possiamo quindi notare che la formazione di uno psicologo dello sport è molto diversa da quella di altre figure professionali,</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>●	 il life coach o il counselor, che non hanno lo stesso percorso di studi e non possono svolgere molte delle attività che sono alla base del lavoro dello psicologo.</div><div><br></div></blockquote></blockquote></blockquote><div>Ci sono delle differenze non solo con altre figure professionali, ma anche tra i diversi tipi di psicologi lo psicologo dello sport, a differenza dello psicologo clinico o dello psicoterapeuta, non lavora sul passato e sulla psicopatologia, ma agisce soprattutto per migliorare la prestazione sportiva nel presente. Quindi non cura, ma Allena la mente e lo fa indagando i pensieri, le emozioni e i comportamenti che influiscono negativamente sulla performance del singolo atleta e della squadra e cercando poi di modificarli, se necessario. Un'altra differenza rispetto allo psicologo psicoterapeuta è il setting: lo psicologo dello sport infatti &nbsp;di solito non lavora nel suo studio, ma segue gli atleti direttamente sul campo durante allenamenti e gare. </div><div><br></div><div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">Ambiti della &nbsp;&nbsp;psicologia dello sport</span></div><div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div></div><div>La psicologia dello sport si è rapidamente divisa in diverse aree di applicazione: la principale distinzione tra queste dipende dagli obiettivi che ci si pone. Gli psicologi dello sport possono infatti svolgere </div><blockquote><blockquote><blockquote><div>●	attività di ricerca per raccogliere informazioni su determinati settori e sviluppare nuovi tipi di interventi oppure</div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div>●	 lavorare direttamente con gli sportivi o le organizzazioni, oggi mi focalizzerò su questi ultimi.</div></blockquote></blockquote></blockquote><div> Il loro obiettivo è comprendere come i fattori psicologici influenzano le prestazioni e come la pratica sportiva, a sua volta, influisce su fattori psicologici e benessere. Sulla base di questi dati si possono, di conseguenza, sviluppare degli interventi che permettano di Ottenere i migliori risultati possibili e favorire il Benessere. </div><div><br></div><div class="imHeading4"><span class="cf1">Obiettivi e tecniche</span></div><div>Lo psicologo dello sport deve aiutare le persone ad ottenere coinvolgimento, massima prestazione, soddisfazione e sviluppo personale, creando percorsi che rispettino le differenze individuali attraverso la partecipazione ad attività motorie e sportive.</div><div> Può farlo aiutando gli atleti a rinforzare le risorse che già possiedono e insegnare loro alcune tecniche psicologiche per incrementare la performance sportiva usando metodi &nbsp;concreti. </div><div>Ad esempio per gestire lo stress si possono usare tecniche di rilassamento psicofisico, come il Training Autogeno (tema che tratterò nel dettaglio in uno dei nostri prossimi articoli) inoltre possono essere utilizzate Tecniche di respirazione e Visualizzazioni. Queste ultime sono delle immagini che vengono evocate nella mente mentre si è in uno stato di rilassamento e possono avere diversi fini, come portare al recupero di energie o alla distensione, aiutare a memorizzare percorsi, strategie di gara e gesti tecnici o aumentare la motivazione e l’autoefficacia. Lo psicologo può lavorare sull’auto-dialogo positivo e sullo sviluppo di abilità per conoscere e Gestire le Emozioni e lo stress prima, durante e dopo la gara, a seconda che questa abbia esito positivo o negativo. Può essere utile a questo fine anche la creazione e gestione della routine pre e post gara che servono rispettivamente per preparare l’atleta mentalmente alla competizione, aiutarlo a tornare alla serenità dopo di questa e recuperare le energie utilizzate. Come già accennato sembra inoltre fondamentale favorire l’autoefficacia dell’atleta, cioè la fiducia nelle proprie capacità, e il pensiero positivo; le ricerche svolte su studenti mostrano infatti che la qualità del risultato è soprattutto una conseguenza della motivazione ad agire la quale, a sua volta, dipende dalle convinzioni di efficacia.</div><div>Dal punto di vista fisico si possono usare Biofeedback e Neurofeedback, queste sono tecniche che consentono di conoscere e regolare le proprie risposte fisiologiche. L’intervento dello psicologo è importante per ridurre il rischio di sovrallenamento, che, se mal gestito, &nbsp;può portare ad uno stop dallo sport di diversi mesi; un altro aspetto importante è quello legato agli &nbsp;infortuni, l’intervento psicologico può ridurne i rischi o favorire il ritorno in campo dopo che questi ultimi si sono verificati, la preparazione mentale è infatti importante quanto quella fisica per evitare il rischio di ricadute. Questo è un tema che spesso sta molto a cuore agli atleti e verrà quindi trattato più nel dettaglio in uno dei nostri prossimi articoli. </div><div><br></div><div>Nello sport non contano solo i risultati, è anche fondamentale garantire agli atleti esperienze costruttive, gratificanti e significative per la persona, per questo è importante porre attenzione anche alle relazioni interpersonali; lavorare sul rapporto con compagni di squadra e allenatori, individuare gli obiettivi del singolo e della squadra, a breve, medio e lungo termine (goal setting) per assicurarsi che i diversi atleti e gli allenatori abbiano obiettivi compatibili. A questo fine è fondamentale anche migliorare il dialogo tra compagni di squadra e con l’allenatore, insegnando tecniche per una comunicazione efficace perchè non ci siano fraintendimenti e segreti. Fondamentale è anche favorire la motivazione, e capire cosa motiva la persona e cosa è necessario per ottenere la miglior prestazione possibile. A questo fine si possono andare ad indagare diversi fattori fisici (ad esempio tutte le sequenze di un certo movimento per capire quale parte sia la più importante per una buona riuscita) o emotivi, per capire quali sono le emozioni che è necessario suscitare per portare ad un buon rendimento e quali invece sono controproducenti, questo può essere fatto con l’utilizzo di questionari ed esercitazioni sul campo.</div><div><br></div><div>Questi sono solo alcuni esempi di cosa può fare lo psicologo dello sport, l’intervento che progetterà dipende in realtà dalla richiesta e dalle esigenze del committente. Infatti lo psicologo dello sport non lavora solo con atleti professionisti, ma con tutti gli appartenenti al mondo dello sport, atleti amatoriali, allenatori, dirigenti, tecnici, arbitri e genitori dei giovani atleti e può farlo, sia a livello individuale che &nbsp;di squadra. Può l<span class="fs12lh1-5">avorare con adulti, bambini e anziani, ponendo per ciascuno di questi casi attenzione a migliorare la qualità di vita nelle diverse fasi dello sviluppo e di cambiamento, come ad esempio gli atleti agonisti a fine carriera, che si trovano nella fase di disinvestimento e ritiro dall’attività sportiva e possono aver bisogno di un sostegno per capire come affrontare questa nuova parte della loro vita.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div>Lo psicologo dello sport ha quindi numerose tecniche che può utilizzare e innumerevoli ambiti in cui queste possono essere applicate. Nello sport, soprattutto in quello agonistico, la preparazione fisica e tecnica hanno raggiunto livelli altissimi, per questo la preparazione mentale diventa ancora più importante, perché può rappresentare l’elemento in più per Differenziarsi, Crescere, ed Eccellere nelle competizioni. </div><div><br></div><div>Nel prossimo articolo di questa rubrica troverete un breve excursus sulle tecniche di mental training. </div><div><b><br></b></div><div><b>Valentina Bassi</b> – Verona (VR) – bassi.psicologa@gmail.com</div><div>Psicologa </div><div>Psicologa dello sport</div><div>Specializzanda in psicoterapia</div><div>Operatrice di training autogeno</div><div><br></div><div class="imHeading5"><span class="cf1">Fonti: </span></div><div><ul><li>Lucidi, F., &nbsp;Giardina, F. &amp; Bortoli, L. (2016) Psicologia dello sport e ruolo dello psicologo dello sport: documento unitario presentato alla 7ª Commissione del Senato della Repubblica. Giornale italiano di psicologia dello sport, 25, 41-46.<br></li><li>Bortoli, L., Vitali, F. &amp; Robazza C. (2013) Lo psicologo dello sport: considerazioni sulla professionalità. Giornale italiano di psicologia dello sport, 18, 3-7.<br></li><li>Ouweneel , E., Schaufeli, B. W. &amp; &nbsp;Le Blanc, P. M. (2013) Believe, and You Will Achieve: Changes over Time in Self‐Efficacy, Engagement, and Performance. &nbsp;Health and well-being, 5, 225-247.<br></li><li>Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, Area di pratica professionale: psicologia dello sport.<br></li></ul></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 01 Jul 2021 10:56:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Flow in psicologia dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div><div class="imHeading1">Il Flow in psicologia dello sport</div></div><div><span class="fs12lh1-5">Il flow è uno stato ottimale che da allo sportivo la possibilità di raggiungere le migliori performance possibili. Lo stato di Flow è caratterizzato da emozioni piacevoli e basso controllo sull’azione. L’atleta dovrà quindi imparare a conoscere e gestire le emozioni e come provare queste emozioni nel momento giusto prima e durante la gara. Grazie al basso controllo l’azione diventa automatica, quindi l’unione di emozioni positive ed automatismo porta quindi ad avere la migliore performance possibile, la performance ottimale.</span><br></div> &nbsp;<div>Il contrario del Flow è il Clunch, anche questo porta ad avere ottime performance. &nbsp;A differenza degli stati di Iper controllo e Noia che portano ad avere pessimi risultati, il Clunch è caratterizzato da emozioni negative e alto impegno, causa quindi un alto dispendio di energie e il fatto di provare emozioni negative può portare nel tempo all’abbandono dello sport. </div> &nbsp;<div>Uno dei compiti dello psicologo dello sport è quello di capire come ogni atleta può raggiungere il Flow tenendo conto delle caratteristiche dello sport praticato e delle differenze individuali e aiutarlo così a migliorare i suoi risultati.</div><div><br></div><div><img class="image-1" src="https://bassipsicologa.it/images/flow.png"  title="" alt=""/><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 17 Apr 2021 09:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Come può aiutarti uno psicologo dello sport?]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div><div class="imHeading1">Come può aiutarti uno psicologo dello sport?</div></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Finalmente, dopo una lunga attesa, ho ricevuto l’attestato di un importante percorso concluso l’anno scorso, il Master in Psicologia dello Sport. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Nella speranza che le palestre possano riaprire il prima possibile e di poter mettere in atto le conoscenze che ho acquisito, vorrei spiegare i benefici che si possono ottenere rivolgendovi ad uno psicologo dello sport: </span></div> &nbsp;<div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Imparare a gestire lo stress</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Imparare a gestire le emozioni</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Aumentare la fiducia in sé</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Mantenere alta la motivazione</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Migliorare il benessere</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Migliorare l’autostima</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Imparare a gestire l’ansia pre-gara</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Migliorare la concentrazione</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Migliorare la coesione delle squadre</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Definire i propri obiettivi</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Sviluppare consapevolezza di sé e degli altri</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Imparare a rilassarsi dal punto di vista mentale e fisico</span></div><div><!--[if !supportLists]--><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Imparare come raggiungere lo stato di flow (lo stato ottimale per avere i migliori risultati possibili). </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><img class="image-1" src="https://bassipsicologa.it/images/Screenshot--87-.png"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 10:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’importanza di dare il buon esempio: l’esperimento di Bandura]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div><div class="imHeading1">L’importanza di dare il buon esempio: l’esperimento di Bandura</div></div><div>Esistono diverse teorie su come i comportamenti che mettiamo in atto vengano appresi. Alcuni sostengono che siano necessari premi e punizioni, altri, ritengono che sia sufficiente osservare il comportamento in altre persone. Della seconda scuola di pensiero fa parte Albert Bandura che sviluppa la teoria dell’apprendimento sociale (1940-1950) che mostra come l’apprendimento possa avvenire grazie all’osservazione di altre persone, i modelli. Per provare questa teoria attua un esperimento, l’esperimento della bambola Bobo. 36 bambini tra i 3 ed i 5 anni vennero divisi in 3 gruppi. Fu poi mostrato ai bambini il comportamento di un adulto verso una bambola, in un gruppo l’adulto si comportava in modo aggressivo con la bambola, in un gruppo l’adulto si comportava in modo non aggressivo ed il terzo gruppo era il gruppo di controllo in cui non veniva mostrata alcuna interazione dell’adulto con la bambola. In seguito i bambini vennero messi in una stanza con dei giochi, inclusa la bambola e venne osservato il loro comportamento. Quelli che avevano assistito al comportamento aggressivo dell’adulto mostravano lo stesso atteggiamento ed erano più aggressivi con la bambola, inoltre risultavano maggiormente influenzati dai modelli dello stesso sesso. </div> &nbsp;<div>Questo dimostra come i nostri comportamenti influenzano quelli di altre persone, questo non vale solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Perché avvenga l’apprendimento è però necessario che chi osserva presti attenzione al modello, ricordi ciò che è stato fatto e sia in grado di riprodurre la risposta. Se il modello ottiene i risultati desiderati o viene ricompensato è più probabile che il comportamento sia imitato. Dopo che il comportamento è stato appreso e attuato saranno però i feedback e i premi a determinare se questo si manifesterà di nuovo, in caso di feedback negativi o di punizioni sarà poco probabile che il comportamento si manifesti nuovamente, se invece i risultati saranno positivi è probabile che il comportamento si ripeta. Per questo è importante prestare attenzione ai comportamenti che mostriamo e ai feedback che diamo agli atri per evitare che condotte sbagliate siano ripetute.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 19 Jan 2021 18:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Come lo stress influisce sulla salute, l'esperimento di Selye]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div class="imHeading1">Come lo stress influisce sulla salute</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In diverse ricerche è stato notato che la propensione ad ammalarsi aumenta in modo rilevante dopo un periodo di stress ed il rischio è proporzionale all’intensità e alla durata dello stress. L'endocrinologo Hans Selye, nel 1956, ha descritto la natura e i meccanismi dello stress biologico e dimostrò questi processi con diversi esperimenti. Selye iniettò a dei topi delle sostanze estranee per indagarne gli effetti. Scoprì che ogni iniezione causava dei cambiamenti sulle funzioni ormonali di questi topi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Inizialmente pensò di aver scoperto un nuovo tipo di ormone, poi però notò che gli effetti erano gli stessi anche se venivano iniettati agenti tossici diversi. Tra le reazioni osservate c’erano: ingrossamento delle ghiandole surrenali, atrofia del timo e ulcere nello stomaco. Nei topi sottoposti a esperimento, si riscontravano sintomi simili a quelli che avevano subito una semplice iniezione di soluzione fisiologica. Gli animali avevano quindi, in comune, solamente il fatto di aver subito dei traumi ripetuti (iniezioni) e quindi i sintomi che presentavano potevano rappresentare la risposta a una situazione stressante. Selye cercò di comprovare la sua tesi sottoponendo gruppi di topi a troppo caldo e troppo freddo, a tossine, a forti rumori e ad agenti patogeni constatando gli stessi effetti.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella vita siamo sottoposti a numerosi stress fisici (ad esempio freddo, dieta sregolata o sollevare oggetti pesanti) ma anche psicologici, allora perché non ci ammaliamo ogni volta che siamo sottoposti ad uno stress? La principale differenza sta nella durata dello stress. L'esposizione a stress cronico provoca elevati livelli di cortisolo, che influenza la capacità del corpo di regolare l'infiammazione. Questo è dimostrato in uno studio dell’Accademia delle Scienze Americana (PNAS), i ricercatori hanno osservato due gruppi di persone che sono stati volontariamente esposti ai virus che causano il raffreddore. Si è visto che il gruppo precedentemente esposto a stress cronico, aveva significativamente più alte probabilità di ammalarsi.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È quindi fondamentale imparare a gestire lo stress e questo si può fare con l’aiuto di uno psicologo. Per ridurre il rischio di malattie fisiche dovute allo stress sono particolarmente utili le tecniche di rilassamento psicofisico che aiutano a rilassare contemporaneamente corpo e mente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://bassipsicologa.it/images/blog-9--1.jpg"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 18:31:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Lo Stress]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div class="imHeading1">Lo stress</div><div><span class="fs12lh1-5">Lo stress è uno stato di attivazione che si presenta quando le persone devono fronteggiare situazioni che ritengono minacciare il loro benessere fisico o psicologico. Diversamente da quello che molti pensano lo stress non è sempre negativo. Secondo Selye noi abbiamo bisogno dello stress e non possiamo evitarlo, ma possiamo trarne vantaggio. Ci sono però due tipi di stress: l’Eustress è uno stress fisiologico, è positivo ed indispensabile alla vita. È causato da stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti (ad esempio iniziare un nuovo lavoro) che generano in noi il desiderio di superare una sfida e raggiungere un obiettivo. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imHeading2 imTALeft">Il distress</div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Diversa è la situazione del distress, lo stress negativo, che provoca disagio (percepito sia a livello fisico che psicologico), in cui l'umore tende ad abbassarsi, si sperimenta un sentimento di sconforto, sono presenti ansie per il futuro ed intense paure nel presente.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Secondo Lazarus e Folkman la misura in cui una situazione è stressante cambia da persona a persona. Infatti gli autori ritengono che lo stress si manifesti quando la risposta ad una situazione necessita di risorse superiori a quelle che l’individuo possiede. Le persone di fronte ad un evento farebbero quindi una valutazione delle proprie risorse ed una valutazione della situazione per capire se le loro risorse sono sufficienti per farvi fronte. Si può rispondere lo stress utilizzando diverse strategie di coping; alcune prevedono di concentrarsi sul problema e cercare soluzioni, altre sulla gestione delle proprie emozioni ed altre sull’evitamento (cioè il tentativo di ignorare il problema). Non c’è una strategia migliore di un’altra in generale, ma ce ne sono di più o meno adatte ad una specifica situazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Lo psicologo può aiutare nell’individuare lo stress negativo e ridurlo sviluppando delle strategie di risposta adeguate alle specifiche situazioni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://bassipsicologa.it/images/blog-8--1.jpg"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 02 Dec 2020 18:23:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Giornata contro la violenza sulle donne]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div class="imTALeft"><div class="imHeading1">Giornata contro la violenza sulle donne</div></div><div class="imTALeft">Oggi, 25 Novembre è la giornata contro la violenza sulle donne, quest’anno questa giornata è particolarmente importante. Secondo un rapporto dell’Onu, infatti la quarantena forzata ha causato un preoccupante aumento degli <span class="fs12lh1-5">abusi</span><b class="fs12lh1-5"> </b>sulle donne che durante il lockdown sono triplicati. </div> &nbsp;<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">Quando si parla di violenza salta subita alla mente la violenza fisica, ma non bisogna dimenticare che esiste anche un altro tipo di violenza, quella psicologica. Per violenza psicologica s’intende una forma subdola di maltrattamento caratterizzata da un meccanismo di sopraffazione che nel tempo mina il valore personale. A differenza della violenza fisica questa non è visibile e risulta difficile da individuare dalla vittima, che spesso trova giustificazioni al comportamento dell’altra persona, ma anche dall’aggressore stesso. Le persone che esercitano violenza psicologica ritengono o di non fare violenza. </span></div> &nbsp;<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">La violenza psicologica può essere di diversi tipi: </span></div><blockquote><blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Umiliazione e critica</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Controllo</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Accuse</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Negazione dell’abuso</span></div></blockquote></blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">- &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<!--[endif]-->Trascuratezza emotiva e isolamento</span></div></blockquote></blockquote></blockquote> &nbsp;<div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">È fondamentale che le donne imparino a riconoscere questo tipo di violenza che si manifesta con episodi ripetuti e porta la vittima a sentirsi impotente e inutile, abbassa la sua autostima e la fa sentire in colpa come se fosse lei a sbagliare. </span></div><div class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://bassipsicologa.it/images/download.jpg"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 17:51:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Giornata Nazionale della Psicologia 2020]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div><div class="imHeading1">Giornata Nazionale della Psicologia 2020</div></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, 10 Ottobre 2020, è la Giornata Nazionale della Psicologia, il tema di quest’anno è il Diritto alla Salute Psicologica. Questo diritto ad oggi non è soddisfatto a causa della carenza della rete psicologica pubblica e delle credenze errate nei confronti della psicologia. Questo tema quest’anno è particolarmente attuale poiché la pandemia ha mostrato la tendenza a prendere in considerazione solamente la salute fisica, mettendo in secondo piano quella psicologica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la salute non consiste solo in assenza di malattia, ma è uno stato di benessere fisico, mentale e sociale. Dall’inizio della pandemia però sono ancora troppo pochi gli sforzi fatti per aumentare le possibilità di sostegno psicologico, così non tutte le persone che ne hanno bisogno possono accedere a questi servizi. In questo periodo sembrano aumentare nuovamente i problemi psicologici, com’era già accaduto a Marzo durante il Lockdown (come individuato dalle ricerche dell’Istituto Piepoli per Centro Studi CNOP). Il 40% della popolazione sembra, infatti, avere livelli di stress elevati. Questo non accade solo in Italia, le indagini dell’ Università di<span class="cf1"> </span>Boston sulla popolazione USA mostrano che la percentuale di depressi è aumentata, da 8,5% (prima della pandemia) a 27,8%. In Italia emerge anche la preoccupazione per la situazione psicologica dei pazienti guariti dal Covid ma non dal trauma provocato dalla malattia. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">Il Presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi David Lazzari definisce l’attuale visione della salute, che considera solo il benessere fisico, una visione miope, che guarda al mondo con un occhio solo penalizzando la società. La psicologia è la scienza più vicina alla vita, non solo nei momenti di crisi, ma anche se vogliamo “conoscere noi stessi”, per dare senso e qualità al nostro essere nel mondo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5">La Giornata Nazionale della Psicologia ha anche l’obiettivo di diffondere una corretta immagine del ruolo dello psicologo verso cui esistono ancora oggi innumerevoli pregiudizi e banalizzazioni, questo fattore, infatti, non fa che aumentare le difficoltà a chiedere aiuto delle persone che ne avrebbero bisogno. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 10 Oct 2020 17:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La teoria delle finestre rotte]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div><div class="imHeading1">La teoria delle finestre rotte</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha di recente usato questa teoria per spiegare come mai molte persone non rispettano le attuali norme per prevenire la diffusione del virus, vediamo quindi di cosa si tratta. La teoria delle finestre rotte nasce nel 1969 con un esperimento di Philip Zimbardo in cui vennero abbandonate per strada due macchine, una in un quartiere ricco e l’altra in un quartiere povero e conflittuale. Già dopo poche ore alla macchina nel quartiere povero vennero rubate tutte le parti riutilizzabili e distrutte le altre, mentre la macchina nel quartiere ricco dopo una settimana risultava ancora in perfette condizioni. Gli autori decisero allora di apportare un cambiamento rompendo un vetro della macchina parcheggiata nel quartiere ricco. Dopo questo gesto la macchina subì furti e vandalismi e venne rapidamente ridotta nello stesso stato dell’altra. Questo portò alla conclusione che gli atti vandalici non erano causati dalla povertà del quartiere, ma dal fatto che il vetro rotto porta a un’immagine di noncuranza, un sentimento di mancanza di leggi e all’idea che tutto sia ammesso; ogni danno successivo riafferma questa idea. Ciò vuol dire che se i piccoli reati sono tollerati questo porterà ad un loro maggiore sviluppo e poi a crimini più gravi. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questa teoria può essere applicata alla situazione attuale perché in situazioni di pericolo le persone sono disponibili a cooperare, però si allineano verso i comportamenti più diffusi, quindi se alcuni non rispettano le regole e non vengono puniti altri li imiteranno e rapidamente la maggior parte delle persone si conformerà alla loro condotta. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">L’aspetto positivo della teoria delle finestre rotte è che può essere applicata a molti contesti diversi. Ad esempio negli anni ’80 fu utilizzata per rendere più sicura la metropolitana di New York, considerata a quei tempi il luogo più pericoloso della città. La stazione fu pulita, vennero eliminati i graffiti, ci si assicurò che i passeggeri fossero muniti di biglietto e si cercò di tenere a bada i furti. Il risultato fu che la metro si trasformò in un luogo sicuro. Così come accade che le trasgressioni non punite e il degrado della città generino caos e delinquenza esiste anche l’effetto contrario: città pulite e punizioni per chi non rispetta la legge portano le persone a comportarsi in modo civile. </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 17:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Lo psicologo di base, chi è e perchè è importante?]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000009"><div><div class="imHeading1">Lo psicologo di base, chi è e perchè è importante?</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Da pochi giorni la regione Puglia ha annunciato l’approvazione, da parte del Consiglio Regionale, &nbsp;della proposta di istituzione della figura dello Psicologo di base. Già da diversi anni si parlava della possibilità di istituire questa figura in tutta Italia, sono da anni attive sperimentazioni in diverse regioni per valutare l’efficacia del progetto, quello della Puglia sembra però essere il primo passo concreto verso questo obiettivo.<br> Ma che cosa fa lo psicologo di base? Lo psicologo di base è uno psicologo che sarà presente negli studi del medico di base per una consulenza gratuita, ma di breve durata, agli assistiti. Il suo compito sarà quello di individuare, con l’aiuto del medico, quelle situazioni in cui la componente psicologica gioca un ruolo fondamentale e intervenire fornendo il sostegno necessario ed eventualmente indirizzando il paziente verso i servizi più adeguati.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">La presenza dello psicologo è un investimento per la qualità dell’offerta dello studio dei medici di famiglia per migliorare la risposta ai bisogni di salute. I dati epidemiologici mostrano un crescente disagio psicologico con pesanti ricadute sulla qualità della vita. In molti casi queste persone si rivolgono però al medico di famiglia e non allo psicologo. Infatti oltre il 30% delle richieste che arrivano al medico di famiglia sono di natura psicologica, dovute a disturbi dell’apprendimento, difficoltà relazionali, disturbi d’ansia, crisi adolescenziale, depressione e carenze motivazionali. La non presa in carico, oppure una risposta inadeguata, a queste condizioni di disagio hanno ripercussioni negative sia per il paziente, con un influenza negativa sul suo benessere e sulla qualità di vita, sia per l’intero sistema socio-sanitario. È quindi fondamentale arrivare ad un corretto inquadramento del problema e all’individuazione della terapia necessaria.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Speriamo quindi che presto molte altre regioni seguano l’esempio della Puglia dando così la possibilità a tutti di ricevere l’aiuto psicologico di cui avrebbero bisogno.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Jun 2020 17:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Benefici psicologi dello sport]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia_dello_sport"><![CDATA[Psicologia dello sport]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div><div class="imHeading1">Benefici psicologi dello sport</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">L’International Society of Sport Psychology (ISSP) ha stabilito già da molti anni che l’attività fisica porta dei miglioramenti psicologici a breve e lungo termine e produce benessere psicologico. Tra i benefici prodotti dall’attività fisica ci sono: </span></div> &nbsp;<div><ul><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Aumento della fiducia e della consapevolezza<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Miglioramento del tono dell’umore e riduzione di ansia e depressione<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Percezione più positiva di sé<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Aumento di energia e abilità nel far fronte alle attività quotidiane<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Maggior stato di chiarezza e prontezza mentale<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Riduzione dello stress<br></span></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Miglioramento della qualità del sonno<br></span></li></ul></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">I primi risultati delle ricerche sulla salute psicologica degli italiani mostrano che ci sarà probabilmente un aumento di ansia e depressione a causa di questo periodo. In questi casi lo sport può essere un aiuto, in particolare l’esercizio aerobico sembra essere associato ad una riduzione dell’ansia, mentre la riduzione della depressione è in funzione diretta della durata dell’esercizio fisico, questi effetti però sono solo temporanei, per un risultato duraturo sarà necessario rivolgersi a dei professionisti. </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://bassipsicologa.it/images/blog-6--1.png"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 May 2020 17:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Conseguenze psicologiche della pandemia]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div><div class="imHeading1">Conseguenze psicologiche della pandemia</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La pandemia è un evento molto stressante e disastroso dal punto di vista psicologico. Diverse università italiane hanno utilizzato dei questionari online per studiare l’impatto psicologico di questo fenomeno. I primi risultati mostrano come l’ansia sia il disturbo più comune, sembra soffrirne circa il 42% della popolazione, mentre prima del Covid-19 era solo il 14%. L ‘ansia è dovuta alla preoccupazione per la propria salute e quelle dei propri cari, frequentemente è legata anche a fattori economici e lavorativi. In molti casi questi sintomi non si attenueranno con la possibilità di uscire di nuovo, anzi potrebbero addirittura aggravarsi per la paura di contrarre il virus uscendo di casa o che ci possa essere un nuovo lockdown. </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br> Molto frequenti diventano anche i disturbi del sonno, di cui soffrono il 24% degli intervistati. <br> La depressione è salita dal’6,9% al 18%. Tra i soggetti più a rischio ci sono gli anziani e le persone sole, l’isolamento forzato va infatti ad accentuare il senso di solitudine e i sintomi depressivi. Gli esseri umani sono animali sociali e non potendo vedere i loro cari sono stati privati di quello che è un bene primario, le relazioni, non possiamo sapere ora quali saranno gli effetti futuri, ma sicuramente saranno effetti importanti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br> Tra le persone meno a rischio di sviluppare disturbi psicologici ci sono invece quelli che passano questo periodo con la famiglia, soprattutto se ci sono dei figli già grandi. Ma anche per loro le difficoltà non mancano. Molte persone (22%) lamentano un aumento dell’irritabilità, che sfocia spesso in conflitti in famiglia. In Cina dopo la fine del lockdown le richieste di divorzio sono salite del 30% ed è aumentata la violenza domestica. Su questo aspetto non ci sono ancora dati in Italia, e la nostra cultura è molto diversa da quella cinese quindi non si può prevedere se ci saranno gli stessi effetti, ma sicuramente questo periodo avrà un grande impatto su molte coppie. <br> Da non trascurare inoltre il rischio di aumento di altri disturbi, come i disturbi alimentari e la dipendenza da giochi e videogiochi a causa del lungo tempo passato in casa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br> Per cercare di ridurre l’impatto psicologico dell’isolamento è fondamentale tenersi in contatto con amici e parenti, meglio se usando le telefonate piuttosto dei messaggi. Dobbiamo anche cercare di aiutare gli altri prestando attenzione alla loro salute psicologica e invitandoli a chiedere aiuto se sono in difficoltà.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">È doveroso parlare anche degli effetti che ci sono su chi è in prima linea contro il Covid. &nbsp;L’Università Tor Vergata di Roma ha realizzato una ricerca mostrando che il 50% degli operatori ha sintomi di disturbo da stress post traumatico, il 25% denuncia depressione grave, il 20% ansia, l’8% insonnia e quasi il 22% stress. Tra i più a rischio di disturbi psicologici ci sono i medici, le donne giovani e coloro i cui colleghi si sono ammalati o sono deceduti a causa del virus.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non possiamo ancora conoscere con precisione tutti gli effetti psicologici che questa situazione causerà, ma sicuramente le conseguenze saranno gravi e non tutti si rivolgeranno ad uno psicologo in cerca di aiuto.<br> Questo periodo ha messo a dura prova ognuno di noi, ora più che mai non bisogna aver paura di chiedere aiuto ad un professionista, ne avremo bisogno tutti.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 17:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La comunicazione non verbale]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div><div class="imHeading1">La comunicazione non verbale</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La comunicazione è il processo di trasmissione di un messaggio da un emittente ad un ricevente attraverso canali verbali e non verbali. La comunicazione non verbale include 3 sistemi diversi: </span></div> &nbsp;<blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 ff1">- paraverbale (tono della voce, volume e ritmo); </span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 ff1">- cinesico (mimica, sguardi, posture ed espressione del volto); </span></div></blockquote><blockquote> &nbsp;</blockquote><blockquote><div><span class="fs12lh1-5 ff1">- prossemico (uso dello spazio) e aptico (contatto corporeo, ad esempio la stretta di mano). </span></div></blockquote></blockquote> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questi sistemi sono fondamentali, le ricerche di Mehrabian hanno infatti dimostrano come il significato percepito della comunicazione dipenda solo per il 7% dall’aspetto verbale, mentre il restante 93% dipende da fattori non verbali. Quindi quello che comprendiamo di ciò che ci viene detto dipende più da toni, gesti ed espressioni del viso, piuttosto che dalle parole usate. </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://bassipsicologa.it/images/blog-7--1.png"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo mi ha fatta riflettere su come la situazione attuale possa influire sulla comunicazione. L’uso di mascherine impedisce in buona parte di vedere le espressioni facciali, l’obbligo di rimanere a distanza ci impedisce di muoverci liberamente nello spazio, mentre normalmente ci avvicineremmo di più alle persone con cui abbiamo maggiore confidenza e staremmo più lontani dagli altri. Ovviamente anche il contatto fisico sarà impossibile. Buona parte del significato di ciò che comunicheremo andrà quindi perso, bisognerà aspettarsi frequenti fraintendimenti e impegnarsi per ricordare che se una persona ci sembra fredda e distante probabilmente è solo perché non può dimostrare affetto con baci e abbracci. All’inizio ci sembrerà una situazione strana e avremo delle difficoltà nella comunicazione. È importante ricordare che ci sono questi impedimenti, per evitare errori e incomprensioni bisogna sforzarsi per porre maggiore attenzione sulle parole utilizzate, sia quando si parla, sia quando si ascolta e se ci sono dei dubbi si dovrebbero chiedere dei chiarimenti. Va posta attenzione anche ai gesti utilizzati, poiché anche questi se non sono associati a specifiche espressioni facciali potrebbero essere fraintesi.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 20 Apr 2020 17:50:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Mindful eating -  mangiare consapevolmente]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Alimentazione"><![CDATA[Alimentazione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div class="imHeading1">Mindful eating</div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Molte persone in questo periodo si lamentano di mangiare tanto e in continuazione e si preoccupano di ingrassare. Una soluzione a questo problema è il Mindfuleating, cioè il mangiare consapevolmente. Lo sviluppo di questa capacità richiede un percorso fatto con l’aiuto di uno psicologo adeguatamente formato, ma alcuni dei principi utilizzati possono essere applicati a casa:</span></div> &nbsp;<div><ol><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Presta attenzione a ciò che mangi;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando mangi non ci devono essere distrazioni, vanno quindi scelti con attenzione l’orario e il luogo in cui consumare i pasti;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Utilizza tutti i sensi, prima di mangiare guarda bene il cibo, annusalo e solo alla fine mangialo guastandolo attentamente;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Sii consapevole dei pensieri che hai mentre mangi (ad esempio pensi che il cibo sia buono o no?);</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Distingui la fame dal desiderio di cibo, impara ad ascoltare il tuo corpo e a capire quando hai realmente fame;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Distingui la fame dal desiderio (si, di nuovo), anche quando mangi presta attenzione al tuo corpo per capire quando sei sazio, continua a mangiare solo se hai ancora fame;</span><br></li><li><span class="fs12lh1-5 ff1">Scegli cibi buoni per corpo e mente, mangia cibi gustosi, ma che siano anche sani, eviterai così i sensi di colpa.</span><br></li></ol></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Questo periodo non dovrebbe essere di ostacolo al mangiare sano, anzi, il maggiore tempo libero ci dà la possibilità di cucinare tutti i pasti con amore, di mangiare con tranquillità e assaporare con attenzione il cibo. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Una parte importante del percorso di Mindfuleating è l’apprendimento di tecniche di meditazione che permettono di mantenere l’attenzione nel qui ed ora e sul proprio corpo, ovviamente questo non può essere spiegato in un così breve spazio. Questo post non ha quindi la pretesa di essere esaustivo, vuole solo dare qualche spunto da applicare tutti i giorni.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://bassipsicologa.it/images/blog-5--1.png"  title="" alt=""/><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 18 Apr 2020 17:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’amore ai tempi del COVID-19]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Relazioni_di_coppia"><![CDATA[Relazioni di coppia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000007"><div><div class="imHeading1">L’amore ai tempi del COVID-19</div><div class="imHeading2">Dalle coppie costrette a stare lontane a quelle chiuse in casa insieme: come affrontare la situazione</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La situazioni che si possono presentare per le coppie in questo momento sono diametralmente opposte, chi non vive insieme da ormai un mese non si può incontrare, chi invece convive è insieme al partner 24 ore su 24. Entrambe le situazioni sono problematiche, ecco quindi alcune idee per affrontare questo periodo.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per chi non si può vedere è ovviamente fondamentale mantenere i contatti, ma sms e telefonate non bastano, meglio le videochiamate che possono essere sfruttate anche per fare qualcosa “insieme” &nbsp;ad esempio una cena o un po’di esercizio fisico. Un’altra idea potrebbe essere quella di guardare lo stesso film contemporaneamente e commentarlo insieme. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Si può provare anche a scriversi delle lettere o e-mail che, a differenza dei semplici messaggi, ci permettono di concentrarci maggiormente su ciò che scriviamo e pensiamo. In questo periodo le parole prendono il posto dei fatti e diventano l’unico mezzo per dimostrare i propri sentimenti, prendiamoci quindi del tempo per esprimerle al meglio. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per gestire la sofferenza è importante ricordare che la situazione è temporanea e per questo dovreste continuare a fare programmi per il futuro insieme al vostro partner, una vacanza, una cena, qualsiasi cosa purchè vi ricordi che potrete di nuovo essere insieme. Purtroppo in questa situazione non si può fare molto, ma queste poche cose possono aiutare a sentirsi un po’più vicini. Vi ricordo poi che una coppia stabile ha tutti gli strumenti necessari ad affrontare un periodo di distanza e può anche trarre giovamento da questa situazione. Non vedersi di frequente può rafforza la percezione di sé di ciascuno dei due partner, migliorare la consapevolezza del rapporto, favorire l’autonomia &nbsp;e può insegnare a sorvolare sui difetti del partner apprezzandone i lati migliori.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Diversa è la situazione di chi convive, molto invidiato dagli altri, ma che affronta innumerevoli problemi, incluso il rischio di porre fine alla relazione. In Cina infatti dopo la fine dell’emergenza si è già registrato un incremento del 30% dei divorzi e un notevole aumento delle violenze domestiche. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">La vita della coppia è cambiata radicalmente, passando all’improvviso dal vedersi solo per cena e nei weekend, allo stare insieme costantemente. La convivenza forzata può far emergere e amplificare problemi che prima già esistevano, a questo problema si aggiungono due fattori, la mancanza di libertà e la paura. Benché questi &nbsp;non siano causate dal partner, possono provocare reazioni esagerate nei suoi confronti che spesso sfociano in litigio. Per evitarlo è fondamentale limitare le informazioni che leggiamo a proposito del Coronavirus, non guardare costantemente le notizie poco accurate che si trovano sui social network, ma piuttosto stabilire uno o due momenti al giorno in cui ci si aggiorna con fonti &nbsp;attendibili. Già questo può ridurre le preoccupazioni e di conseguenza l’irascibilità.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonostante la convivenza forzata ognuno dei partner deve ricavarsi del tempo per stare da solo, stando in stanze diverse, ognuno impegnato con i propri hobby e dedicando del tempo a se stesso per qualche ora. È anche essenziale ristrutturare il tempo passato insieme, non basta essere nella stessa stanza facendo cose diverse, ma bisogna fare qualcosa veramente insieme, ad esempio cucinare, allenarsi, imparare qualcosa di nuovo e soprattutto parlare, delle proprie paure, dei problemi riscontrati nella convivenza &nbsp;e della divisione dei compiti. In questo periodo infatti, per non far ricadere tutte le fatiche della gestione domestica solo su uno dei due, soprattutto nel caso ci siano anche dei figli da accudire, può essere utile fare un elenco delle cose da fare e dividerle equamente. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Non dimentichiamo che tutto questo tempo libero dà anche l’occasione per fare qualcosa di speciale per il partner, una cena romantica, aiutarlo in qualcosa che si rimanda da mesi, evitando di stare sempre in pigiama, visto che c’è tempo perché non farsi vedere al meglio almeno ogni tanto?</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Nonostante questi accorgimenti le discussioni potrebbero continuare, in una coppia i litigi se non sono troppo accesi e frequenti possono essere positivi, ma vanno gestiti adeguatamente per non mettere a rischio il rapporto. La soluzione migliore è sicuramente trovare dei compromessi, sarà più facile farlo se si evita che la lite degeneri ponendo molta attenzione alle parole e ai gesti che si usano per non rischiare di offendere e irritare l’altro. Non si deve essere troppo testardi e voler aver ragione ad ogni costo, soprattutto se l’argomento in questione non è importante. Inoltre se si fa un errore è bene riconoscerlo, così come dobbiamo riconoscere se l’altro ha ragione su qualcosa, questo può essere un punto di partenza per trovare dei punti in comune. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Si dovrebbe cercare di essere molto chiari sul problema spiegando anche come ci si sente a riguardo, senza aver paura ad esprimere i propri sentimenti ed evitando di colpevolizzare l’altro, quindi è meglio utilizzare la frase “quando succede… IO mi sento…” piuttosto che “TU mi fai sentire…”. Bisogna lasciare all’altro il tempo di spiegare come si sente, le sue ragioni ed eventualmente di scusarsi. Lo stesso vale quando dobbiamo dire all’altro che secondo noi ha sbagliato qualcosa, va posta l’attenzione sull’azione e &nbsp;non sulla persona, quindi piuttosto di “sei uno stupido” è meglio dire “secondo me hai fatto una cosa stupida”, specificando sempre che questa è solo la nostra opinione.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Ricapitolando le coppie distanti dovrebbero cercare dei modi per sentirsi più vicine e pensare al futuro, quelle che vivono insieme dovrebbero ritagliarsi dei momenti per stare da sole, trovare modi nuovi di stare insieme e provare a gestire i conflitti in modo adeguato.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 17:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ansia, paura o psicosi di massa? Quali sono le differenze]]></title>
			<author><![CDATA[Valentina Bassi]]></author>
			<category domain="https://bassipsicologa.it/blog/index.php?category=Psicologia"><![CDATA[Psicologia]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div><div class="imHeading1">Ansia, paura o psicosi di massa? </div><div class="imHeading2">Quali sono le differenze e i termini giusti da utilizzare in relazione all'emergenza COVID-19</div></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">In questi giorni ho sentito utilizzare di frequente termini come panico e psicosi di massa, in relazione al fenomeno Coronavirus, così non ho potuto fare a meno di chiedermi se chi li usa conosca esattamente il significato di queste parole. Ho deciso quindi di scrivere questo articolo per spiegarli in modo chiaro e capire quali siano i termini corretti da usare in questa situazione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading3 imTALeft"><span class="cf1">La paura</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per prima vorrei parlare della paura, pensiamo a quante volte abbiamo sentito dire “Le persone hanno paura”, a questo termine viene sempre &nbsp;data una connotazione negativa, ma in realtà questa è una reazione normale e adattiva. La paura è un emozione necessaria alla sopravvivenza perché ci permette di individuare le situazioni di pericolo e reagire adeguatamente.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Quando ci troviamo in pericolo infatti grazie alla paura viene inviato al cervello il segnale di accelerare il battito cardiaco e il ritmo respiratorio così da pompare più sangue ed ossigeno nei muscoli, che sono così pronti a scattare per la fuga o l’attacco. È questo che ci permette di metterci in salvo. È quindi giusto avere paura, purché questa non sia eccessiva, ma proporzionale al rischio che corriamo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading4"><span class="cf1">L'ansia</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Strettamente legata alla paura è l’ansia, una reazione emotiva complessa che si presenta quando il pericolo a cui si è esposti è ancora incerto, per questo a volte si fatica anche ad identificare la fonte di ansia. L’ansia assomiglia alla paura, infatti provoca risposte fisiologiche simili, ma è meno intensa e dura più a lungo, può infatti persistere anche quando il pericolo è cessato. Può variare nella sua intensità e frequenza, si distinguono quindi l’ansia normale, i disturbi d’ansia ed il panico. &nbsp;L’ansia non è necessariamente patologica, ma lo diventa quando è troppo intensa o troppo frequente e interferisce con il normale funzionamento della persona.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il panico è una reazione fisica che si può manifestare con diversi sintomi ed è molto spiacevole per chi la prova. Il panico è legato all’ansia, infatti gli attacchi di panico vengono definiti anche crisi d’ansia. Questi attacchi sono spesso inaspettati e improvvisi, raggiungono il loro picco in pochi minuti, periodo nel quale si può provare la sensazione di svenire, soffocare, avere un battito cardiaco accelerato o essere a corto di fiato, spasmi, tremori, brividi, vertigini, dolori ai muscoli, nausea, vampate di calore, sudorazione, paura di morire o di impazzire. Diversi di questi sintomi devono essere presenti contemporaneamente per definire un attacco di panico.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imHeading5"><span class="cf1">La psicosi di massa </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per ultimo vorrei parlare della psicosi di massa, questo termine è stato molto utilizzato, ma richiede innumerevoli chiarimenti. Normalmente si dice psicosi di massa per intendere una paura che si diffonde rapidamente, “psicosi” però è un termine che si usa in psicologia e psichiatria per intendere una serie di disturbi mentali caratterizzati da deliri, allucinazioni, eloquio e pensiero disorganizzato, comportamento motorio anormali e sintomi negativi (abulia o riduzione dell’espressione delle emozioni).</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">I disturbi psicotici di solito colpiscono solo un singolo individuo, ma in alcuni casi si può manifestare una sorta di psicosi collettiva, la cosiddetta “Follia a due”. Questa coinvolge una persona che presenta un disturbo psicotico e un’altra persona che è a stretto contatto con lui. L’altra persona assimila le convinzioni psicotiche del primo e le fa sue senza alcuna obiezione. È chiaro quindi che tutti questi termini non sono utilizzabili per spiegare la situazione attuale. Esiste però un altro fenomeno, l’ Isteria di massa. Il termine isteria oggi non è più utilizzato e viene spesso sostituito dal termine psicosi, da ciò deriva quindi il termine psicosi di massa, ma psicosi e isteria non sono la stessa cosa. L’isteria era infatti definita come una condizione in cui si univano disturbi psicologici e sintomi fisici. Si parla quindi di isteria di massa in quei casi in cui si manifestano episodi di improvvisa paura per un determinato fenomeno e le persone sviluppano i sintomi tipici di ciò che temono e rapidamente questi si diffondono tra le persone. Per chiarire meglio cosa si intende porto l’esempio di un caso accaduto in Bangladesh che è stato definito di psicosi di massa.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Alcuni studenti dopo aver mangiato della torta in cui hanno sentito un “gusto strano” hanno iniziato a sentirsi male, i sintomi sono stati tali da richiedere trasporti urgenti in ospedale. Le analisi tossicologiche sulla torta però hanno dato esito negativo, non c’era alcun motivo per cui le persone potessero essersi sentite male, infatti molti di coloro che avevano mangiato le stesse cose non hanno manifestato alcun sintomo.</span></div><div class="imHeading6"><span class="cf1">Conclusioni </span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1">Cerchiamo ora di comprendere quali siano i termini corretti da applicare alla situazione attuale. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Molte persone di certo hanno provato paura per il Coronavirus, questa è una reazione normale perché ci porta a evitare quelle situazioni in cui è maggiore il rischio di contagio.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">In alcuni casi può essere anche ansia, ad esempio quando si deve andare a fare la spesa perché è una situazione in cui ci possono essere dei rischi e l’ansia può persistere anche dopo essere tornati a casa per il timore di essere stati contagiati e l’impossibilità di avere la certezza immediata di stare bene. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Il panico invece credo che lo abbiano provato in pochi ed in termini psicologi è scorretto utilizzare questa parola per situazioni generali, il panico è infatti una condizione di breve durata e che si manifesta con diversi sintomi fisici. </span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Per quanto riguarda l’isteria di massa ci sono da considerare due situazioni, la prima riguarda il modo di dire “il coronavirus È una psicosi di massa”. Questo è sicuramente scorretto perché il coronavirus è una malattia che è stata riconosciuta dai medici quindi non può assolutamente essere dovuta solo a isteria di massa.</span></div> &nbsp;<div><span class="fs12lh1-5 ff1">Diverso è invece il caso in cui si dice “il coronavirus PROVOCA una psicosi di massa”, è infatti possibile che alcune persone particolarmente spaventate e suggestionabili manifestino dei sintomi simili a quelli del coronavirus pur risultando negativi ai test, queste però sono situazioni particolari che non dovrebbero essere generalizzate a tutta la popolazione.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 05 Apr 2020 17:09:00 GMT</pubDate>
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